18 Dicembre 2010. Il giovane commerciante tunisino Mohamed Bouazizi si dà fuoco in segno di protesta per il sequestro della sua merce a Sidi Bouzid. Scossa da quest’ episodio, la popolazione tunisina dà il via a una serie di sommosse in molte città contro il regime del presidente Ben Alì, giungendo a costringerlo alle dimissioni il 14 gennaio. Ma il malcontento travalica il confine nazionale e si espande in numerosi paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, che vengono scossi  da tumulti più o meno gravi.  Algeria, Marocco, Yemen, Iraq e Bahrein, solo per citarne alcuni. Ma soprattutto il caso più estremo: l’ Egitto. Dopo gravi scontri e numerose vittime, su pressione internazionale e statunitense in particolare, il presidente Mubarak (al potere da trent’ anni) cede. L’ 11 febbraio rassegna le dimissioni, lasciando le redini del paese a un governo provvisorio militare. E, ultima in ordine di tempo ma più importante per la gravità della situazione, la Libia. Qui l’ intera regione della Cirenaica insorge contro il regime quarantennale del colonnello Gheddafi. La nazione è precipitata in una vera e propria guerra civile tra le forze ribelli e le truppe del colonnello. In questo momento una restaurazione del regime di Gheddafi sull’ intero territorio libico sembra ormai imminente, mentre il numero delle vittime continua a salire.

Dunque l’ incendio della libertà è divampato da una scintilla di protesta e si è esteso in gran parte del mondo arabo, apparentemente in maniera spontanea e naturale, a causa di fattori di tensione spesso simili nella maggior parte dei paesi coinvolti.

Si tratta senz’ altro del terremoto politico più rilevante degli ultimi anni. Nessuno avrebbe potuto prevedere un’ estensione del fenomeno a tale velocità, in cui un ruolo non secondario nella diffusione delle proteste è stato ed è tuttora giocato dai mezzi di comunicazione e dalla rete in particolare. Quasi come un’ epidemia, ogni giorno un nuovo Paese ne è stato contagiato, pressato dalla richiesta di libertà e diritti umani da parte del suo popolo, frustrato ed ormai stanco di stati di emergenza decennali e governi  liberticidi e antidemocratici.

Le cause più generali del fenomeno e del malcontento popolare sono rintracciabili nelle dure condizioni di vita, nel clientelismo e nella corruzione delle classi dirigenti, nella disoccupazione giovanile e nelle scarse prospettive di vita delle generazioni più giovani( lo stesso Bouazizi era un giovane laureato costretto al commercio ambulante per l’ impossibilità di trovare lavoro, situazione comune alla gran parte dei laureati di questi stati). Il nodo fondamentale sembra esser poi costituito dall’ ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza: un dato che fa riflettere al riguardo è che Tunisia ed Egitto, ma ancor di più la Libia, rappresentano paesi in buona crescita economica, ma i cui benefici evidentemente vanno esclusivamente a vantaggio di pochi( addirittura si parla di un patrimonio di decine di miliardi di dollari accumulati dallo stesso Mubarak durante il periodo al potere, per non parlare delle immense proprietà di Gheddafi, i cui beni tra l’ altro sono stati di recente congelati da USA e UE ).

Che valore attribuire a questo massiccio processo di mutamento politico? E’ un momento di cesura storico o si tratta di  agitazioni di superficie e passeggere che non mineranno le radici dell’ organizzazione sociale?

Il mutamento è una componente immanente e costante di qualsiasi società.                                                           Occorre però distinguere il mutamento fisiologico, che è per così dire una forma ricorrente e ‘innocua’, in quanto non modifica la gerarchia dei valori e delle posizioni sociali all’ interno di una nazione, dall’ innovazione, la quale al contrario determina una revisione profonda dei presupposti su cui si regge il sistema sociale, e comporta perciò l’ emergere di nuovi valori, bisogni e di conseguenza di una società sostanzialmente nuova.                         Ed è proprio questo mutamento-innovazione che è in atto in questo momento nei paesi scossi dalle rivolte. Le popolazioni chiedono valori nuovi, portatori dei bisogni e delle esigenze dei giovani, degli emarginati, dei ceti meno abbienti; invocano un radicale rinnovamento sociale, istituzioni più adeguate, riformulazioni dei diritti.        La prova inconfutabile della loro volontà di rompere definitivamente col passato e di non accontentarsi di un semplice ricambio al vertice del potere è rappresentata dalla richiesta di nuove costituzioni democratiche.         Ogni costituzione, infatti, simboleggia l’ intenzione di realizzare una discontinuità, una cesura, un “nuovo inizio” rispetto alla legalità precedente.                                                                                                                                                Ma questa volontà non sempre raggiunge il suo scopo. Non necessariamente il mutamento va a buon fine e spesso peraltro finisce per prendere pieghe indesiderate da coloro che lo hanno messo in atto e guidato. Ogni fase innovativa infatti è accompagnata da un periodo di crisi e incertezza, un momento fondamentale dal quale dipende il futuro dell’ intero sistema sociale.                                                                                      

Da tre mesi gli occhi di tutto il mondo sono puntati addosso a questi stati che si trovano proprio in questa fase di crisi. Una volta superato il momento critico di tensione e incertezza  il ritorno alla normalità sancirà gli esiti di queste sommosse. Ma fino a quando non si tireranno le somme qualsiasi soluzione è possibile, e comunque i risultati finali saranno senz’ altro diversi da luogo a luogo.  

Il successo delle sommosse, dunque, almeno nel senso inteso dalle popolazioni (la democratizzazione sostanziale), è tutt’ altro che imminente o assicurato. Al contrario, le ultimissime notizie dalla Libia inducono a credere che l’ intenzione di rompere col passato e ripartire da zero sia, almeno qui, clamorosamente fallita.        Ma l’ eredità spirituale di tutte queste sollevazioni, riuscite o meno, è importantissima e immune ai colpi dei proiettili, perché fatta di idee e desideri di una società nuova e più giusta, che d’ora in poi vivranno nei cuori di questi popoli.                                                                                                                                                                                                     Dunque seppure il rischio di nuove giunte militari al potere, di un ritorno o una permanenza al potere dei vecchi regimi  e perfino di derive fondamentaliste che avrebbero drammatiche conseguenze politiche di portata globale sia concreto, la presa di coscienza collettiva è definitivamente avvenuta e questa è la prima, più importante e più duratura conquista.                                                                                                                                                                        Grazie al risveglio di popolo il corso degli eventi ha subito una svolta cruciale e la Storia non torna mai sui suoi passi.                                                                                                                                                                                                                              

Marco Letta                                                   

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