Riforma Lavoro 2017 ultime news. Voucher in quattro mesi 150.000 richieste, tutto sul referendum Job Act

By | 03/03/2017
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Oltre 150.000 dichiarazioni in quattro mesi, 13.000 persone e 5.500 aziende coinvolte. L’utilizzo dei voucher, in Alto Adige, nel periodo dell’Avvento è esploso. A rivelare i dati è l’Osservatorio del mercato del lavoro che presenta il report nel mezzo di un dibattito nazionale volto a modificare l’applicazione dei buoni lavoro. Ma se il ministro Giuliano Poletti annuncia di voler cinturare il perimetro alla semplice attività domestica, il senatore della Svp Hans Berger prende subito le distanze: «Privare le imprese di questo strumento è un errore, evitiamo posizioni ideologiche».

I numeri, contenuti nell’ultimo bollettino «Mercato del lavoro news», analizzano il fenomeno locale. Nel corso dell’Avvento è stata emessa la metà dei voucher complessivi dei quattro mesi di obbligatorietà della dichiarazione. Circa il 17% riguarda i Mercatini di Natale, pari a circa la metà dei voucher emessi in questo periodo dal settore del commercio. La percentuale maggiore, pari al 40%, riguarda il settore turistico-alberghiero. Il 6% riguarda inoltre il settore delle scuole di sci e del noleggio di materiale sciistico.

«Un settore che fa un notevole uso dei voucher è quello dei grandi eventi sportivi» afferma il direttore della ripartizione lavoro, Helmuth Sinn. Nel periodo natalizio si svolgono infatti le gare di coppa del mondo di sci in val Gardena e in val Badia, seguite dalla Coppa del mondo di Biathlon in Valle Aurina, dove per i circa mille volontari sono stati richiesti voucher per un ammontare di circa 8.000 ore.

L’ipotesi di intervenire a livello normativo per ridurre l’incidenza dei buoni lavoro, così come annunciato da Po- letti, non è stata gradita da tutti. «Limitare l’utilizzo dei voucher solo alle famiglie, vorrebbe dire privare le imprese di uno strumento che favorisce l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro» dice Berger che invita tutti ad abbandonare i «toni ideologici».

In Italia c’è un istituto ancora poco conosciuto e praticato che potrebbe assicurare da un lato un recupero di competitività per le imprese e dall’altro l’aumento dell’occupabilità per i loro dipendenti. Si tratta dei fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua, istituiti con la legge Finanziaria del 2001. L’ultimo censimento condotto due anni or sono dall’Isfol (trasformatosi nel frattempo in Inapp) certificava l’esistenza di 19 fondi sui 22 approvati dal Ministero del Lavoro. Il loro compito precipuo è quello di erogare corsi di formazione continua per gli iscritti delle categorie aderenti, ad esempio i dipendenti della piccole imprese, i metalmeccanici, quelli delle cooperative. I fondi sono il frutto di accordi bilaterali fra i sindacati di categoria e le organizzazioni dei datori di lavoro e ad assicurarne il finanziamento sono le imprese del settore che vi destinano una quota pari allo 0,30% dei contributi previdenziali versati all’Inps.

Il tema di fondo è se questi organismi che sono a tutti gli effetti soggetti giuridici di diritto privato, assolvendo a una funzione pubblica, autorizzata fra l’altro con decreto ministeriale, ricadano nel campo di applicazione del Codice dei contratti pubblici. In questo senso si è pronunciata l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone, con una delibera del gennaio 2016, dove si stabilisce che i fondi interprofessionali sono «organismi di diritto pubblico». E avrebbero dovuto mettere a gara tutto.

Sulla questione è arrivata poi, il 18 febbraio scorso, una circolare del ministro del Lavoro Giuliano Poletti. In sostanza il Codice dei contratti pubblici vale soltanto per l’acquisto di beni e servizi a fonte di un corrispettivo pagato, mentre ne restano esclusi i finanziamenti dei piani formativi aziendali, territoriali, settoriali o individuali, concordati tra le parti sociali.
Superato uno snodo che rischiava di bloccarne il funzionamento, resta aperta la questione della vigilanza. Prima del decreto di riordino delle politiche attive e dei servizi al lavoro – il numero 150 del 2015, tappa fondamentale del Jobs Act – l’attività di controllo sulla gestione spettava al Ministero del Lavoro che poteva arrivare anche a disporre il commissariamento dei fondi.

Con il nuovo assetto la vigilanza spetta all’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, l’Anpal, alle prese tuttora con oggettive difficoltà a far decollare l’attività ordinaria. Difficile credere che l’organismo guidato da Maurizio Del Conte possa accollarsi pure questo compito. Sul tema vale la pena di segnalare che il Ministero del Lavoro ha bandito una gara di assistenza tecnica proprio per coprire le attività di vigilanza sui fondi. Una procedura per lo meno irrituale: il dicastero di via Vittorio Veneto mette a gara un’attività di cui è titolare l’Anpal. Insomma, gli enti chiamati a soddisfare il bisogno di formazione dei lavoratori e assicurare loro un livello di occupabilità spendibile in caso di crisi aziendale, si muovono in una zona grigia fatta di incertezze sulla loro natura giuridica (pubblica o privata) e sulla quale di fatto non sta vigilando nessuno. La sfida è uscire da questa impasse complicata dal Jobs Act.