Riforma pensioni e Bonus Bebè, ultimi aggiornamenti su età pensionabile e la pensione anticipata!

By | 08/10/2017
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Riforma delle pensioni: la campagna sulla previdenza della piattaforma sindacale. E’ ai nastri di partenza la campagna d’informazione  promossa da Cgil, Cisl e Uil, nata per illustrare gli obiettivi che i sindacati intendono raggiungere dal confronto con il Governo nella seconda fase delle riforme, come stabilito nel verbale firmato nel settembre 2016. La piattaforma sindacale chiede che vengano superate alcune rigidità nell’accesso al pensionamento, giudicate inaccettabili, si favorisca l’inserimento dei giovani nel mondo produttivo e si affronti il tema dell’inadeguatezza degli attuali e futuri trattamenti pensionistici.

Nello specifico, Cgil, Cisl e Uil chiedono: il blocco dell’adeguamento dell’aspettativa di vita previsto per il 2018 e l’avvio di un confronto per la revisione dell’attuale meccanismo; il superamento della disparità di genere e la valorizzazione del lavoro di cura; il sostegno delle future pensioni, in particolare per i giovani, per aumentare la flessibilità nelle scelte individuali; gli interventi per rafforzare la previdenza complementare; la separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale; il ripristino della perequazione dei trattamenti pensionistici ritornando al meccanismo di rivalutazione delle pensioni previsto dalla legge del 2000.

“I sindacati chiedono risposte precise al Governo”, ha precisato  Daniela Barbaresi,segretaria generale Cgil Marche, in linea con gli impegni assunti con la sottoscrizione del verbale. In questa fase Cgil, Cisl e Uil sono impegnate su tutto il territorio per informare e coinvolgere lavoratori e pensionati. In assenza di risposte concrete, dovremo promuovere azioni forti con iniziative adeguate di mobilitazione”.

Pensioni anticipate: allargare le platee dell’Ape sociale.

Le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil Fvg hanno incontrato il Prefetto di Trieste Anna Paola Porzio, commissario di Governo per la regione, per sottoporle alcune richieste in tema di riforma delle pensioni. Come riportato dal “diario di trieste”,  i segretari generali Villiam Pezzetta (Cgil), Antonio Pellizzon (Cisl) e Giacinto Menis (Uil) hanno espresso la necessità di estendere le platee dell’Ape sociale e dei precoci beneficiari della quota 41.  Cgil, Cisl e Uil hanno precisato che gli interessati dalle misure per le pensioni anticipate  non supereranno a livello nazionale i 100mila  nel triennio. I sindacati chiedono, dunque, che siano ridotti i limiti contributivi per le donne e per i lavoratori addetti a mansioni gravose e che siano inclusi tra i beneficiari i disoccupati per scadenza di un contratto a termine. Qui puoi trovare le ultime news e novità su riforma pensioni.

Continua la battaglia delle organizzazioni sindacali che continuano ad incalzare al Governo Gentiloni sugli interventi da inserire nella Legge di Stabilità che entrerà in vigore a partire dal prossimo primo gennaio 2018. Si tratta di alcuni temi rimasti irrisolti con la precedente manovra finanziaria oltre al nuovo problema inerente il blocco dell’aumento dell’età pensionabile[VIDEO]dovuto all’adeguamento dei requisiti ai dati Istat.

 I sindacati pronti a mobilitazione

Il Premier sembrerebbe concentrato sulla pensione di garanzia per le giovani generazioni e sul riconoscimento dei lavori di cura e assistenza per le lavoratrici.

Dopo la nota di aggiornamento del Def, il nuovo documento di economia e finanza, il Governo intende procedere con cautela visto che, le risorse finanziarie potrebbero essere insufficienti. A preoccupare di più, sono le recenti dichiarazioni del Presidente dei magistrati contabili Arturo Martucci, il quale avrebbe dichiarato la necessità di seguire le rigide norme dettate dalla Riforma Monti-Fornero; cosa che chiuderebbe definitivamente il capitolo sul blocco dell’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita.

Ecco le richieste della parti sociali

È questo il motivo principale che spinge i #sindacati ad avviare la mobilitazione prevista per giorno 14 ottobre davanti le sedi delle prefetture delle varie provincie italiane. Le tre sigle confederali Cgil, Cisl e Uil, infatti, sarebbero già pronte a chiedere ulteriori correttivi in merito all’estensione dell’Ape Sociale e del meccanismo di Quota 41oltre allo stop dell’aumento dell’età pensionabile.

I sindacati, infatti, chiederanno un monitoraggio delle domande presentate per i due benefici previdenziali al fine di introdurre nuovi correttivi nella prossima Legge di Stabilità. “Non è solo un tema di risorse perché il blocco dell’aumento dell’età non ha dei costi ma è una scelta politica”, ha spiegato il segretario generale della Cgil Susanna Camusso.

Nella mobilitazione verrà dato spazio anche al famigerato meccanismo della Quota 100 [VIDEO]tanto sbandierato dal Presidente della Commissione Lavoro alla Camera Cesare Damianoche introdurrebbe l’uscita anticipata a partire dai 62 anni di età anagrafica accompagnati dai 38 anni di versamenti contributivi. Le richieste dei sindacati, inoltre, dovrebbero concentrarsi anche sul tema lavoro e sugli ammortizzatori sociali. “Noi ci saremo. Come sempre. E in tanti parteciperemo alle manifestazioni che saranno organizzati in tutti i territori”, ha aggiunto il segretario genereale dello Spi-Cgil. #quota 100 #Pensioni

Quanto vale un figlio? Messa in questi termini, la domanda può apparire brutale o sconveniente. Ma siccome è diffusa la convinzione che il crollo delle nascite nel nostro Paese sia connesso almeno in parte alle politiche fiscali e sociali che i governi hanno fatto (o non fatto), può essere un utile esercizio provare a quantificare con precisione il sostegno finanziario che lo Stato riconosce ai nuclei familiari con minori, sotto forma di riduzioni di imposta e assegni. Un sostegno spesso giudicato insufficiente, soprattutto se confrontato con quanto investono su questa voce altri Paesi europei. Ma che a ben guardare non è certo insignificante, soprattutto dopo le novità legislative degli ultimi tempi: di fatto però viene disperso su molti canali, con procedure multiple e criteri non armonizzati tra di loro. I tentativi di razionalizzazione (come il disegno di legge tuttora fermo in commissione al Senato) si sono fin qui arenati ed ha prevalso la logica del bonus estemporaneo.

Caliamoci nel concreto considerando una famiglia monoreddito con entrate pari a 24 mila euro lordi l’anno (imponibile fiscale), formata da padre, madre e due figli. Cosa cambia per loro se ne nasce un terzo? Già prima del lieto evento, dopo il settimo mese di gravidanza, può scattare in realtà il “premio alla nascita”, recentemente introdotto: sono 800 euro non legati al reddito e

quindi destinati potenzialmente a tutte le mamme italiane. La domanda va fatta all’Inps presentando l’opportuna certificazione medica. Quando poi il bambino viene al mondo, il padre lavoratore dipendente (se è lui il percettore di reddito) deve ricordarsi di presentare nuove comunicazioni al datore di lavoro per il riconoscimento delle ulteriori detrazioni Irpef e dell’assegno al nucleo familiare maggiorato rispetto a quello precedente: entrambi hanno effetto sulla busta paga mensile. Nel caso dell’Irpef il terzo figlio (che ovviamente è minore di tre anni) riduce l’imposta netta annuale da 2.546 a 1.510 euro, dunque con un beneficio di 1.036 euro. Quanto all’Anf, è calcolato non sul reddito Irpef personale ma a livello familiare su una base leggermente più ampia: ipotizzando comunque che i valori coincidano, in assenza di altri redditi significativi, l’assegno mensile riconosciuto passa da 167,33 a 294,5 euro, con un incremento che su un anno vale 1.526 euro. Ma poi c’è da chiedere, di nuovo all’Inps, il cosiddetto “bonus bebè”, in vigore per i nati tra il 2015 e il 2017 per i primi tre anni di vita. Qui il criterio non è il reddito Irpef ma l’Isee, indicatore di situazione economica equivalente. La nostra famiglia monoreddito si colloca sicuramente sotto il tetto dei 25 mila euro di Isee (ma non quello dei 7.000 che darebbe diritto a un assegno doppio): le spettano allora 960 euro l’anno per tre anni.

Da quest’anno c’è anche un ulteriore sussidio finalizzato alla frequenza dell’asilo nido con un importo massimo di 1.000 euro: anche in questo caso la domanda

va fatta all’Inps, ma sempre con una procedura online diversa dalle precedenti. Non c’è limite di reddito per la famiglia ma un tetto di spesa complessivo: quindi è sicuro di farcela chi fa domanda prima. Sommando i benefici che spettano per le cinque diverse prestazioni solo nel primo anno di vita (o di utilizzo dell’asilo nel caso di questo ultimo bonus) si arriva alla somma di 5.322 euro. L’importo totale risulta un po’ più basso, 4.541 euro, se il neonato è il primo figlio, per il quale gli importi della detrazione Irpef e dell’assegno al nucleo familiare sono meno generosi. Ma nel caso della famiglia più numerosa, c’è un’ulteriore possibilità. In assenza di casa di proprietà e di investimenti rilevanti, con un affitto da pagare e un livello di reddito appena un po’ inferiore a quello che abbiamo preso in considerazione, il nucleo potrebbe scendere sotto un Isee di 8.556 euro, soglia entro la quale si ha diritto ad un’altra prestazione, un assegno per i nuclei con almeno tre figli pagato dall’Inps ma concesso dal Comune di residenza, al quale va fatta domanda: sono 141,30 euro al mese per 13 mensilità, quindi 1.837 l’anno, che porterebbero il beneficio totale per la nascita del terzo figlio sopra i 7 mila euro. L’assegno dei Comuni per i nuclei numerosi ha avuto nel 2015 circa 211 mila beneficiari, più di metà dei quali nel Mezzogiorno: includendolo e tralasciando altri sussidi minori, si arriva a sei diverse forme di sostegno alla famiglia ed alla natalità.

Disagio sociale, autonomi piu a rischio di pensionati e lavoratori dipendenti

Sono le famiglie che vivono grazie ad un reddito da lavoro autonomo quelle più a rischio povertà. Nel 2015 il 25,8% dei nuclei familiari di questa categoria, praticamente una su quattro, si è ritrovata in serie difficoltà economiche, scivolando al di sotto della soglia di rischio povertà calcolata dall’Istat. Lo sostiene uno studio della Cgia di Mestre. Per i nuclei in cui il capofamiglia ha come reddito principale la pensione, invece, il rischio si è attestato al 21%, mentre per quelle che vivono con un stipendio/salario da lavoro dipendente il tasso si è fermato al 15,5%.

I dati presentati dall’Ufficio studi degli artigiani di Mestre dicono che la crisi ha colpito soprattutto le famiglie del cosiddetto “popolo delle partite Iva”, ovvero dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei liberi professionisti e dei soci di cooperative. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della flessione economica e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa. Dal 2008 al 2014 il reddito delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha subito in questi ultimi anni una «sforbiciata» di oltre 6.500 euro (-15,4%) mentre quello dei dipendenti è rimasto quasi lo stesso (-0,3). In aumento, invece, il dato medio dei pensionati e di quelle famiglie che hanno potuto avvalersi dei sussidi (di disoccupazione, di invalidità e di istruzione) che sono stati erogati ai nuclei più in difficoltà (+8,7% pari a +1.941 euro).

«A differenza dei lavoratori subordinati – fa notare il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – quando un autonomo chiude definitivamente l’attività non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso forme di lavoro completamente in nero».
Al netto dei collaboratori coordinati continuativi, dal 2008 ai primi sei mesi di quest’anno lo stock di lavoratori autonomi (ovvero, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, i coadiuvanti familiari) è diminuito di 297.500 unità (-5,5%). La contrazione più marcata si è avuta in Emilia Romagna (-12,7%), in Calabria (-12), in Liguria e in Abruzzo (entrambi i casi con una riduzione del 10,4). La ripartizione geografica più colpita è stata il Mezzogiorno (-7%).

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