Banche: Padoan davanti a Mps il re del debito pubblico per parlare di banche

By | 05/03/2018
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Finita la farsa della commissione parlamentare d’inchiesta, la questione è sostanzialmente sparita dall’agenda della politica italiana. Il fatto che non se ne parli, non significa però che i problemi siano magicamente scomparsi. Anzi

Il problema delle banche passa da un governo all’altro e dalla vecchia legislatura alla nuova che si apre domani. In campagna elettorale nessuno dei partiti si è occupato di credito ritenendolo argomento poco attraente. Eppure nelle urne le banche ci sono. E come se ci sono. Nel bene e nel male. C’è il sospiro di sollievo offerto da Blackrock che proprio alla vigilia del voto ha annunciato di aver portato oltre il 5% la partecipazione in Unicredit e Mediobanca.

Una dimostrazione di fiducia sicuramente benvenuta. Soprattutto per la scelta di tempo nella comunicazione. Ma anche la conferma che il sistema bancario italiano si sta spaccando in due (un po’ come l’Italia): da una parte il gruppo che ha superato la crisi, oltre alle due su cui ha investito il fondo americano possiamo mettere anche Intesa, Banco-Bpm e Ubi. Dall’altro invece le grandi malate. Mps, Credito Valtellinese e Carige. I loro problemi rischiano di aggravarsi con le nuove norme della Vigilanza (il cosiddetto addendum) che, dopo piccoli rinvii entrerà in vigore fra qualche settimane. Imporrà una diversa contabilizzazione delle sofferenze. Le svalutazioni dei crediti marci diventeranno più rapide e affidate a criteri più rigorosi imponendo nuovi aumenti di capitale per rinforzare il capitale.

LE SOFFERENZE

Una novità che rischia di abbattersi come un meteorite su Mps che, nonostante tutte le cure continua a produrre sofferenze in serie. Ancora 1,1 miliardi dal bilancio 2017 che rende ancora più ingombrante la discarica dei crediti marci (45 miliardi). Il Tesoro ha già perso i primi tre miliardi sulla sua partecipazione del 68,2%. Aveva acquistato le azioni del gruppo senese a 6,49 euro. Il titolo è crollato a 3,1 euro in seguito alla pubblicazione dell’ultimo bilancio. Vuol dire che la perdita per il ministero del Tesoro è già superiore al 50% da ottobre a oggi. Che cosa succederà se le promesse di risanamento dovessero essere ancora mancate? La banca ha chiuso il bilancio con 3,5 miliardi di perdite dell’amministratore delegato Marco Morelli ha detto agli analisti di non essere in grado di fare previsioni sul 2018. Se la banca non trova una strada il fantasma della risoluzione diventerebbe molto concreto. Né sarebbe facile per lo Stato intervenire ancora. Un po’ perché le norme sul bailin lo impediscono e un po’ perché c’è ancora aperto il contenzioso con Bruxelles sui 17 miliardi spesi per il salvataggio delle banche venete. Il Tesoro non ha contabilizzato i fondi come debito nella convinzione che torneranno indietro. All’Eurostat, però, non la pensano allo stesso modo. Fra qualche giorno l’ente europeo ri- lascerà le sue conclusioni. È molto probabile che i 17 miliardi verranno fatti rientrare nella contabilità dello Stato peggiorandone i parametri. Con tanti saluti al trionfalismo di Padoan che aveva salutato con grande fervore la notizia della stabilizzazione del debito. Una fake news.

LE GARANZIE

L’unica che, almeno almo- mento appare un po’ più garantita è il Credito Valtellinese visto che c’è una robusta cintura di sicurezza costruita da Mediobanca. Guida il consorzio che ha assicurato il buon esito dell’aumento di capitale di 700 milioni. L’operazione si è chiusa venerdì ma la tempistica in vista delle elezioni non è servita a molto. I diritti per sottoscrivere le nuove azioni sono crollati in un solo giorno del 93% a 0,3 centesimi. Complessivamente la caduta arriva 95%. Fino a giovedì 8 sarà ancora possibile esercitare il diritto d’acquisto delle nuove azioni. Senza Mediobanca sarebbe tutto più difficile.

Ancora più delicata la situazione di Banca Carige che ha effettuato l’aumento di capitale da 500 milioni. Il titolo, però, è ormai ridotto al ruolo di un “penny stock”. Sono chiamate così a Wall Street le azioni che hanno solo un valore simbolico.

Ieri, dopo il nuovo calo del- l’1,19%,ha chiuso a 0,083 euro. Come dire 83 millesimi. Un valore che fa sembrare le azioni della banca genovese molto simili al Monopoli. Il valore di dieci centesimi dell’aumento di capitale appare lontanissimo. Qualcosa ora si muove con l’arrivo di Raffaele Mincione che ha acquistato il 5% della banca per 22 milioni. Il suo obiettivo, probabilmente è quello di inserirsi nella battaglia per sterilizzare la posizione di Vittorio Mala- calza, attuale socio di riferimento.

Non a caso ha inviato una lettera al presidente Giuseppe Tesauro per avere un posto in consiglio. In alternativa è pronto a convocare un’assemblea dei soci per la decadenza dell’attuale direttivo.

Finita la farsa della commissione parlamentare d’inchiesta, la questione delle banche è sostanzialmente sparita dall’agenda della politica italiana. Il fatto che non se ne parli, non significa però che i problemi siano magicamente scomparsi. Anzi. La questione banche è una delle scomode eredità che i governi Renzi e Gentiloni lasciano al prossimo esecutivo, qualunque esso sia, e per gestirla ci saranno ancora meno mezzi e meno gradi di libertàrispetto al recente passato. Certo, la ripresa economica ha contribuito ad alleggerire la pressione sul fronte dei crediti in sofferenza, ma di lì a dire – come fa Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia – che è tutto risolto e che il settore è in sicurezza ce ne corre. I numeri della crescita economica italiana (peraltro la più bassa d’Europa e destinata a rallentare già a partire dal 2019 secondo le ultime previsioni di Bruxelles) non bastano da soli a risolvere i problemi endemici di un settore che nel suo insieme risulta arretrato e scarsamente competitivo.
 Per rendersene conto basta guardare al caso Mps: la ricapitalizzazione “preventiva” avrebbe dovuto rimettere in marcia l’istituto senese fornendo le risorse necessarie alla pulizia dei bilanci e a una ristrutturazione aziendale finalizzata a riportare la banca a livelli di redditività e di efficienza accettabili. In realtà, nonostante la ripresa economica e l’iniezione di fondi pubblici, Mps continua a essere un malato grave come mostra impietosamente ilgrafico di Borsa. Nell’ambito della “ricapitalizzazione preventiva” il Tesoro è arrivato a detenere il 68,2% del capitale pagando un prezzo di 6,49 euro per ogni azione di nuova emissione. A fine ottobre Borsa Italiana ha fissato un prezzo teorico di 4,28 euro per la riammissione del titolo che – tornato in negoziazione dopo dieci mesi di sospensione – non ha fatto che scendere, attestandosi intorno ai 3,2 euro attuali, vale a dire il 50% in meno di quanto pagato dal Tesoro pochi mesi fa.

In particolare, il prezzo ha iniziato a scendere con decisione dopo il 9 febbraio – giorno in cui Mps ha presentato i risultati preliminari dell’esercizio 2017 -, rischiando di rompere al ribasso quota 3 euro (il 23 febbraio il titolo ha toccato il minimo dell’anno a 3,09 euro). Il problema non sono solo le maxi perdite (3,5 miliardi di euro, in aumento persino rispetto ai 3,2 miliardi del 2016), ma soprattutto la prova provata che nemmeno la crescita economica è riuscita a rallentare la produzione di nuove sofferenze in capo al gruppo senese. Nel 2017 Mps “ha contabilizzato rettifiche nette di valore per deterioramento crediti, attività finanziarie e altre operazioni” per 5,46 miliardi di euro, superiori di 959 milioni rispetto al dato 2016. Ciò che conta di più è però il fatto che nel quarto trimestre dell’anno, a fronte di una sostanziale stabilità dell’aggregato “crediti deteriorati lordi” (che ammonta a 45,1 miliardi di euro), si è assistito a un netto peggioramento della dinamica interna al comparto: 300 milioni di esposizioni scadute deteriorate e 800 milioni di inadempienze probabili si sono trasformate in 1,1 miliardi di nuove sofferenze, tutto il contrario di ciò che dovrebbe accadere in periodi di ripresa economica.

La questione della qualità dei crediti in capo alle banche italiane, Mps in testa, non può essere risolta facendo finta di non vederla nella speranza che le cose si aggiustino da sole, oppure con piccole furbizie volte a guadagnare tempo aggirando le nuove regole sullo smaltimento dei crediti deteriorati che entreranno in vigore a breve. Il mercato non è fesso: certe cose le vede e le prezza, così come prezza le probabilità che determinate banche possano essere acquisite, o comunque rientrare in una logica di consolidamento settoriale. A giudicare dalle quotazioni degli istituti indicati di volta in volta come possibili protagonisti, il paventato risiko bancario italiano sembra aver più a che fare con l’ottimismo della volontà di alcuni titolisti che con la realtà.

E anche questo è un problema: se il sistema non si consolida finirà con l’indebolirsi ulteriormente. Mps, che fino a un anno e mezzo fa era il terzo gruppo bancario italiano, non potrà reggere a lungo in una logica “stand alone” e se arrivasse a bruciare più in fretta del previsto la dotazione di capitale – vuoi per l’insorgere di problemi in sede di attuazione del piano industriale, vuoi per nuove richieste regolamentari, ad esempio in tema di smaltimento dello stock di sofferenze pregresse – il governo, qualunque esso sia, non potrebbe più fare ricorso a ricapitalizzazioni preventive o ad aiuti di alcun genere per salvarla. Mps finirebbe dritta dritta in risoluzione, come del resto potrebbe accadere a breve al Credito Valtellinese qualora non andasse in porto l’aumento di capitale da 700 milioni che si chiuderà l’8 marzo. In queste circostanze dare per risolta la crisi bancaria italiana come fanno il ministro Pier Carlo Padoan e i suoi collaboratori è quanto meno fuorviante e alla luce di ciò si capisce anche meglio perché molti importanti hedge fund abbiano aumentato la loro esposizione al ribasso sull’Italia e le sue banche. Restiamo l’anello debole d’Europa e il rischio è che alla fine al consolidamento del settore ci si arrivi non attraverso aggregazioni, ma passando per l’estinzione di una grossa fetta di aziende di credito, con costi economici e sociali elevatissimi.

Se ne è andata da quasi un mese, ma nella sua ex Direzione al Dipartimento del Tesoro non sembra essere cambiato molto. Di sicuro non è mutato nulla nell’assetto dei cosiddetti “specialisti in titoli di Stato”, in pratica quelle banche che aiutano il Governo nella gestione delle aste di Btp, Bot e via dicendo. Il personaggio in questione è Maria Cannata, che dal 2000 fino a pochi giorni fa ha guidato la strategica Direzione debito pubblico, dalla quale dipende la gestione di uno stock arrivato a valere 2.200 miliardi di euro. Ebbene, tra gli ultimi atti firmati dalla Cannata, prima di lasciare il posto al suo storico vice, Davide Iacovoni, ce n’è uno datato 25 gennaio 2018. Si tratta dell’ultimissima graduatoria degli specialisti, ossia la classifica delle migliori banche nella gestione del nostro maxi debito. Ne viene fuori che per la quarta volta consecutiva a piazzarsi al primo posto è stata Mps Capital Services, una controllata di quel Monte dei Paschi del quale lo stesso Tesoro, guidato da Pier Carlo Padoan (peraltro candidato a Siena), è diventato azionista al 70%. Insomma, l’istituto di credito che negli ultimi anni è stato un pessimo gestore del suo debito, viene invece eletto miglior gestore del debito pubblico dallo stesso Stato che di fatto ne è il proprietario.

Non finisce qui – Ma la notizia è anche più ampia. L’ultimo atto della Cannata è una conferma di tutto uno status quo in cui le solite banche d’affari, soprattutto estere, vengono coinvolte nella gestione di uno dei debiti pubblici più alti del mondo, e proprio per questo fonte di ricchi business per gli intermediari. Dopo aver incoronato Mps, infatti, la Cannata ha elencato tutti gli altri specialisti oggi attivi in Italia, che sono gli stessi da inizio 2016. Si tratta di 18 banche, di cui solo tre italiane: Mps, Unicredit e Banca Imi (Intesa Sanpaolo). Per il resto ci sono istituti americani (Jp Morgan, Citigroup, Goldman Sachs, Merrill Lynch, Morgan Stanley), francesi (Bnp Paribas, Crédit Agricole, Société Générale), britannici (Barclays, Hsbc, Royal Bank of Scotland), tedeschi (Deutsche Bank), olandesi (Ing Bank), giapponesi (Nomura) e svizzeri (Ubs). Una situazione immutata, tale da far indovinare l’enorme potere di queste banche, ben superiore a quello di chi si trova a interfacciarsi con esse dal vertice della Direzione debito pubblico. Del resto se gli specialisti hanno obblighi di sottoscrizione nelle aste dei titoli di Stato e di negoziazione dei volumi nel marcato secondario, a valle, oltre alle laute commissioni, hanno il privilegio di partecipare in via esclusiva ai collocamenti supplementari delle aste e alla stipula dei contratti derivati con il Tesoro. E pazienza se gli stessi derivati per lo Stato a volte si trasformano in maxi perdite. Proprio la Cannata, per dire, con altri ex funzionari del Tesoro, è entrata nel mirino della Corte dei conti per un presunto danno erariale miliardario dovuto a una chiusura anticipata di un contratto con Morgan Stanley. Anche se lei ha sempre professato la sua estraneità alle contestazioni dei giudici contabili.

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