Lo spread tra Btp e Bund verso i 200 punti, come nel 2014 risalgono i tassi sui titoli di Stato in tutt’Europa

By | 07/02/2017
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L’aumento dello spread (il differenziale tra i . titoli di Stato decennali italiani e tedeschi) a 200 punti base, cioè ai massimi da tre anni, con un rendimento quasi del 2,4% ha avuto subito almeno un effetto: la truppa degli alfaniani ha cominciato a dire che in queste condizioni è pazzesco pensare di andare a votare. In realtà, il movimento di faglia sui debiti pubblici riguarda tutta l’Eurozona: la Francia (il cui spread ieri ha chiuso a +21,5% ai massimi dal 2012) come l’Olanda (+98%), l’Irlanda (+30%) come la Finlandia (+33%). Il problema è che l’Italia ha un debito pubblico alto e, soprattutto, è l’unico grande Paese della moneta unica a pagare rendimenti superiori al 2%: la Spagna, ad esempio, pur registrando lo stesso trend, ha uno spread di 140 punti e ieri pagava l’1,7% di interessi sui bonus a 10 anni.

NON LA SOLA, ma la principale preoccupazione dei mercati rispetto all’Italia, oggi come da oltre un anno, è il sistema bancario: malmesso, come si sa, anche a causa della mole disperante di sofferenze (crediti non ripagati) creata soprattutto da anni di recessione e stagnazione dell’economia. Proprio ieri, per dire, è partito – con un sonoro tonfo – l’aumento di capitale da 13 miliardi di Unicredit, secondo istituto italiano per grandezza, che ha peraltro annunciato anche un piano industriale fatto di tagli pesanti al personale: le azioni – che partivano da 13,11 euro – hanno lasciato sul terreno il 6,8% e a fine giornata “prezzavano” 12,21 euro; i diritti di opzione sull’aumento di capitale, invece, sono crollati del 18,85% (a 10,59 euro).

Alla fine del processo – che si concluderà entro il 10 marzo – Unicredit sarà controllata, in maniera ancor più marcata di quanto già non sia, dai fondi di investimento internazionali (oggi i primi azionisti sono gli americani di Capital Research e gli arabi di Aabar). E Unicredit è solo un pezzo, per quanto il più grande, del puzzle bancario. Il tracollo di Unicredit in Borsa – seguita da un bel pezzo del sistema bancario – ha tirato giù l’intera Borsa: -2% alla chiusura di ieri pomeriggio.

COME IN PARTE detto, se si trattasse solo di trovare capitali per le banche che ne hanno bisogno, l’Italia non sarebbe messa sotto pressione com’è: il problema, anche per il debito pubblico, è la crescita anemica del Pil (una serie di zero virgola che segue un crollo del 9% rispetto al 2008). Le prospettive, poi, non sono rosee: l’Istat quest’anno prevede una crescita persino inferiore all’1% previsto dal governo e senza incorporare gli effetti della correzione dei conti pubblici che ci sarà imposta dall’Europa (anche via spread, se serve, come fu nel 2011 di Monti).

Mario Draghi, per capirci, ieri ha risposto esattamente come se non fosse accaduto nulla in questi cinque anni alle domande sull’esplosione degli spread (cosa che, a rigore, non dovrebbe accadere in una unione monetaria): “I mercati stanno reagendo a diverse condizioni” (sottintesi: Trump, Marine Le Pen, Brexit e ogni altro evento abbia coinvolto o coinvolgerà elettori), ma “raccomanderei che le politiche di bilancio in tutti i Paesi siano volte a sostenere la ripresa, ma allo stesso tempo in maniera sostenibile. I Paesi che non hanno spazio di manovra sul bilancio non dovrebbero cercare un modo per trovarlo anche se non c’è”.

E qui, il governatore della B- ce parla (in tedesco) proprio all’Italia: il governo Renzi s’è impegnato a portare il deficit nel 2018 poco sopra l’1%, cioè a fare una manovra che uccide-
rà quel che poco che resta dell’economia italiana. Stavolta – dice Draghi dopo che l’hanno detto Berlino e Bruxelles – niente “flessibilità”, niente sconti. Può il mercato, idolo al cui altare sacrifica anche Draghi, ignorare l’aumento del rischio per un Paese che sta per uccidere il suo Pil?

Torna la febbre dello spread. E con essa il rischio di un «buco» nei conti pubblici italiani, da tappare con nuove tasse oppure con tagli drastici alla spesa dello Stato, dunque ai servizi per cittadini e imprese. Il differenziale di rendimento tra titoli italiani e bund tedeschi ieri è arrivato a quota 200 punti base, il peggior livello dal 2014. Sulla fiammata, peraltro non proprio improvvisa, incidono vari fattori interni ed esterni: l’economia del Vecchio continente che non corre ai ritmi sperati, complice l’inflazione prossima allo zero; l’insediamento di Donald Trump alla Casa bianca con tutto quello che ne consegue sui rischi legati al neo protezionismo made in Usa; il braccio di ferro tra Bruxelles e Roma sulla manovra correttiva da 3,4 miliardi di euro per la quale si discuterà fino alla fine di aprile; e poi l’instabilità del governo guidato da Paolo Gentiloni con le ipotesi di voto anticipato nel 2017.

Fin qui quello che si sapeva da giorni e che, come accennato, aveva già portato il divario dei tassi tra Italia e Germania ad allargarsi, dai 120 punti medidel 2016 ai170-180 punti delle ultime settimane. A dare l’ultima spinta all’insù ha contribuito in maniera determinante, nelle ultime ore, Marine Le Pen (Front national). La candidata alle presidenziali in Francia ha dichiarato di voler portare il paese fuori dell’Ue. Parole, quelle della esponente della estrema destra, che hanno fatto schizzare i tassi italiani e hanno dato una botta ai listini azionari (Milano -2,2%). Pure Parigi è stata colpita: il differenziale con Berlino ai massimi da 4 anni: con un picco a 72 punti base, o 0,72 punti percentuali, lo spread dei tassi tra i bond francesi decennali e i bund ha segnato il livello più elevato dal marzo del 2013. Da un lato la Le Pen afferma di voler far uscire la Francia dalla moneta unica (e anche dalla Nato); dall’altro non è per nulla chiaro se vi sarà un candidato conservatore credibile, mentre l’expremier Francois Fillon subisce crescenti pressioni per ritirarsi. Su di giri Matteo Salvini: «Una moneta deve essere al servizio dei cittadini» ha detto il leader della Lega Nord e «se i cittadini anche per effetto di questa moneta stanno peggio rispetto a quindici anni fa, se ne deve prendere atto e andare avanti». Per il segretario del Carroccio «ben vengano Trump, la Le Pen e chi vuole sovranità» perché «noi vogliamo che l’Italia torni a scegliere, a decidere, a sperare nel futuro. Il ricattino dello spread lo abbiamo già visto 5-6 anni fa, non ci casca più nessuno: non sono tre banchieri, tre massoni o tre finanzieri a tenere in ostaggio il popolo italiano».
Il caso è finito al centro dell’audizione, al Parlamento europeo, del presidente della Bce. Mario Draghi, però, ha spiegato che l’Eurotower non si occupa direttamente dello spread. O, meglio, che tra gli «obiettivi» della Banca centrale «non c’è» quello di controllare
i tassi sui titoli pubblici.
Al Tesoro, tuttavia, un po’ di preoccupazione c’è. Per quest’anno la spesa per interessi stimata dal governo è pari a 63 miliardi. Ma la previsione
si fonda su un differenziale di rendimento assai più contenuta rispetto a quota 200. A quel livello il costo del servizio del debito aumenterebbe di parecchi miliardi e l’esecutivo sarebbe costretto a correre ai ripari. E sarebbe un bel guaio, visto che in primavera va confezionata e portata all’Unione europea una manovra correttiva da 3,4 miliardi, imposta da Bruxelles che teme uno sfioramento del rapporto tra deficit e pil dello 0,2% (dal 2,2 al
P&G/L
2,4%). In una situazione di piena emergenza, Gentiloni non avrebbe alternative per tappare la improvvisa falla nelle finanze statali. Sarebbe inevitabile ricorrere a inasprimenti fiscali oppure a tagli «lineari» alla spesa pubblica (che si traducono in un peggioramento dei servizi ai contribuenti). L’allarme rosso non è ancora scattato a palazzo Chigi, ma manca davvero poco.