Trump, contro l’Isis vittoria decisiva in soli due mesi

By | 20/03/2017
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Quando era in campagna elettorale e solo pochi pazzi credevano che sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti, Donald Trump spiegò il proprio programma di politica estera, alla voce “Stato islamico”, con una frase molto esplicita e poco forbita che può essere tradotta così: «Li bombarderò sino a farli cacare addosso». Aggiunse che, siccome l’Isis fa i soldi col petrolio, lui avrebbe «fatto saltare in aria i tubi, le raffinerie, ogni singola cosa, non rimarrà più nulla». Quindi avrebbe chiamato «i bravi ragazzi della Exxon», i quali in due mesi avrebbero ricostruito tutto quanto.

«E io», concluse, «mi prenderò il petrolio». I suoi elettori risero e applaudirono e il resto degli americani reagì indignato dinanzi a un approccio così rozzo a una questione tanto complessa.
A due mesi dall’insediamento, la prima parte del programma di Trump è sul punto di realizzarsi. L’Isis ha perso il 65% dei territori che controllava in Iraq e la grande moschea di al-Nuri, il luogo-simbolo dove nel giugno del 2014 al-Baghdadi aveva proclamato la nascita del Califfato, è circondata dalle truppe irachene. I terroristi non sembrano avere vie di fuga. I militari statunitensi hanno avuto un ruolo decisivo: la loro artiglieria pesante, gli elicotteri armati di missili e i bombardieri hanno martellato le difese dell’Isis e raso al suolo gli edifici in cui i tagliatori di teste preparavano i droni esplosivi e le automobili da far guidare ai kamikaze.

Ci vorrà tempo, la fase più cruenta – il combattimento casa per casa – deve ancora iniziare, ma è chiaro che il grande sogno dell’Isis muore a Mosul. Potrà inviare qualche ex combattente a fare attentati in Europa, essere usato come “marchio” da lupi solitari che non sono stati mai in Iraq né in Siria, ma non diventerà mai uno Stato e, dopo questa batosta, con ogni probabilità non avrà più un esercito degno di tale nome.

Non è tutto merito di Trump, ovviamente. L’attacco a Mosul porta la firma di Barack Obama, anche se le modalità con cui il presidente democratico e il suo stato maggiore avevano lanciato l’offensiva erano state derise dall’allora candidato repubblicano. Trump li aveva accusati di essere «un gruppo di perdenti» per avere annunciato l’operazione con largo anticipo, anziché attuarla di sorpresa, dando così a molti terroristi il tempo di scappare. Arrivato alla Casa Bianca, però, il nuovo presidente ha pensato bene di accelerare sulla strada già tracciata, garantendo pieno appoggio ai militari e mantenendo l’eradicazione dell’Isis in cima alla propria agenda. Tempo sei mesi, ha detto così a febbraio il generale Stephen Townsend, che comanda le forze americane nella regione, «vedremo la conclusione di entrambe le campagne, a Mosul e Raqqa», in Siria.

Una linea chiara, a differenza di quella che si è vista con i due predecessori di Trump, il repubblicano George W. Bush e Obama. Le truppe americane, a partire dal 2008, avevano abbandonato il Paese, anche perché così aveva chiesto il governo iracheno;nel 2014, però, erano state costrette a tornare per fronteggiare i miliziani con la bandiera nera, che nel frattempo si erano insediati nel Paese, approfittando proprio dell’assenza dei Marines. Un andirivieni che in campagna elettorale era stato oggetto di scherno da parte di Trump. «Avevamo Mosul, l’abbiamo persa quando lei ha portato via tutti», ha detto puntando il dito su Hillary Clinton, che ha guidato la politica estera nei primi anni della presidenza Obama.
Quando nella città sarà stato ammazzato l’ultimo terrorista, sarà interessante capire cosa intende fare Trump con la seconda parte del suo annuncio: quella che riguarda la presa di possesso dei pozzi di petrolio iracheni da parte del governo statunitense. Il presidente la considera una sorta di risarcimento per le spese militari sostenute dai contribuenti americani in Iraq a partire dal 2003. È la stessa filosofia con cui vuole che i costi del muro al confine meridionale degli Stati Uniti, stimati trai 12 e i 20 miliardi di dollari, siano pagati dal governo messicano.

Il presidente iracheno, Haider al-Abadi, gli ha risposto che quel greggio appartiene agli iracheni. Ma oggi sarà a Washington, invitato da Trump, e cercherà di capire cosa passa davvero nella testa del presidente americano, se quando ha detto che vuole prendersi il petrolio scherzasse o facesse sul serio. Da quanto si è visto sinora, Trump non ha molta voglia di scherzare. Un accordo conveniente per tutti, ma soprattutto per gli americani, è la soluzione più probabile.