In Africa inizia la “stagione del taglio”, la mutilazione genitale a decine di bimbe

By | 12/08/2017
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Per molte ragazze africane l’arrivo dell’estate non coincide con la fine della scuola ma con l’inizio di un trauma che le accompagnerà tutta la vita. In Guinea, Nigeria o Somalia, nei mesi estivi comincia quella che gli abitanti locali chiamano “la stagione del taglio”, la mutilazione genitale femminile a decine di adolescenti e bambine. Una violazione dei diritti umani delle ragazze e delle donne riconosciuta a livello internazionale che continua ad essere praticata non solo in Africa ma anche in tanti altri Paesi del mondo. Sono almeno 200 milioni le bambine e donne sottoposte a questo rito crudele. Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la maggior parte di loro vive in Africa, Medio Oriente e Asia, ma la mutilazione genitale femminile (Fgm) viene praticata anche in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, dove queste popolazione sono emigrate. Per ragioni ancora difficili da estirpare, senza che ci sia nessun beneficio per la loro salute, i corpi femminili vengono privati della loro sessualità. Una “preoccupazione globale”, come la definisce la stessa Organizzazione mondiale della sanità.

Cos’è la Mutilazione genitale femminile?

Secondo la definizione che ne dà l’Oms, la mutilazione genitale femminile “comprende tutte le procedure che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni e il danneggiamento di tessuti genitali femminili sani e normali senza nessun motivo medico”. Con l’infibulazione la vagina della bambina viene chiusa a metà circa delle grandi labbra, lasciando solo un foro per l’urina e uno per il flusso mestruale. Al momento del matrimonio la cicatrice sarà tagliata, per permettere il rapporto sessuale e il parto. A seconda delle tradizioni, possono essere asportati anche il clitoride, le piccole labbra e parte delle grandi. L’infibulazione in passato – ma ancor oggi nelle zone meno civilizzate – era praticata senza nessun tipo di anestetico. Una pratica che danneggia irrimediabilmente i corpi delle ragazze, infliggendo loro un dolore lancinante: una vera e propria tortura che in alcuni casi può portare anche alla morte. Un trauma emotivo che durerà per tutta la vita.

In Somalia quasi tutte le donne subiscono mutilazioni genitali
Secondo i dati diffusi dall’Unicef, delle 200 milioni di donne che hanno subito questa violazione del loro corpo, più della metà vivono in tre Paesi: Egitto, Etiopia e Indonesia. La pratica è quasi universale a Gibuti, Guinea e Somalia. In base ad sondaggio realizzato nel 2011, circa il 98 per cento delle donne e delle ragazze somale hanno subito una qualche forma di mutilazione genitale femminile

Asha Ali Ibrahim è una donna somala di 41 anni. Dal 1997 ha realizzato migliaia di mutilazioni genitali. Anche sua nipote quest’estate passerà per questa pratica crudele. Sono bambine tra i 7 e i 10 anni, ma Ibrahim dice che le ragazze portate dall’estero – specialmente dagli Stati Uniti e dall’Europa – sono di solito più grandi, tra i 12 ei 14 anni. “È un po’ più complicato eseguire la procedura su tessuti più maturi – ha affermato la donna – anche perché le ragazze di questa età si dimenano di più rispetto a quelle più giovani”. Ibrahim si mostra convinta della necessità di migliorare la sicurezza con cui vengono realizzate le mutilazioni genitali. Usa una lametta, una piccola bottiglia di lidocaina (un anestetico locale), siringhe usa e getta, una polvere fatta di erbe, penicillina per prevenire l’infezione e del filo bianco per cucire le ragazze dopo il taglio. In più di un’occasione ci sono state delle complicazioni e le sue “pazienti” sono state condotte in fretta in ospedale a seguito di emorragie dovute alle mutilazioni. Ciò nonostante, Ibrahim è orgogliosa del suo lavoro in quanto lo ritiene un’importante pratica culturale.

Perché viene praticata?
In molti Paesi in cui viene eseguita, la mutilazione genitale femminile è una norma sociale profondamente radicata nella disuguaglianza di genere. In alcuni casi è vista come un rito di passaggio per diventare donna, mentre altri la vedono come un modo per sopprimere la sessualità femminile. Molte comunità praticano la mutilazione genitale nella convinzione che garantirà la verginità prima del matrimonio e la fedeltà della futura sposa e quindi l’onore familiare. Sebbene le credenze religiose vengano utilizzate per giustificare questa violenza ai corpi delle donne, non esiste nessun precetto o credo che la preveda. Tuttavia, più della metà delle ragazze e delle donne in quattro dei 14 paesi dove i dati sono disponibili la considerano come un requisito religioso. Sebbene questa pratica venga spesso associata all’Islam, in quanto realizzata in molti Paesi musulmani, è comune anche tra alcuni cristiani ed ebrei etiopi e anche fra i seguaci delle religioni tradizionali africane. La mutilazione genitale femminile, quindi, è una pratica culturale piuttosto che religiosa.

I rischi per la salute
Le complicazioni immediate della Fgm possono includere: dolore intenso, eccessivo sanguinamento (emorragia), gonfiore del tessuto genitale, febbre, infezioni, problemi urina e lesioni al tessuto genitale circostante e in alcuni casi anche la morte. Ma è quando la ferita si rimargina che le problematiche diventano croniche, con conseguenze importanti soprattutto per la salute materna. Alcuni esempi sono le fistole, l’infertilità e l’incapacità di partorire naturalmente, cosa che può provocare complicazioni ostetriche e anche la morte dei neonati. Le donne che hanno subito il taglio non possono avere relazioni sessuali normali ed il dolore durante il sesso è per loro, purtroppo, una cosa normale. A tutto questo vanno aggiunti i problemi psicologici come depressione, ansia, disturbi da stress post-traumatico e in generale una bassa autostima.

La battaglia contro la mutilazione genitale femminile
Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) assieme a Unifef ha lanciato nel 2008 un programma per porre fine alle mutilazioni genitali delle donne.  Da allora, 13 paesi hanno approvato leggi che vietano la Fgm e le agenzie delle Nazioni Unite hanno fornito l’accesso ai servizi di prevenzione, protezione e trattamento a più di 700mila donne e ragazze. “Qualunque forma assumano, le mutilazioni genitali femminili violano sempre i diritti delle bambine, delle ragazze e delle donne. Tutti – governi, operatori sanitari, leader comunitari e famiglie – devono accelerare gli sforzi per eliminare definitivamente queste pratiche”, ha affermato Geeta Rao Gupta, l’ex vicedirettrice dell’Unicef. “I governi devono intensificare il loro impegno per proteggere i diritti di milioni di ragazze e donne”, ha aggiunto Gupta. L’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili è inclusa fra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, approvati dall’Assemblea Generale dell’ONU il 25 settembre 2015, e dovranno essere raggiunti entro il 2030. Amref, da 60 anni la più grande organizzazione sanitaria africana che opera nel continente, ha lanciato l’anno scorso la campagna “Stop the cut” – Fermiamo il taglio. Sensibilizzazione nelle comunità africane attraverso la radio, testimonianze di chi è salvo grazie ai Riti di Passaggio Alternativi e un appello alla Sierra Leone che non ha ancora dichiarato illegali le mutilazioni genitali.

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