Video Highlights Juventus – Porto 1-0: Sintesi, gol e moviola

By | 15/03/2017
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Sarà di sicuro più emozionante l’estrazione dell’avversario dall’urna di Nyon, che venerdì segnerà il destino della Juventus in Champions League, ma intanto i bianconeri accedono al club delle otto squadre più forti d’Europa. E vale la pena ricordarlo, appuntarselo e ribadirlo in tempi in cui le opinioni si shakerano troppo facilmente con i fatti, ubriacando discorsi e ragionamenti. Il Porto non rimonta, il Porto d’altra parte non è il Barcellona, ma pur sempre quella squadra che ha rifilato tre pere alla Roma all’Olimpico: era agosto – per carità – e nel calcio non vale la proprietà transitiva, tuttavia anche questo è un altro piccolo fatto di cui tenere conto. E poi, la crescita nel lungo periodo di una squadra si misura con la sua stabile permanenza nell’élite europea, che fornisce i soldi necessari a ingaggiare nuovi campioni e il prestigio ad attirarli: il vero senso del passaggio ai quarti di finale di Champions League è questo. E non è poco.

Non è una Juventus esaltante, troppo condizionata dall’atteggiamento difensivo del Porto e dalla saggia strategia di non rischiare nulla. Controlla senza strafare, lascia solo qualche spiraglio agli avversari, va in vantaggio e da lì in poi uccide la partita con un cinismo da grande. Considerando che siamo a marzo e ci sono tre fronti aperti (domenica trasferta insidiosa a Genova contro la Samp, tanto per dire), sprecare energie sarebbe stato da sboroni e Allegri non è proprio il tipo. Certo, il fatto che in attacco si siano rivisti disagi già vissuti venerdì contro il Milan (errori di precisione, sbavature nell’ultimo passaggio, un po’ di confusione e pasticci assortiti) è un segnale che non sarà sfuggito al tecnico, ma far suonare l’allarme è forse eccessivo, anche perché si ha la sensazione che quando la Juventus voglia fare gol, ci riesca, accelerando e aumentando la cattiveria. Il dilemma, semmai, è sulla durata del “momento di intensità”: se con il Porto possono bastare una decina di minuti, contro un Bayern Monaco ne servono 95′ (sia all’andata che al ritorno) e per ora non si ha la controprova che la Juventus possa garantirli. Ma intanto è l’unica squadra che arriva ai quarti senza aver subito un gol: un dettaglio importante, un messaggio lanciato alle grandi d’Europa, più spettacolari davanti, ma forse troppo generose dietro.

Detto ciò, Juventus-Porto non è una partita esaltante. Colpa del Porto tra le cui fila non tira aria di “remuntada” quanto più di “limitada” (di danni): tutti dietro, con due linee difensive serrate in modo compatto a “difendere” lo 0-2 dell’andata, concedendosi solo occasionali e sporadici contropiede. Di fronte a un simile atteggiamento la Juventus va – giustamente – in risparmio energetico, diminuendo la luminosità della manovra offensiva. Resta quindi spazio per prelibatezze tecniche inventate dai singoli, come Dybala che si segnala per vivacità sulla trequarti e imprecisione nell’ultimo tocco. Si procede a fiammate, con una crescente pressione da parte della Juventus che sfocia nel rigore, arrivato al culmine di una fase di maggiore intensità bianconera, immediatamente critica per la difesa del Porto. La parata acrobatica di Maxi Pereira sul tiro di Higuain, inevitabilmente destinato a infilarsi alle spalle di un Casillas battuto, è un gesto eccentrico, che il rumeno Hategan punisce – da implacabile regolamento – con penalty e rosso. Avesse fischiato la fine sarebbe stato lo stesso. Dybala, sempre più gelido sui palloni che contano, trasforma e si ha la netta sensazione che al minuto 42 del primo tempo la Juventus inizi a fantasticare sul sorteggio dei quarti e il Porto sulla sfida con il Setubal di domenica prossima.

La ripresa è infatti una vetrinetta nella quale Allegri espone un pimpante Pjaca (bisognoso, come già gli è accaduto venerdì contro il Milan, di una maggiore fortuna e lucidità al momento del tiro) e la solita accanita ricerca del gol da parte di Higuain, servito quasi sempre in modo sporco. Del resto Alex Sandro si concede una partita “normale” e Dani Alves è molto meno ficcante che nelle sue estrose esibizioni social. Mandzukic, stavolta meno ala e più centravanti, si conferma prezioso in modi differenti. Insomma, abbiamo ascoltato del fado più frizzante dei secondi quarantacinque minuti di Juventus-Porto. Ma la squadra di Allegri torna ai quarti di finale, accomodandosi di nuovo in quel salotto dove ci si distribuisce gloria e, soprattutto, ricchezza che rischia di aumentare il gap con il resto d’Italia.

Dopo Napoli e Milan, altra rete pesantissima  L’argentino ormai è un trascinatore bianconero

Soltanto palloni pesanti per Paulo Dybala. Ma il ragazzino non si scansa, possiede la leggerezza e insieme la freddezza indispensabile per tirare dal dischetto e trascinare la Juventus ai quarti di Champions League, al pari delle altre favorite Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco. Bianconeri nell’Olimpo per mano di questo 23enne cresciuto in fretta, che non conosce complessi di inferiorità perché è consapevole dei suoi mezzi e del suo talento, confermando anche ieri sera contro il Porto di saper accendere emozioni e dare spettacolo in una partita a tratti spenta.

Dopo il rigore al Milan, Dybala trafigge pure il Porto dagli undici metri. La maledizione ormai è alle spalle, come le lacrime di Doha in Supercoppa, il punto più basso della sua avventura in bianconero per quell’errore fatale dal dischetto. Ora c’è spazio soltanto per la gioia e l’esultanza, con la sua solita “maschera”. Quella di dicembre è stata una lezione severa ma è servita a far maturare il ragazzo: ha imparato dai proprio sbagli, ha lavorato sui tiri, ci ha messo impegno e sudore, e adesso sta diventando infallibile sui rigori.
Venerdì si è inchinato Gigio Donnarumma, ieri nientemeno che un pluricampione come Iker Casillas, recordman di presenze in Champions, completamente spiazzato dalla Joya. Stesso Stadium, porte diverse: sotto la curva Sud è salito l’urlo del popolo bianconero. Vabbé che il risultato dell’andata avvantaggiava i padroni di casa, ma il sigillo di Dybala ha certificato come la Juventus non abbia voluto cullarsi su quello 0-2, ma dimostrare la sua forza anche in campo europeo e la capacità di far sua la partita.

E il rigore consacra anche il giovane attaccante argentino che si affaccia per la prima volta ai quarti di Champions, un palcoscenico internazionale sul quale vuole diventare protagonista in pianta stabile, non semplice comparsa. Il gol, il terzo in Champions, lo conferma cecchino pure in Europa: dopo essere stato decisivo in Italia, sta cominciando a diventarlo pure nelle Coppe. L’anno scorso la corsa sua e della Juventus si è fermata negli ottavi a Monaco, contro il Bayern, adesso il cammino continua, la strada verso Cardiff è ancora lastricata di ostacoli ma la Joya ha grinta e ferocia per portare la squadra in finale. E’ più di un sogno, perché quelli poi si infrangono di fronte alla realtà: per Dybala vincere la Champions è un obiettivo concreto, da fuoriclasse qual è.
Un campione che è diventato anche leader per quelle parole da juventino vero pronunciate nella notte contro il Milan. Un talento che il popolo dello Stadium ha voluto omaggiare con una standing ovation quando Massimiliano Allegri lo ha sostituito nel finale: l’applausometro ha certificato che era dai tempi di Alessandro Del Piero che non si sentiva così alto il battere di mani.

E dopo la pausa per gli impegni delle Nazionali, arriverà pure il rinnovo di contratto che legherà Dybala alla Juventus fino al 2021, con buona pace di Barcellona e Real Madrid che avrebbero voluto mettere le mani sul talento bianconero. Firma e ingaggio da top player, sette milioni a stagione di stipendio compresi i bonus, quasi alla pari con Gonzalo Higuain.

Gonzalo Higuain se ne va di forza dalla marcatura di André André, che non riesce a fermarlo nemmeno con un fallo

Real? Barcellona? Bayern? Macché: la squadra che il capitano Gigi Buffon non vorrebbe proprio incontrare in questi quarti è il Leicester. «Vorrei evitarlo, sì. Perché è una squadra pericolosa, che ha entusiasmo e ha le armi per fare male alle squadre che vogliono fare la partita. E’ l’unica che non vorrei, perché non ha nulla da perdere». Insomma, la Juve ormai è cresciuta e se la gioca alla pari con le grandi del calcio europeo come Barça, Real e Bayern, ma è la wild card a fare paura, la cenerentola del calcio che è carica di entusiasmo. Ancora Buffon: «Noi sicuramente siamo migliorati tanto, con il Porto non era facile: hanno avuto tre occasioni con l’uomo in meno, questo ci fa capire che livelli ci sono a questo punto del torneo. Ma noi abbiamo acquisito consapevolezza: era l’obiettivo che ci eravamo prefissati quasi cinque anni fa, quando è iniziato questo bellissimo percorso. La Juve deve stare sempre nella “Top 8” ogni volta che gioca la Champions, è questo il nostro livello: da qui in poi, se andiamo per dieci volte di fila tra le migliori otto probabilmente poi una volta capita anche di vincere».

Ed è certamente quello che si aspetta anche Gonzalo Higuain, ieri sera generoso e volitivo ma sfortunato: la serata del Pipita non è andata esattamente come avrebbe sperato, ma di certo non è una prestazione da buttare, anzi. Il bomber argentino ha cambiato modo di giocare, sostenendo molto la squadra e mettendosi al servizio dei compagni, anche con tocchi e assist per mandarli in rete. Qualche imprecisione di troppo sotto porta – come al 66′ quando tira largo anche se di poco – ma di certo non ha lui tutte le colpe: è servito poco e purtroppo spesso male, costretto a rincorrere palloni e ad aggiustare traiettorie. Certo non è facile segnare così, ma non è nemmeno facile essere precisi con una difesa come quella del Porto, compatta ed estremamente difficile da penetrare. Così il Pipita si sacrifica e aspetta i quarti. Ad attenderlo ci sarà una tra Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco: quale si scoprirà con il sorteggio di venerdì – e potrebbe anche essere il Leicester. Una bella sfida avvincente per un campione come lui, mai pago e sempre assetato di gol. Ci sarà tempo e modo per tornare a segnare anche in Champions League, Higuain attende e nel frattempo aiuta i compagni. Proprio come ha imparato a fare anche Mario Mandzukic, che ormai non segna più da tempo, ma è diventato un assistman indispensabile, difensore all’occorrenza e recupera palloni nella maggior parte dei casi. Entrambi ieri sera hanno avuto diverse occasioni gustose, tutte sbagliate per pochi centimetri: delusione personale tanta, ma soddisfazione di squadra enorme. Specialmente se si pensa che la Juve è l’unico team che negli ottavi di Champions non ha subìto gol: merito di una difesa stratosferica, che ieri sera aveva tra le sue fila la “novità” Benatia, che aiuta i bianconeri ad inanellare la ventesima vittoria casalinga in 20 gare disputate in Europa. Con due così davanti e con un Dybala che non sbaglia un colpo dal dischetto Allegri non può davvero sperare in meglio. Anzi forse sì, magari sognando un golazo del Pipita, come solo lui sa fare. Il tempo c’è, basta saper aspettare senza farsi corrodere dall’impazienza.

Tifosi portoghesi

Intanto, per la loro ultima trasferta europea, alcuni dei duemila tifosi portoghesi arrivati a Torino hanno voluto dare un po’ di “spettacolo” prima della partita andando davanti alla sede della Juventus in corso Galileo Ferraris e palleggiando in mezzo alla strada tra cori e petardi: tanto rumore ma nessun atto grave o danni, solo qualche bottiglia rotta. La situazione dopo mezzora è stata riportata alla normalità dalla Digos, che ha accompagnato gli “allegri” ultras fino al punto di ritrovo al Parco del Valentino.