Olio del tonno in mare: un sardo inveisce contro la turista maleducata (Video virale sul web)

By | 24/07/2017
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Un gesto davvero infelice quello di una turista in Sardegna.  Qualche giorno fa, una turista in vacanza a Porto Pino, località sarda in provincia di Carbonia Iglesias, ha preparato un’insalata di riso sotto l’ombrellone. Ha aggiunto i vari ingredienti, pomodori, lattuga, mais e tonno. Ma poco prima di consumare il pranzo la signora si è alzata, ha camminato lungo la spiaggia, si è diretta verso il mare, ha versato l’olio residuo contenuto nella scatoletta di tonno appena aperta in acqua seppellito la scatoletta sporca nella sabbia.

Il tutto sotto gli occhi dei figli e dei bagnanti presenti. Un po’ troppo per uno di loro, un bagnante sardo che ha così deciso di intervenire e di dare una lezione alla signora dal marcato accento del Nord in vacanza sulle candide spiagge dell’isola: “Di turisti così non ne abbiamo bisogno, ha capito? Abbiamo bisogno di turisti rispettosi dell’ambiente… Cosa sta insegnando ai suoi figli?”, grida l’uomo in un filmato girato il 20 luglio scorso e ora diventato virale.

A riprendere la discussione, la fotografa Milena Porcu, che nella didascalia del video pubblicato sulla sua pagina Facebook spiega: “Oggi in spiaggia c’è stata una turista che ha vuotato l’olio del tonno nel nostro splendido mare ed ha sotterrato le scatolette nella sabbia. Un signore è stato attento e l’ha voluta umiliare. Non ho potuto filmare il tutto perché è durato più di un’ora, ma al termine – racconta – tutti i presenti in spiaggia si sono alzati con un grande applauso“.

L’inquinamento
Con il termine di inquinamento si intende una modificazione delle caratteristiche naturali di un ecosistema, causata in genere da attività umane, che provoca effetti dannosi sugli organismi, sulla salute dell’uomo o sulle risorse naturali in senso lato.
La costruzione di moli e dighe o il dragaggio del fondo non vengono generalmente considerati come tipi di inquinamento anche se possono sicuramente influire negativamente sull’ecologia della fascia costiera. Allo stesso modo la pesca distruttiva, con mezzi leciti o non, può determinare anch’essa forme di degrado e danni ingenti alle risorse biologiche.
Il termine è quindi quanto mai generico e comprende molti tipi di inquinamento.
Esistono inoltre casi nei quali le alterazioni dell’ambiente sono dovute a cause naturali, come il riscaldamento delle acquee dovuto a fenomeni di vulcanesimo o la diminuzione dell’ossigeno per l’accumulo e la decomposizione di vegetazione in zone di scarso ricambio.
In tutti i casi di inquinamento possiamo individuare delle sorgenti (i produttori) e dei recettori.
Gli effetti sui recettori sono differenti a seconda della concentrazione delle sostanze inquinanti e dei tempi di esposizione che possono essere brevi (secondiminuti), medi (ore-giorni) o lunghi (mesi-anni).
Gli organismi quindi reagiscono in vario modo in rapporto al tipo e all’intensità del disturbo.
La definizione ufficiale dell’O.N.U di inquinamento marino consiste “nell’introduzione diretta o indiretta da parte dell’uomo nell’ambiente marino di sostanze o di energie capaci di produrre effetti negativi sulle risorse biologiche, sulla salute umana, sulle attività marittime e sulla qualità delle acque”.
Le alterazioni che le attività umane possono apportare all’ambiente marino sono molteplici.
1) In alto: fumi che escono da alcune ciminiere.
2) In basso: un’immagine di una chiazza di rifiuti e materiali naturali (foglie di alberi e di posidonia) in mare.
Secondo alcuni studiosi si possono distinguere quattro tipi di alterazioni:
1) L’introduzione o immissione, ad opera dell’uomo, di sostanze tossiche direttamente in mare o attraverso i fiumi.
2) La rimozione cioè lo sfruttamento delle risorse biologiche (pesca) e non, come il prelievo d’acqua per il raffreddamento di centrali elettriche o altri impianti, i prelievi di minerali o idrocarburi, i dragaggi ecc
3) Il cambiamento ovvero la modifica dell’ambiente geofisico con opere a mare di vario tipo (moli, porti, strutture per allevamenti) che possono determinare conseguenze negative per i litorali sabbiosi, in seguito all’alterazione delle correnti, o per le biocenosi.
4) Il mescolamento, con il quale si intende l’introduzione di specie da una regione geografica all’altra a causa dell’acquacoltura, delle acque di zavorra (ballast water) rilasciate in mare da navi da trasporto o a causa dell’apertura di barriere naturali, come il taglio di istmi (es. Suez e Panama che hanno modificato le biocenosi preesistenti).

Inquinamento Cronico e Acuto
Come detto gli effetti che alcune sostanze tossiche provocano sugli organismi dipendono in larga parte dai tempi di esposizione e dalla concentrazione delle sostanze inquinanti stesse.
Immaginiamo una grossa industria che ogni giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, scarichi in mare una sostanza tossica.
Le quantità di sostanza possono essere minime ogni volta ma queste, piano piano, si accumulano sul fondale, nei sedimenti e negli organismi che vivono in prossimità degli scarichi. Molti di questi organismi cominceranno ad avere problemi sempre più gravi fino a quando, quelli più deboli, che si possono adattare meno facilmente alle nuove condizioni, o che non possono spostarsi in altre zone, cominceranno a scomparire per lasciare spazio a quelli più resistenti.
Per quanto tempo si registreranno gli effetti negativi di questo tipo di inquinamento? I danni saranno evidenti per tutti o solo pochi se ne renderanno conto? E quanto tempo ci vorrà per bonificare la zona interessata?
Ora immaginiamo una nave che trasporta una grossa quantità della stessa sostanza e che improvvisamente per qualche ragione ha un’avaria che provoca lo sversamento in mare di tonnellate della sostanza inquinante.
La televisione ne parlerà sicuramente; tutti per qualche giorno sapranno che è avvenuto questo incidente. La sostanza riversata in breve tempo si disperderà e si diluirà nella zona dell’incidente e gli organismi colpiti saranno tutti quelli che vivono nella zona, che probabilmente non saranno in grado di sopravvivere vista la concentrazione così alta della sostanza.
Quanto tempo dureranno gli effetti di questo secondo tipo di inquinamento?
Questi esempi sono utili per capire la differenza tra un inquinamento cronico (come nel primo caso) e acuto (il secondo).
L’inquinamento ACUTO descrive il livello di concentrazione massimo raggiunto da un inquinante in un intervallo di tempo breve (1, 8 o 24 ore); è causato da episodi di grossa entità che avvengono in tempi e spazi ristretti. In genere si tratta di incidenti catastrofici e imprevedibili. Quando però si interviene tempestivamente, si riescono a ripristinare velocemente le condizioni di normalità. Le cause sono facilmente individuabili e gli effetti sono gravi ma transitori.

L’inquinamento CRONICO descrive invece il livello di concentrazione medio di un inquinante nel corso di un periodo di tempo sufficientemente lungo, tipicamente un anno. E’ causato da agenti più o meno costanti, i cui effetti si sommano nel tempo e determinano modifiche nell’ambiente anche significative. Il ripristino delle condizioni iniziali diventa molto più complicato e lungo.
Le principali fonti di inquinamento marino
Il mare rappresenta spesso il serbatoio nel quale vengono convogliati ed immessi i prodotti finali di molti processi e attività che sono sviluppate in città, in campagna (agricoltura) e nelle industrie.
Esistono pertanto molteplici fonti e cause di inquinamento delle acque marine che si possono brevemente schematizzare come segue.
Immissione di sostanze tossiche come prodotti chimici e metalli pesanti
Alcuni processi industriali hanno prodotti finali di lavorazione non degradabili (es. ioni metallici) che una volta giunti in mare vengono accumulati negli organismi provocando loro notevoli danni e arrivando a essere potenzialmente pericolosi anche per l’uomo.
Quando una sostanza tossica non degradabile viene immessa in mare, infatti, entra a far parte dei cicli vitali di numerosi organismi.
Così a partire dal fitoplancton fino ad arrivare ai grossi predatori, tali sostanze vengono accumulate in alcuni organi. Il problema maggiore è che spostandosi da un livello trofico all’altro, la quantità di sostanza tossica accumulata aumenta sempre di più; in questo modo gli organismi predatori al vertice delle catene alimentari di taglia maggiore (tonni, squali, delfini) sono anche i più “intossicati”. Questo fenomeno è detto bioaccumulo o biomagnificazione.
Vari regolamenti hanno posto termine alla maggior parte di scarichi di sostanze pericolose nei fiumi e nel mare.
I problemi persistenti dipendono, da un lato, dal mancato rispetto della normativa e, dall’altro, dal peso del passato,
dato che nei sedimenti marini si concentrano ancora metalli pesanti e residui di sostanze chimiche oggi vietate (pesticidi organoclorati). L’inquinamento chimico dei mari da parte dell’uomo riguarda un elevato numero di sostanze differenti. Sono circa 63 mila i composti chimici impiegati in tutto il mondo. Ogni anno, inoltre, mille nuove sostanze di sintesi vengono immesse sul mercato. Almeno 4500 dei composti impiegati sono altamente pericolosi.
Alcune di queste sostanze, conosciute come inquinanti organici persistenti [POP], non si decompongono e tendono ad accumularsi nei tessuti degli organismi viventi, alterandone il sistema ormonale, causando tumori, disfunzioni del sistema riproduttivo e alterazioni del sistema immunitario e interferendo con il normale processo di crescita degli esemplari giovani.
I POP possono anche essere trasportati a grande distanza nell’atmosfera e depositarsi nelle regioni più fredde.
Gli Inuit del polo Nord, che vivono a grande distanza dalle fonti di emissione di queste sostanze tossiche, sono tra le popolazioni più contaminate al mondo, perché si nutrono di foche e pesce ricco di grasso, che accumulano più di altre specie le sostanze tossiche e le trasferiscono all’uomo.

Immissione di materiali e rifiuti solidi
Sabbie e ghiaie vengono talvolta utilizzate per il ripascimento delle spiagge per rallentare o prevenire l’erosione di alcune di esse. L’eccessivo scarico a mare di tali sedimenti determina talvolta un aumento della torbidità delle acque a danno di tutti gli organismi che hanno bisogno di luce per vivere, prima fra tutte Posidonia oceanica.
Inoltre tutti i materiali non biodegradabili che vengono scaricati in mare, più o meno accidentalmente (sacchetti di plastica, polistirolo, spazzatura di vario genere ma anche reti e lenze abbandonate), rimangono a lungo integri e vengono successivamente trasportati dalle correnti lungo le coste o in mare aperto.
Lungo le coste provocano danni agli organismi marini sessili che vengono ricoperti e danneggiati, e sulle spiagge creano un evidente impatto negativo dal punto di vista igienico e visivo.
In mare aperto queste possono comportare un pericolo per alcuni animali che rischiano di rimanere accidentalmente impigliati in reti abbandonate o di ingerire rifiuti scambiandoli per prede. Le tartarughe marine, ad esempio, nutrendosi di plancton, scambiano talvolta sacchetti abbandonati per cibo e muoiono soffocate in seguito alla loro ingestione.
L’eutrofizzazione
Consiste nell’aumento di sali nutritivi (nitriti, nitrati e fosfati che sono alcuni dei sali che globalmente contribuiscono alla salinità dell’acqua di mare) e di sostanza organica, che determinano uno sviluppo eccessivo di alghe seguito, molto spesso, da una diminuzione della quantità di ossigeno disciolto (distrofia).
È determinata da apporti eccessivi di detersivi e scarichi fognari ed è tipico di zone poco profonde e bacini chiusi con scarso ricambio di acqua.
Un apporto eccessivo di sostanze nutritive dai fiumi, dalle acque dei ruscelli e dagli scarichi provoca una proliferazione della flora acquatica che consuma l’ossigeno disciolto, mettendo in pericolo la vita presente nel corpo idrico.
Questo fenomeno è all’origine delle maree rosse, verdi o marroni. Cause principali di questo apporto di nutrimenti sono l’agricoltura intensiva e il suo ricorso sistematico ai fertilizzanti naturali o chimici, nonché gli insediamenti urbani che non procedono al trattamento delle rispettive acque reflue.
Inquinamento termico
L’acqua di mare viene talvolta prelevata per raffreddare impianti industriali e viene scaricata in mare ad una temperatura superiore; tale aumento determina una profonda modificazione nelle specie marine presenti nel tratto di mare interessato dal fenomeno, favorendo lo sviluppo di gruppi più termofili.

Gli scarichi accidentali di petrolio
Gli incidenti che avvengono durante il trasporto o l’estrazione di petrolio sono un’altra tra le maggiori cause di inquinamento e danno per organismi che vivono lungo le coste.
Quando si verifica uno sversamento i primi interventi consistono nel cercare di circondare con barriere galleggianti la chiazza di petrolio che si forma in superficie e cercare di recuperarne il più possibile prima che raggiunga le coste. Purtroppo tali manovre non sono sempre fattibili; in caso di mare agitato, ad esempio, non è possibile intervenire tempestivamente.
Tra gli organismi più colpiti in questo caso vi sono gli uccelli che ricoprendosi di sostanze oleose non sono più in grado di volare.
Purtroppo, la normativa sulla sicurezza marittima in costante evoluzione non riuscirà mai ad azzerare totalmente il rischio di incidenti. Attualmente, inoltre, si profila un altro rischio: le piattaforme petrolifere si moltiplicano nel Mare del Nord, aumentando i rischi di incidenti petroliferi.
La più visibile e familiare forma di inquinamento del mare è quella legata agli sversamenti di petrolio dalle petroliere, tipico esempio di inquinamento acuto. In realtà però non vi sono solo gli effetti a breve termine. A distanza di 15 anni dall’incidente alla Exxon Valdez, avvenuto in Alaska nel 1989, ad esempio, sono ancora rilevabili in quella zona tracce di petrolio. La Prestige, che naufragò al largo delle coste spagnole nel 2002, ha causato perdite economiche ingenti, danneggiando gravemente anche la pesca locale.

L’inquinamento causato dallo scarico intenzionale di idrocarburi eseguito da capitani poco scrupolosi per pulire le cisterne, sebbene meno spettacolare delle maree nere è molto diffuso e altrettanto inquietante. Secondo alcuni studi la quantità di petrolio così rilasciata sarebbe addirittura di gran lunga superiore a quella di una marea nera di proporzioni rilevanti.
Il problema consiste nella difficoltà, da un lato, di individuare i trasgressori e, dall’altro, di portare a buon fine le azioni legali.
Le scorie radioattive sommerse
Si tratta di un settore poco conosciuto.
Quale può essere l’impatto sull’ambiente marino di un aumento della radioattività in seguito a falle nell’involucro di cemento che circonda i rifiuti altrimenti immersi nel mare?
Anche il normale funzionamento delle centrali nucleari ha una sua ricaduta in termini di inquinamento dei mari; ne sono esempio i due impianti di riprocessamento delle scorie radioattive che si trovano in Francia, a La Hague, e in Inghilterra, a Sellafield.
Gli scarichi di questi due impianti hanno contaminato le zone marine circostanti al punto che è possibile trovare tracce radioattive in alghe contaminate lungo le coste della Norvegia e della Groenlandia occidentale.
La contaminazione radioattiva dei mari è stata determinata anche da esperimenti nucleari come come quelli nell’atollo di Bikini iniziati nel 1946 nel Pacifico del Nord; ancora oggi queste isole non sono abitate, nonostante i numerosi interventi di bonifica, a causa degli alti livelli di radioattività ancora registrati in piante e animali locali.
L’inquinamento biologico e l’introduzione di specie alloctone.
All’origine di questo tipo di inquinamento vi è una cattiva gestione dei rifiuti naturali, umani e animali. Una parte del problema affonda le sue radici nell’entroterra costiero dove gli insediamenti urbani non trattano le loro acque reflue e i pascoli lungo i fiumi. Questo inquinamento minaccia principalmente la salute dei bagnanti e degli amanti degli sport nautici. L’applicazione rigorosa della normativa sulle acque di balneazione e sulla gestione delle acque reflue sarebbe sufficiente a ridurre questo rischio. Negli ultimi secoli, inoltre, l’immissione e la traslocazione di specie da un paese all’altro sono diventati fenomeni sempre più ricorrenti. Entrambi i processi fanno capo all’introduzione di specie alloctone in una determinata area. I problemi derivanti da tale introduzione sono principalmente dovuti al fatto che nel momento in cui una specie esotica si insedia in un nuovo territorio, in tale area non sussistono le condizioni che generalmente regolano e limitano la demografia di tale specie (per esempio, potrebbero essere assenti i predatori naturali di questa specie). Queste condizioni “favorevoli” portano talvolta ad un’espansione incontrollata della specie aliena, creando grandi problemi per le specie endemiche del territorio in cui è avvenuta la traslocazione e/o l’immissione. L’introduzione di specie esotiche è infatti considerata la seconda più grave minaccia alla perdita di biodiversità, dopo la distruzione degli habitat.
E’ per questa ragione che negli ultimi anni si pone molta attenzione al riguardo, e la gestione delle specie alloctone è centrale nella conservazione della biodiversità.
Acquacoltura
L’acquacoltura è una pratica millenaria, utilizzata dalle comunità rurali per integrare la produzione di proteine animali.
In generale, il termine acquacoltura si riferisce ad una produzione in qualche modo controllata e come tale distinta dalla raccolta o pesca di organismi che vivono in acqua sia marina sia dolce. Per questo il termine può riferirsi all’allevamento di pesci (piscicoltura), di molluschi (mitilicoltura, ostreicoltura e venerupicoltura), di crostacei (gambericoltura) e piante (molte specie di alghe marine sono coltivate sia per l’alimentazione umana diretta, sia per la produzione industriale).
In acquacoltura si possono distinguere tre forme di allevamento: estensivo, semintensivo ed
intensivo.
Si può definire estensivo un allevamento nel quale l’alimento è totalmente desunto dall’ambiente. In alcune zone era e continua a essere pratica comune utilizzare piccoli bacini d’acqua dolce concentrandovi alcune specie commestibili di pesci, talvolta nutriti in parte con scarti dell’alimentazione umana. Allevamenti di questo tipo, in genere, prevedono solo quello che tecnicamente è chiamato un “ingrasso” del pesce, di cui non si controlla l’intero ciclo vitale: ad esempio, non si controlla la riproduzione, ma si catturano gli esemplari giovanili che vengono appunto messi ad “ingrassare” in un ambiente protetto dai predatori.
L’allevamento semintensivo implica la somministrazione, come supplemento alla prevalente assunzione di cibo naturale, di alimento secco prodotto da aziende mangimistiche. Il termine semintensivo fa riferimento alla bassa densità di allevamento della specie.
Intensivo è l’allevamento totalmente dipendente da alimentazione artificiale condotto in vasche o gabbie ad elevata densità.
La crisi dell’industria della pesca mondiale, che dopo una crescita esplosiva nel secondo dopoguerra è di fatto collassata già a partire dagli anni ‘80, ha portato sull’acquacoltura interessi di grossi gruppi industriali.
L’acquacoltura è pertanto una delle attività a più rapida crescita nel panorama delle produzioni agro-alimentari.
In Italia le produzioni di pesci e molluschi da allevamento sono costantemente aumentate negli ultimi anni. Oltre al consolidamento della molluschicoltura e della troticoltura, già forti prima della “esplosione” dell’acquacoltura moderna, si è assistito anche ad una crescita significativa della piscicoltura mediterranea. Benché molti siano gli organismi oggetto di tentativi di allevamento, a tutt’oggi in Italia la produzione marina economicamente significativa è sostenuta, nel settore ittico, da anguilla, orata, spigola e mugilidi; per i molluschi da mitili, vongole veraci ed ostriche; per i crostacei da due specie di peneidi. L’allevamento di alghe, come la Gracilaria, è rimasto a livello sperimentale.
Fra i fattori che limitano oggi in Italia lo sviluppo dell’acquacoltura vi è la scarsa disponibilità di spazi a terra e le difficoltà nel reperire spazi in mare. Gli impianti di allevamento in mare rispondo meglio all’esigenza di rendere disponibili quantità elevate di prodotto di ottima qualità per il consumatore. Le moderne tecniche dell’allevamento prevedono l’uso di grandi gabbie galleggianti o sommerse poste lontano dalla costa al fine di utilizzare ambienti marini più aperti ed evitare l’influsso negativo degli scarichi provenienti dai depuratori.
L’acquacoltura ha contribuito al miglioramento della situazione socio-economica di numerose comunità costiere, generando occupazione e benessere. Inoltre il mercato si è orientato proprio su quelle specie allevabili che, per prime, erano state decimate dalla pesca industriale; in questo modo i danni e la pressione di pesca sulle specie selvatiche dovrebbero nel tempo diminuire.

Allo stesso tempo però per allevare un predatore, pesce o gambero che sia, ci vogliono altri pesci o comunque proteine. Il risultato è che per ottenere 1 chilogrammo di pesce di acquacoltura servono circa 4 chili di altri pesci, in funzione della specie allevata e del tipo di pesce che si trasforma in farina che serve da mangime. In altre parole, talvolta è possibile che l’acquacoltura contribuisca al depauperamento delle risorse ittiche e non aiuti a risolvere il problema della pesca eccessiva: ciò avviene particolarmente nell’allevamento di specie predatrici (quasi tutte quelle marine) che, per lo più, sono specie ad elevato valore aggiunto e, quindi, destinate ai mercati più ricchi del Nord America, Europa, Giappone. Il deficit di proteine di popolazioni rurali ed in via di sviluppo viene aiutato ad essere risolto con l’allevamento di specie prevalentemente d’acqua dolce ed erbivore (Tilapia, Carpa e mugilidi), che costituiscono, in termini quantitativi, oltre l’8o% delle produzioni mondiali.
Le condizioni di allevamento intensivo, infine, possono determinare l’insorgere di epidemie fra le popolazioni ittiche allevate, che vengono curate con l’uso di antibiotici o terapeutizzanti. Proprio per evitare un possibile inquinamento da “medicinali”, negli ultimi anni, è stata sviluppata
considerevolmente la pratica della vaccinazione che, per esempio in salmonicoltura, ha portato all’azzeramento quasi totale dell’uso di antibiotici.
In conclusione, da attività di sussistenza integrativa l’acquacoltura, come ogni altra pratica zootecnica, può trasformarsi, se gestita in modo scorretto e disordinato in un sistema che contribuisce alla distruzione dell’ambiente.
Lo sfruttamento eccessivo
delle risorse.
Alcune attività determinano, in mancanza o
inosservanza di regole, la rimozione di risorse (animali e non) in quantità significative ed irreversibili.
Una delle tecniche di pesca che provoca un impatto non trascurabile sull’ambiente marino è la pesca a strascico. Una rete a strascico è costituita da un sacco chiuso ad un’estremità e tenuto aperto, dall’altra, da due divergenti, strutture in legno e metallo. La rete trainata dall’imbarcazione, sfiora il fondo e raccoglie tutto quello che incontra sul suo cammino. La maglia del sacco, se di dimensioni troppo piccole, non lascia uscire i piccoli pesci determinando una distruzione totale degli stadi giovanili. È per questo motivo che non è possibile effettuare questo tipo di pesca sotto costa dove maggiore è la presenza di novellame.
La rete a strascico inoltre è un attrezzo di scarsissima selettività (cattura tutte le specie presenti sul fondo e in vicinanza di esso) con un elevatissima percentuale di scarto (in media il 42%).
Questo tipo di pesca è presente in tutti i litorali italiani, anche se è più praticata in Adriatico ove operano 2.107 barche, pari al 56% della flotta a strascico nazionale, e in Sicilia con 684 battelli (18% della flotta nazionale).
Le interazioni dirette riguardanti specie protette coinvolgono tartarughe come Caretta caretta, che viene ripetutamente pescata dalle paranze, alcune specie di cetacei, e organismi sessili che vivono sul fondo come il mollusco bivalve Pinna nobilis e la fanerogama marina Posidonia oceanica.
Un altro esempio di sfruttamento è rappresentato dallo shark finning ovvero l’amputazione delle pinne pettorali e dorsale di numerose specie di squali che per questo stanno diminuendo in maniera critica in molti oceani.
Nel menù di quasi tutti i ristoranti cinesi si può trovare infatti la zuppa di pinne di pescecane, considerata una vera prelibatezza. Si tratta di un antico piatto cinese oggi largamente diffuso in tutto il mondo. L’ingrediente base sono le pinne di squalo, delle quali vengono utilizzate le fibre di collagene presenti internamente, ottenute dopo una lunga preparazione che consta di diversi passaggi. Tali fibre hanno ben poco sapore e, più che altro, danno alla zuppa maggiore corposità; per questo devono essere aggiunti altri ingredienti, quali pollo, granchio e abalone. Un tempo la zuppa di pinne di pescecane era un piatto riservato alle classi più ricche a causa degli elevati costi di produzione. Non era infatti impresa facile procurarsi la materia prima in grandi quantità. Oggi i moderni metodi di pesca permettono di ottenere grandi quantità di squali in tempi ristretti.
Poiché le pinne hanno un valore molto più elevato di quello della carne del corpo, si è ampiamente diffuso il “finning”. È una pratica abominevole: non appena lo squalo viene issato a bordo del peschereccio, gli vengono tagliate le pinne quando ancora l’animale è vivo; quindi, così menomato, viene ributtato in mare. A quel punto lo squalo è destinato a morte sicura e, per di più, inutile, visto che tutta la carne del corpo va sprecata. Il motivo di questa assurdità è di natura puramente economica: per chi pratica questa pesca è più conveniente riempire le stive di sole pinne o lasciare il posto ad altro pesce di maggior valore economico, quale tonno e pesce spada, piuttosto che tenere i corpi degli squali, che sono sì commestibili ma ritenuti di scarso valore. Arrestare il commercio selvaggio di pinne di squalo non è semplice. Il miglioramento della qualità di vita in Cina ha fatto sì che un ampio spettro di persone possa oggi permettersi di consumare questo cibo un tempo esclusivo di pochi. La zuppa di pinne di pescecane è uno status symbol: in Cina è ritenuto quasi
indispensabile offrirla agli invitati nei banchetti e alle cerimonie. Il prezzo di questa delicatezza è mediamente altissimo e, in un ristorante di Hong Kong, si può spendere da 10 a 100 dollari a porzione. La produzione ed il commercio di pinne sono maggiori in Cina, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Giappone, ma i dati disponibili circa l’effettivo ammontare di questo mercato devono essere ritenuti ampiamente lacunosi e la richiesta del mercato seguita a crescere. Le specie di squali che vengono catturate sono tantissime, anche se vengono preferite quelle di grosse e medie dimensioni. In ragione dei loro delicati meccanismi riproduttivi, gli squali sono animali vulnerabili: impiegano diversi anni per
raggiungere la maturità sessuale, hanno lunga gestazione e generano un numero di piccoli per volta relativamente ridotto. Pressioni di pesca elevate possono quindi dare risultati disastrosi, come è drammaticamente evidenziato dalla massiccia diminuzione in numero di molte popolazioni di squali a livello mondiale. Il finning è attualmente proibito in Stati Uniti, Canada, Brasile, Australia e Oman.

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