Charlie non morirà a casa I genitori: ora un hospice ma è lite con l’ospedale

By | 27/07/2017
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Di rinvio in rinvio, per cercare di risanare la frattura irreparabile tra la famiglia di Charlie Gard e il Great Ormond Street Hospital, il giudice dell’Alta Corte Nicholas Francis ha dato tempo fino a oggi a mezzogiorno alle due parti per mettersi d’accordo sul più tragico dei capitoli: il luogo e i tempi in cui «lasciare andare» il bambino, secondo le parole della madre Connie Yates.

La famiglia, che inizialmente voleva che gli ultimi giorni del bambino fossero a casa, in quell’appartamento vicino all’aeroporto di Heathrow in cui ha vissuto appena due mesi del suo scarso anno di vita, ha accettato che Charlie venga trasportato in una clinica per malati terminali, un hospice, un tipo di struttura che può ospitare il bambino di notte. Il Great Ormond aveva fatto presente come Charlie, che è in terapia intensiva, abbia bisogno di un respiratore troppo grande per passare nella porta dell’appartamento dove vivono Connie e Chris Gard e come, anche in una clinica, abbia bisogno di un respiratore e di un team di medici.
Per evitare una «morte accidentale o disordinata», la soluzione migliore secondo l’ospedale è quella di tenerlo lì o trasferirlo in un hospice che rispetti alcune condizioni, tenendo conto che i genitori hanno chiesto un’altra settimana per poter dire addio al loro bambino e sono in disaccordo sui dettagli riguardanti le cure che Charlie riceverà nei suoi ultimi giorni. In mancanza di un accordo tra le due parti, il giudice Francis – lo stesso che ad aprile scorso decise che l’unica strada da percorrere, per una persona nelle condizioni

di Charlie, fosse quella di una morte dignitosa – ha dichiarato che sarà lui a stabilire le modalità dell’interruzione delle cure nell’hospice per il bambino e che tutti i dettagli verranno tenuti segreti per evitare che continuino le polemiche di questi giorni.
Gli stessi genitori, dopo il passo indietro fatto dal medico americano Michio Hirano secondo cui il bimbo è ormai incurabile, hanno rinunciato alla battaglia legale per trasferirlo negli Stati Uniti e sottoporlo ad una cura sperimentale. In quello che è un ennesimo momento di tensione altissima nei rapporti tra la famiglia e l’ospedale, le infermiere

che si occupano quotidianamente del piccolo al Great Ormond hanno dato la loro disponibilità ad stare accanto al bambino con turni di 12 ore durante i loro giorni liberi mentre ci sarebbe un medico, specializzato in terapia intensiva ma non pediatrica, che si sarebbe detto anch’egli disponibile a lavorare nell’hospice.

Soluzione, questa, giudicata inadeguata dall’ospedale, che non vuole che il bambino soffra durante la fine delle cure e che si rifiuta di lasciarlo andare a meno che non vengano rispettati dei requisiti stringenti. Una società che produce sistemi di respirazione artificiale ha proposto di prestare qualunque macchinario sia necessario. Anche se sui dettagli si continua a litigare e i toni rimangono accesi, tanto che la madre, lasciando l’aula di tribunale, ha urlato: «Siete fieri di voi stessi? E se fosse vostro figlio?».

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