Napoli tredicenne massacrato dai bulli, papà pubblica la foto shock: “Denunciate”

By | 19/03/2017
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Fabio, 13 anni, viene accerchiato da cinque ragazzini e massacrato di botte mentre venerdì pomeriggio sta tornando a casa, a Mugnano, piccolo comune della periferia napoletana. Q padre non è omertoso e non gli piace chi nasconde la testa sotto la sabbia, perciò la sera stessa vanno insieme a sporgere denuncia alla stazione dei Carabinieri. Dopo, appena tornato a casa, il tormento non gli dà pace e l’uomo si sfoga pubblicando su Facebook la foto del volto tumefatto del suo bambino.

Non solo, quel genitore chiede a tutti gli amici virtuali di «condividere» e di schierarsi al suo fianco, «perché quello che oggi è successo a mio figlio», scrive in Rete, «non deve e non dovrà accadere a nessuno. E mi raccomando, denunciate perché gli autori di tali soprusi non devono passarla liscia». In poche ore il post contro il bullismo diventa virale: oltre diecimila condivisioni, ovunque, on-line, spunta il volto pulito di Fabio sporcato dai lividi che gli hanno fatto dei coetanei che, senza neppure un perché, si sono divertiti a umiliarlo e picchiarlo. Il caso è già risolto: gli investigatori del Comando Provinciale Carabinieri di Napoli, agli ordini del colonnello Ubaldo Del Monaco, hanno identificato e convocato in caserma i componenti del «branco».

I bulli sarebbero cinque ragazzini tra i 12 e i 13 anni, nessuno punibile per legge. Dopo ima ramanzina da parte dei genitori, che avranno l’obbligo di accompagnare i «bambini» dai Carabinieri, tutto finirà in una bolla di sapone. La legge italiana funziona così: sotto i 14 anni non si è punibili e, nel disperato tentativo di raddrizzare chi mostra di crescere seguendo presupposti sbagliati, non sono presi in considerazione neppure i servizi socialmente utili. Ognuno tornerà alla vita di prima, nella speranza (improbabile, per un centro così piccolo) che Fabio non debba incrociare di nuovo il loro sguardo.

Venerdì pomeriggio Fabio è con un compagno di classe – ancora sotto choc – e stanno parlando della scuola quando, invia Cesare Pavese, incrociano il «branco». Senza un’apparente ragione, tre di questi iniziano a schernire Fabio, lo prendono di mira e non lo vogliono lasciare in pace nonostante le suppliche sue e dell’amico. Dalle parole, passano in fretta alle mani e lo picchiano selvaggiamente, a mani nude, forse pensando di non lasciare segni. Ma schiaffi e pugni i segni li lasciano eccome, non solo sulla pelle.

Il 13enne corre a casa e, senza inventare scuse, si rivolge ai genitori. Con loro scoppia a piangere, raccontando dell’aggressione, della paura provata e del timore di ritorsioni future. La famiglia però non ha dubbi: bisogna denunciare. E il papà di Fabio lo fa anche su Facebook. La solidarietà arri va da tutti, lo sdegno si accompagna alla rabbia per l’impunibilità del branco. L’unica voce fuori dal coro è della presidente della Società Europea di Psichiatria, che «sconsiglia di esporre così il 13enne vittima di bulli», mettendo il suo volto ferito su Internet.

I NUMERI Un caso al giorno di bullismo e cyberbullismo segnalato alla linea gratuita 1.96.96 (attiva 24 ore, tutto l’anno) di Telefono Azzurro, da settembre 2015 a giugno 2016. In totale i casi gestiti sono stati 270, hanno richiesto un totale di 619 consulenze.
L’ETÀ’ DELLE VTTIME Due volte su 3 la vittima è preadolescente, ma l’età delle vittime si sta abbassando, fino a 5 anni (il 22% dei casi). Il 30% delle vittime di bullismo mette in atto comportamenti di autolesionismo, il 10% ha pensato o tentato il suicidio.
EMERGE AL NORD II fenomeno viene alla luce più al Nord: gestiti 45% dei casi e da dove vengono segnalati il 57% dei casi nazionali di cyberbullismo; ma il fenomeno è presente anche al Sud.

Vittima della violenza cieca del branco. Una ferocia che fa ancora più paura se si pensa che i protagonisti di questa brutta storia sono tre ragazzini, tutti tra i 9 e i 14 anni. Poco più che bambini, insomma, hanno sbeffeggiato e malmenato un loro coetaneo, Fabio, riducendolo ad una maschera di sangue. È accaduto a Mugnano, nel Napoletano. I genitori del ragazzo, dopo aver denunciato la vicenda ai carabinieri, hanno deciso di pubblicare su Facebook la foto del volto tumefatto del 13enne, lanciando un appello a quanti sono vittime di violenza ed esortandoli a denunciare.

La foto del ragazzino, accompagnato da un commento di papà Salvatore, ha fatto immediatamente il giro del web: il post è stato condiviso, in poche ore, da quasi 30mila persone. «Oggi vi mostro cosa sta diventando il mondo e ve lo dimostrerò nel più vero e crudo-si legge nel post – vi mostro la faccia vera di quella merda che si chiama bullismo e vi prego di condividere perché quel che oggi è successo a mio figlio non deve succedere ad altri. Denunciate, gli autori di tali soprusi non devono passarla liscia».

L’episodio di bullismo si è verificato l’altro pomeriggio. Fabio era in compagnia di un amico quando, all’altezza di un supermarket, è stato accerchiato da cinque ragazzini. Lo hanno deriso, insultato, poi dalle parole sono passati ai fatti. Due dei cinque bulli sono rimasti in disparte, si sono «limitati» ad osservare, mentre gli altrialtretre-tracuiun ragazzino di appena 9 anni – si sono scatenati con spintoni, calci e pugni. Una sequenza di colpi durata alcuni minuti, durante i quali Fabio è rimasto immobile, sotto choc, come l’amichetto che era con lui. Il 13enne, che frequentala scuola media, è tornato a casa in lacrime e ha raccontato tutto ai familiari. Il ragazzo è stato accompagnato in ospedale, dove i medici hanno riscontrato traumi contusivi facciali. Al rientro, papà Salvatore e mamma Anita si sono recati in caserma.

I carabinieri, coordinati dal capitano Antonio De Lise, hanno identificato i cinque ragazzini in due diversi momenti, anche grazie alle indicazioni fornite da Fabio e dai suoi genitori. Contro di loro non si potrà procedere penalmente in quanto sono tutti di età inferiore ai 14 anni. In ogni caso i militari dell’Arma hanno segnalato il grave episodio all’autorità giudiziaria. I bulli saranno ascoltati nelle prossime ore dalle forze dell’ordine, in presenza dei loro genitori, già informati di quanto accaduto. Solo dopo averli ascoltati si valuterà se allertare i servizi sociali del Comune.

«Sono sconvolta per quel che è accaduto al nostro Fabio – spiega la professoressa Carolina Tafuri, preside della scuola – Quel che è certo è che, da qualche tempo, la violenza in strada è cresciuta a dismisura: bande di ragazzini, spesso provenienti dalla vicina Scampia, non perdono occasione per manifestare la loro aggressività. Ieri un gruppo di studenti,di rientro da una gita, è stato accolto con un lancio di uova. Episodi, scene a cui non eravamo abituati. Da tempo sollecitiamo maggiori controlli». E parla di «violenza cieca e logica del branco» il sindaco Luigi Sarnataro.

Lo sguardo fisso, la paura ancora stampata in volto. L’occhio destro tumefatto e violaceo, un enorme bozzo sulla fronte. Lui è un ragazzino di tredici anni che vive in un paesone della provincia di Napoli. Conciato così da due bulli che l’altro ieri l’hanno riempito di botte a pochi passi da casa, mentre insieme con un amichetto tornava dal barbiere. Voleva farsi bello nel giorno del compleanno di sua madre e così aveva deciso di concedersi un taglio di capelli particolare, con un vistoso ciuffo. Chissà se non sia stata proprio quell’acconciatura a infastidire i due aggressori, quasi certamente anche loro minorenni, che l’hanno avvicinato con la scusa di chiedergli un accendino e subito dopo lo hanno pestato a sangue.

Un raid fulmineo in una strada del centro, accanto a un supermercato a quell’ora affollato. «Eppure nessun adulto si è fatto avanti per aiutare mio figlio» racconta il padre. Così, dopo essersi consultato con sua moglie, ha deciso di pubblicare su Facebook la foto del ragazzino malconcio e impaurito con il seguente commento: «Oggi vi mostrerò la faccia vera di quella m… che si chiama bullismo. Vi prego di condividere e commentare perché quello che è successo a mio figlio non dovrà accadere a nessuno. E mi raccomando, denunciate perché gli autori di tali soprusi non devono passarla liscia».

Nel giro di poche ore la pagina ha collezionato circa trentamila condivisioni e migliaia di like. Tanti i commenti di rabbia nei confronti degli autori del pestaggio. C’è chi ha invocato pene esemplari «se capitasse a mio figlio saprei come vendicarmi». Mentre altri hanno suggerito al papà di insegnare al figlio a farsi giustizia da sé: «Fagli frequentare un corso di arti marziali, così il tuo ragazzo imparerà a difendersi».

Intanto il padre, dopo aver presentato denuncia ai carabinieri, spiega che se ha rinunciato alla privacy del figlio e della sua famiglia non è certo del figlio con un commento: «Si chiama bullismo, vi prego di condividere» per incitare alla violenza o alla giustizia sommaria. «Non fa piacere rientrare dal lavoro e trovare un ragazzino in quelle condizioni. Perciò abbiamo deciso di pubblicare la foto, in questi casi per me non c’è privacy che tenga né vergogna. Gli unici a vergognarsi devono essere i due che hanno ridotto così il mio bambino». Le indagini dei carabinieri hanno accertato che i responsabili del pestaggio sarebbero a loro volta tredicenni. In questi casi per legge non si può far altro che segnalare l’accaduto al tribunale per i minori e le conseguenze per i baby picchiatori sono praticamente nulle.

Non tutti però condividono la scelta di pubblicare la foto choc. Per Silvana Galderisi, ordinaria di psichiatria all’Università della Campania Luigi Vanvitelli, «un’esposizione sui social così forte può avere come conseguenza un aumento del livello di vessazione, è già capitato in passato. Invece è giusto denunciare e parlare del bullismo per isolare i violenti».

La violenza è nella società

«Ci siamo interessati a questa problematica come università affrontando una ricerca che si focalizzava su un gruppo particolare di ragazzi, le cosiddette “baby gang”, cioè le aggregazioni dei giovani latino-americani immigrati in Italia. La situazione di partenza era fortemente legata all’immagine di criminalizzazione dei media rispetto a questo fenomeno. Qualunque fatto in qualche modo riconducibile a dei giovani latino-americani veniva automaticamente definito come frutto di baby gang con descrizioni basate su immagini fortemente stereotipate.
Era sufficiente essere un adolescente latino-americano con un certo stile o abbigliamento per essere etichettato come appartenente a una banda» ci dice Francesca Lagomarsino, Ricercatrice al Dipartimento Scienze Antropologiche Università di Genova.
Il termine gang, baby gang, nell’immaginario collettivo rimanda a una visione fortemente negativa, a film statunitensi, a un contesto diverso dal nostro, in cui anche il grado di violenza, si suppone sia molto elevato.

Possiamo tentare di definire il termine “Bullismo”?

«Questi gruppi, che sono fondamentalmente i Nietas e i Latin King, sono sparsi sul territorio. Ce ne sono soprattutto a Genova, Milano e Perugia, con delle specificità. L’accento che veniva maggiormente sottolineato, in questa visione stereotipata da parte dell’informazione era il fine degli atti delittivi, come se queste fossero le finalità del loro stare insieme.
In realtà, abbiamo visto come questi atti fossero assolutamente marginali e non legati al fatto di far parte del gruppo. Questo ovviamente cambia completamente l’immagine sociale, e soprattutto la percezione di paura e di timore. L’idea iniziale era di decostruire lo stereotipo, e poi dargli voce. Tutte le descrizioni, infatti, erano sempre fatte tramite la polizia, come fonte principale, oppure educatori, insegnanti. Noi invece pensavamo che questi ragazzi avessero sicuramente qualcosa da dire».

Quindi dargli voce disinnesca l’allarmismo?

«È uscita fuori in modo molto chiaro l’idea che sembrava fossero chissà quali criminali, quando di criminale non c’era proprio niente. Il problema è che i media non sono stati molto recettivi su questo: ragionano per categorie interpretative. Dal punto di vista, invece, di un micro-lavoro quotidiano, non solo nel quartiere, nelle associazioni, credo sia servito molto. Soprattutto perché i ragazzi si sono presentati come degli interlocutori credibili. Sono state realizzate, ad esempio, attività di prevenzione sull’abuso delle sostanze, sulla sessualità, e loro erano gli interlocutori privilegiati che andavano a parlare con gli educatori, con l’assessore per i finanziamenti, e che facevano da tramite con i loro pari».

Quali le problematiche legate alle dinamiche aggregative dei ragazzi?

«Tendenzialmente il bisogno primario, indipendentemente dalla classe sociale e dalla provenienza etnica. È sicuramente quello di aggregarsi in gruppi di pari. Si condividono le cose, che sia la passione sportiva, piuttosto che un interesse, e questo è trasversale a tutte le classi sociali.
Per cui una cosa che mi ha colpito è che alla fine le dinamiche di questi ragazzi non erano molto diverse da quelle dei coetanei. Su questo si innestano invece delle dinamiche più strutturali legate alle condizioni di vita, come la questione dei documenti, la precarietà del soggiorno, la disputa del lavoro che però è assolutamente condivisibile anche con ragazzi italiani. Per il problema della violenza è emerso abbastanza chiaramente che esso riguarda, e in forte misura, tutta la società, solo che si manifesta in modo diverso. Il problema è come questa viene percepita. La violenza di questi ragazzi è identificata come qualcosa di intrinseco, per età, classe sociale bassa, o perché sono stranieri, come se fossero ideologicamente violenti, pericolosi e niente fosse imputabile al contesto sociale in cui vivono.
Il dubbio-timore che adolescenti e giovani adulti, siano soggetti un po’ sul confine è sempre in agguato, e lo è ancor più per alcuni, in particolare se sono stranieri. L’unione di problematiche tende a costruire un’immagine negativa. Poi la “violenza” del politico che ruba dei miliardi passa quasi come normalità. La violenza del ragazzino che spacca una bottiglia in testa a un altro invece come qualcosa di inaccettabile, inconcepibile, animale».

Si può parlare di baby gang in Italia, alla luce di tutto questo?

«Con l’immaginario da film americano che possiamo avere noi: il contesto è assolutamente diverso. È vero, che, soprattutto per gli stranieri, ma non solo, c’è un grosso problema a livello di investimenti in attività sociali, rivolte ai giovani, che non siano a pagamento. Perché in realtà ce ne sono, ma spesso si rivolgono ad un target molto specifico e bisognoso di un particolare intervento sociale. E tutte le attività ricreative finiscono per essere o a pagamento, o legate al consumo, e questo è un grosso limite».

PREMESSA Nella realtà italiana il disagio socio-relazionale, in età evolutiva, sta assumendo una rilevanza qualitativamente e quantitativamente significativa, manifestandosi sia a scuola che al di fuori del contesto scolastico. Di fronte a queste problematiche sempre più complesse, la scuola, in questi ultimi anni, sta rivalutando il suo ruolo educativo e formativo della persona nel suo complesso, cercando di dotare ogni alunno non solo di strumenti culturali ma anche di un bagaglio di competenze relazionali. Tali competenze sono più che mai necessarie in quanto i giovani di oggi dovranno domani non solo saper svolgere un lavoro, ma sapersi inserire in un gruppo ed adattarsi a situazioni sempre nuove, sapendo vivere e relazionarsi in modo positivo in una futura realtà lavorativa e più in generale nella società (4). QUALCHE DATO Dall’ottavo “Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza” si evince che su un campione rappresentativo di 1680 bambini e 1950 adolescenti di 52 scuole italiane di ogni ordine e grado, il 25,2% degli alunni dichiara di subire brutti scherzi dai coetanei; il 27,5% afferma di subire provocazioni e prese in giro reiterate nel tempo, mentre il 23,2% viene offeso ripetutamente e senza motivo. Si presentano, inoltre, situazioni di maggiore gravità: l’11,5% dei ragazzi dichiara, ad esempio, di essere stato minacciato da coetanei o ragazzi più grandi, il 10,9% di aver subito furti dai compagni, mentre il 7,5% sostiene di essere stato vittima di percosse ad opera di coetanei (3). Il fenomeno, secondo il Rapporto, interessa più i maschi delle femmine, nonostante il bullismo al femminile si stia diffondendo sempre di più. Uno studio condotto nel 2002 dalla Regione Lombardia ha rilevato che, su un campione di 10.513 studenti (5426 maschi e 5087 femmine), dei quali 4.406 delle scuole elementari e 6.107 delle medie, il 64% degli alunni delle scuole elementari e il 50% di quelli delle scuole medie hanno avuto a che fare, come vittime o come aggressori, con il fenomeno del bullismo”. Secondo i ricercatori lombardi i “bulli hanno maggiori probabilità di una carriera deviante che li porterà in molti casi ad avere problemi con le droghe e la giustizia prima dei 24 anni” (Quotidiano on line di informazione, documentazione e ricerca socio-sanitaria, 2 ottobre 2007).

IL BULLISMO TRA DIFFICOLTÀ DEL SINGOLO E RINFORZO SOCIALE Il bullismo non è un fenomeno riconducibile alla sola condotta dei singoli, ma riguarda l’insieme dei pari. È facilitato in contesti ove esista una tacita accettazione o sottovalutazione del fenomeno. Nel bullismo si identificano diversi ruoli significativi. Oltre alla vittima e al bullo ci sono i sostenitori del bullo, coloro che difendono la vittima e gli spettatori che sembrano distanziarsi dal gioco perverso che si esplicita sotto i loro occhi. Le dinamiche relazionali distorte rafforzano i comportamenti disfunzionali dei diversi attori. Il bullo subisce una pressione dal gruppo: deve proteggere l’immagine da duro che si è costruita. La vittima umiliata, spaventata e insicura si vergogna di chiedere aiuto, finché la sofferenza e l’isolamento possono esitare in azioni distruttive. Alla base dei comportamenti aggressivi si riscontra soprattutto l’atteggiamento anaffettivo (mancanza di calore) delle persone che precocemente si sono prese cura del bambino, rinforzato da comportamenti che possono essere indifferentemente troppo permissivi o punitivi. Al contrario non si è dimostrata significativa l’appartenenza ad una particolare classe sociale. La recente ricerca connessa alla prevenzione dei rischi inerenti lo sviluppo dei comportamenti anti-sociali tra i giovani, ha identificato nel continuum caratterizzato dai due poli aggressività- prosocialità, la modalità attraverso cui si esprime il comportamento sociale di un individuo. L’azione educativa della scuola, nel promuovere comportamenti antitetici al bullismo, ovvero prosociali, favorisce non solo il successo scolastico ma promuove anche lo sviluppo dell’autostima, della socialità. Per favorire ciò gli insegnanti devono mirare a rafforzare alcune abilità individuali e interpersonali, quali la capacità di riconoscere le proprie emozioni, l’empatia, il problem solving e l’autoefficacia personale. Sono dunque chiamati a ricoprire il ruolo di facilitatori delle dinamiche relazionali di gruppo, integrando la funzione formativa ed educativa ad attività che incoraggino atteggiamenti collaborativi e cooperativi, al fine di creare un clima che favorisca l’apprendimento ed il benessere psicofisico degli alunni. Per fronteggiare il fenomeno non va comunque persa di vista la funzione rieducativa, e non punitiva, dell’istituzione scolastica, sottolineata anche al livello ministeriale attraverso le linee di indirizzo generali per la prevenzione e la lotta al bullismo del 2007.

I bulli sono tendenzialmente aggressivi non solo verso i coetanei ma anche verso gli adulti, sia che si tratti dei genitori che degli insegnanti. Sono impulsivi e hanno bisogno di dominare, e già in età abbastanza precoce possono manifestare comportamenti asociali come il furto, il vandalismo e l’uso di alcool. I bulli prendono in giro le loro vittime rimproverandole e intimidendole; le minacciano, ingiuriano, beffeggiano, spingono e prendono a pugni, e si circondano di seguaci al fine di avere maggiore protezione. Bulli e vittime sembrano mancare della capacità di gestire correttamente le emozioni: • le vittime non riescono a manifestare la rabbia e spesso non la riconoscono bene; • i bulli mancano di empatia e di comprensione dei propri stessi sentimenti; Spettatori: gli atti di bullismo possono svolgersi in luoghi isolati ma di solito questi episodi accadono all’interno della scuola sotto gli occhi dei compagni. Infatti, quando una provocazione viene portata avanti nella classe in modo sistematico, la maggior parte dei ragazzi ne è a conoscenza, poiché anche se non prende parte direttamente all’attacco ha modo di osservare cosa sta accadendo. Gli “spettatori” che ridono e incoraggiano i bulli a continuare nelle loro azioni di prepotenza, più o meno volontariamente, finiscono per sostenere e rinforzare il bullo. Tra questi sono presenti anche ragazzi insicuri che in altre situazioni possono ricoprire il ruolo di vittima. Antagonisti: fortunatamente alcuni spettatori provano un senso di ingiustizia profondo e si oppongono alle sopraffazioni a cui assistono intervenendo direttamente in difesa del compagno, contrastando così il fenomeno del bullismo. La maggioranza dei ragazzi assiste inconsapevole e con indifferenza alle azioni di prevaricazione, al contrario dei difensori delle vittime che agiscono affinché ciò non accada.

Il bullismo è un fenomeno molto diffuso; si tratta di una forma di oppressione attuata da soggetti più grandi ai danni di quelli più piccoli, in cui un bambino o un adolescente sperimentano per opera di un compagno prevaricatore, una condizione di sofferenza, emarginazione dal gruppo e svalutazione della propria identità. Siamo di fronte ad una vittimizzazione spesso su un minore fatta da un altro o altri minori. Un comportamento “bullistico” può essere definito come un tipo di azione che mira deliberatamente a far del male o a danneggiare altri individui. Il bullismo, nelle sue diverse espressioni (fisica, verbale e indiretta) genera numerose conseguenze che condizionano il clima scolastico di chi subisce le vessazioni dei prepotenti (vittime), di chi assiste alle condotte intimidatorie del bullo designato (complici) e di chi osserva semplicemente la messa in atto dei comportamenti bullistici (osservatori). Il bullismo presenta alcune caratteristiche peculiari: vi è in gioco uno squilibrio di forze nell’ambito del quale il ragazzo esposto ai tormenti evidenzia difficoltà nel difendersi; sono più i maschi che le femmine ad agire le prepotenze; nel caso di ragazze il fenomeno del bullismo si manifesta con modalità di tormento più sottili, raffinate ed indirette. Tale forma di bullismo al femminile è più difficile da individuare in quanto le ragazze usano metodi di molestia meno visibili, come la calunnia e la maldicenza. E’ importante considerare che il “bullo” in realtà manifesta un disagio attraverso il suo comportamento, che spesso è il risultato di una difficoltà nella sua famiglia d’origine e di traumatizzazione, per esempio assistere a violenza domestica, avere dei modelli di genitori maltrattanti, ecc. In questo senso il suo comportamento è una manifestazione di debolezza, insicurezza e disagio, possiamo quindi vederlo come una richiesta di aiuto indiretta. Il bullismo può essere una conseguenza di diversi fattori, quali classi o scuole numerose, atteggiamenti competitivi messi in atto dai ragazzi per ottenere la promozione o, ancora, l’aspetto esteriore (alunni grassi, bassi, sgraziati, rossi di capelli, con occhiali hanno maggiore probabilità di diventare vittime del bullismo), ma anche l’atteggiamento degli insegnanti e i rituali della classe che possono incrementare il fenomeno all’interno dell’ambiente scolastico in generale. Per le sue caratteristiche il bullismo può quindi essere considerato alla pari di un evento traumatico, in quanto è presente l’elemento della minaccia fisica e psicologica alla persona.

Il bullismo è un insieme di atteggiamenti di intimidazione, sopraffazione, oppressione fisica o psicologica commesse da un soggetto “forte” (bullo) nei confronti di un soggetto percepito come “debole”. Le caratteristiche essenziali sono: • intenzionalità • persistenza nel tempo • asimmetria di potere Il bullismo, quindi, si configura come un comportamento sistematico e ripetuto in una situazione di disuguaglianza di forza e di potere. Il fenomeno riguarda sia i maschi che le femmine, dai 7-8 ai 14-18 anni e si manifesta soprattutto in ambito scolastico.

Le vittime di bullismo possono manifestare il proprio malessere in diversi modi. Alcuni ragazzi cercheranno di evitare di andare a scuola per sottrarsi al ruolo di vittima designata dei bulli, lamentando sintomi da stress, mal di stomaco, mal di testa, incubi e attacchi d’ansia. Gli episodi di bullismo possono generare nelle vittime effetti negativi anche sulla concentrazione e sull’apprendimento, o indurre tentativi di allontanamento dalla scuola, paura della scuola e/o di uscire di casa. Talvolta le vittime posso sviluppare fobie specifiche e comportamenti di evitamento. Inoltre, una volta divenute adulte le vittime possono sviluppare disturbi emotivi quali la depressione.

Esistono diversi tipi di bullismo solitamente catalogati come: • bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi o minacciandola; • bullismo psicologico: Il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto; • bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci o spinte, o la molesta sessualmente; • cyberbullying o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripresa e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarla, minacciarla o darle fastidio;

Lo sviluppo e la pervasività delle tecnologie e delle modalità di comunicazione via cellulare e telematica hanno ampliato gli ambiti di esperienza degli adolescenti, offrendo nuove opportunità ma anche nuove potenziali fonti di malessere. Se da un lato tali esperienze costituiscono nuove risorse di apprendimento e di crescita, dall’altro si associano anche rischi d’uso improprio fino ad arrivare all’abuso da parte degli adolescenti. Le tecnologie di comunicazione si stanno infatti rivelando anche strumenti che favoriscono e agevolano gli atti di bullismo. L’uso della rete e delle tecnologie di comunicazione per offendere e aggredire si definisce cyberbullismo: il termine indica atti di bullismo effettuati tramite mezzi elettronici come l’e-mail, la messaggeria istantanea, i blog, i telefoni cellulari, i cercapersone e/o i siti web. Sono state proposte le seguenti categorie di cyberbullying: • flaming, consistente in messaggi online violenti e volgari (vedi «flame»), mirati a suscitare battaglie verbali in un forum; • molestie (harassment), spedizione ripetuta di messaggi insultanti, mirati a ferire qualcuno;• denigrazione, laddove si sparli di qualcuno per danneggiare la sua reputazione, via e-mail, messaggistica istantanea, ecc.; • sostituzione di persona (impersonation), farsi passare per un’altra persona per spedire messaggi o pubblicare testi reprensibili; • rivelazioni (exposure), consistente nel pubblicare informazioni private e/o imbarazzanti su un’altra persona; • inganno (trickery), ottenere la fiducia di qualcuno con l’inganno, per poi pubblicare o condividere con altri le informazioni confidate via mezzi elettronici; • esclusione deliberata di una persona da un gruppo online per ferirla; • cyber-persecuzione (cyberstalking), molestie e denigrazioni ripetute e minacciose mirate a incutere paura. Caratteristiche e comportamenti nel cyberbulling: • presunto anonimato del «bullo»; • indebolimento delle remore morali: si immagina di non essere rintracciabili e quindi di poter diventare «un’altra persona» online; • assenza di limiti spazio temporali.

Vittime: quasi sempre sono bambini e ragazzi tranquilli, riservati, sensibili, spesso con una scarsa autostima e un’opinione negativa di sé, ansiosi e insicuri, hanno difficoltà ad affermarsi nel gruppo e il loro rendimento scolastico diminuisce gradualmente. Se sono maschi tendono ad essere fisicamente più deboli dei compagni e non rispondono ad attacchi fisici o verbali. Inoltre, manifestano particolari preoccupazioni e insicurezze riguardo al loro corpo. Questi bambini e ragazzi, se attaccati, reagiscono chiudendosi in se stessi o, se si tratta di bambini piccoli, piangendo. Le vittime hanno una scarsa capacità di accordarsi con il gruppo e per questo possono vivere a scuola in una condizione di solitudine e isolamento trovandosi quindi in situazioni di debolezza che attirano gli atteggiamenti prevaricatori dei bulli. I bambini che subiscono prepotenze spesso non lo dicono agli adulti. Possono avere paura o vergognarsi. Vittime provocatrici: questa tipologia di vittime include una combinazione di modalità di reazioni ansiose e aggressive. Una percentuale minore di casi comprende infatti ragazzi e ragazze vittime che si mostrano inquieti ed offensivi. Il loro comportamento provoca irritazione, tensione e reazioni negative da parte di molti compagni o persino di tutta la classe. Questi atteggiamenti attirano su di sé le prevaricazioni del prepotente. Bullo: ragazzo apparentemente sicuro di sé, con un forte bisogno di dominare, aggressivo verso i compagni più deboli ma anche verso i genitori e gli insegnanti. Manifesta grosse difficoltà nel rispettare le regole e una bassa tolleranza alle contrarietà e alla frustrazione.

Bullismo in Italia In Italia le ricerche su bullismo nascono negli anni Novanta ad opera di Ada Fonzi, ordinario di Psicologia dello sviluppo, presso l’Università di Firenze, e dei suoi collaboratori. I primi dati ottenuti, somministrando un questionario con 28 domande, rigorosamente anonimo, ad un campione di 1.379 alunni delle ultime tre classi delle scuola elementare e delle tre della scuola media di Firenze e di Cosenza, sono quanto meno sconcertanti. Infatti in entrambe le zone esaminate il fenomeno del bullismo è risultato essere notevolmente più elevato che in altri paesi, come la Norvegia, la Spagna, il Giappone, il Canada, l’Australia etc. In queste zone il bullismo raggiunge, per la frequenza relativa agli untimi tre mesi, quasi il 46% nelle scuole elementari di Firenze e il 38% nelle scuole di Cosenza. Tali percentuali diminuiscono notevolmente con il passaggio alla scuola media, restando tuttavia intorno al 30% in entrambe le zone9 . Dopo che nel 1995 i sopraindicati risultati sono stati resi noti, la stampa quotidiana si è subito impadronita della notizia. Alcuni giornalisti hanno addirittura parlato di “ricerca shock”

Da allora le ricerche sul fenomeno hanno iniziato ad estendersi trasversalmente a tutta la penisola ed i risultati ottenuti confermano, se non addirittura aggravano, l’entità del fenomeno rilevato dalla prima indagine condotta dalla Fonzi. Nel 1997 infatti esce un nuovo testo della Fonzi sempre sul tema del bullismo ma questa volta inerente a ricerche condotte un po’ in tutta Italia e dunque i dati possono essere considerati maggiormente rappresentativi della realtà statale. Da questi emerge che “la piaga del bullismo nelle scuole italiane è molto diffuso poiché le percentuali degli alunni che dichiarano di aver subito prepotenze si presenta con valori molto elevati, con indici complessivi che vanno dal 41% nella scuola primaria, al 26% nella scuola secondaria di primo grado.” 10 Anche all’interno di queste ricerche è stata riscontrata una sensibile diminuzione percentuale nel passaggio dai due ordini di scuola. Il numero di aggressioni di tipo fisico diminuiscono con l’aumentare dell’età, ma ciò non avviene per quelle di tipo verbale e indiretto: le prime tendono a rimanere elevate, le seconde tendono ad aumentare. Ciò fa capire che al crescere dell’età non si associa l’estinzione del fenomeno ma un cambiamento qualitativo: da forme di prevaricazione più visibili e plateali ad altre più sottili e raffinate.

Se l’incidenza del fenomeno diminuisce da un punto di vista quantitativo, non esistono comunque elementi certi che ci permettano si escludere che alla sua riduzione non si accompagni una maggiore gravità di episodi, pur limitati ad un numero inferiore di casi. La diminuzione nel tempo delle sopraffazioni subite, si ipotizza che possa essere dovuta all’incremento delle capacità empatiche che si registra con l’aumentare dell’età. Quest’affinamento della capacità di comprensione dei sentimenti altrui permetterebbe ai ragazzi di immedesimarsi in modo più accurato nei vissuti di sofferenza della vittima e li indurrebbe a desistere dalla prevaricazione. L’elevata incidenza del bullismo in Italia sembra essere un fatto reale in parte legato alle nostre caratteristiche culturali. Forse nella cultura italiana, a differenza di altre, il conflitto è più tollerato e porta meno frequentemente alla rottura dei rapporti tra le parti in causa. Rizzardi sostiene che “i bambini italiani risultano essere più flessibili nel gestire la risoluzione dei conflitti, tollerando maggiormente le manchevolezze degli amici.” Inoltre le forme di violenza più ricorrenti, quelle verbali, sono considerate dai nostri ragazzi meno invasive e negative, facendo parte di una forma di umorismo molto diffusa in alcune regioni. Ada Fonzi evidenzia in un suo recente articolo, che da ulteriori ricerche effettuate da Ersilia Menesini e Annalaura Nocentini, impegnate nello studio del fenomeno nell’arco d’età che va dia 14 ai 16 anni, il bullismo “nella sua definizione peculiare, come comportamento di prepotenza nei confronti del compagno di scuola, è in netta diminuzione rispetto alle età precedenti, ma al suo posto subentrano comportamenti violenti e aggressivi più generalizzati, che investono tutta la vita di relazione, al di fuori della scuola e nei rapporti con l’altro sesso.”In prospettiva dunque i rischi sono notevoli, poiché tale fenomeno, oltre ad essere un segno di un più generalizzato disadattamento sociale, potenzialmente è in grado di intaccare la vita democratica dei singoli e della collettività portando con sé il rischio concreto di episodi di conclamata violenza che possono arrivare anche alla criminalità