Cane molecolare trova il cancro prima delle anilisi mediche

By | 16/12/2017
(Visite Totali 26 ---- Visite Oggi 1 )

Diagnosticare un tumore solo annusando una persona. Il cane Liù è stato addestrato a scovare il cancro alla prostata dalle urine dei pazienti e mette a segno la diagnosi giusta nel 98 percento dei casi. Liù, il pastore tedesco dell’esercito addestrato a Grosseto, da cinque anni lavora con gli specialisti dell’ospedale Humanitas di Castellanza e si è rivelato utilissimo perché in grado di rilevare tracce della malattia quando ancora non si è sviluppata.

Nicola Pinna su La Stampa scrive che il naso del cane Liù è molto più affidabile e preciso delle macchine utilizzate in reperto:

“«Ci ha dimostrato che il tumore ha una molecola caratteristica, anzi caratterizzante, e per questo il cane riesce a riconoscerla subito grazie al suo olfatto – sottolineano i medici dell’urologia – Con l’aiuto del cane, da questo momento in poi, speriamo di individuare questa molecola e di riuscire a isolarla. A quel punto la diagnosi precoce e la prevenzione saranno molto più semplici».

Il risultato più stupefacente di questa sperimentazione si è ottenuto quando il conduttore e i veterinari dell’Esercito temevano che Liù avesse commesso un errore inspiegabile e inaspettato. «Temevamo che fosse entrata in confusione – racconta il colonnello Lorenzo Tidu – Segnalava qualcosa di strano sui campioni di un paziente a cui i medici avevano diagnosticato un tumore alla vescica. Era strano perché Liù è addestrata a riconoscere solo il cancro alla prostata e per questo credevamo fosse incappata in un clamoroso errore. E invece si è scoperto successivamente che quel paziente aveva sviluppato anche il tumore alla prostata»”.

L’esperimento con Liù è iniziato nel 2012, solo un test che si è rivelato decisamente interessante, spiega il colonnello Tidu:

“Il ministero della Salute per ora non consente che la diagnosi sia eseguita solo con il fiuto del cane. E per questo tutti i pazienti sono stati prima sottoposti ai normali protocolli medici e dopo Liù ha fatto la sua analisi. Tra i campioni che ha dovuto “fiutare” sono stati inseriti anche quelli di pazienti sani e così ne abbiamo accertato l’attendibilità”.

Le sue straordinarie competenze, Liù le aveva dimostrate anche durante la sua prima occupazione in divisa. Sempre al fianco del sergente Paolo Sardella, che per lei non è un semplice conduttore ma una specie di papà molto generoso. «E’ entrata in servizio nel 2010 con la specializzazione della ricerca degli esplosivi. Era uno dei cani del centro cinofilo che l’Esercito impiega in svariate situazioni: negli scenari operativi all’estero ma anche per supporto alla Protezione civile in caso di calamità o per scopi di sicurezza come è avvenuto durante l’Expo. Insieme, siamo stati in Kosovo, ma dopo qualche mese Liù è stata scelta per partecipare a questa sperimentazione scientifica».

Il progetto dell’ospedale di Castellanza ha raccolto subito l’entusiasmo del ministero della Difesa: medici e militari da cinque anni combattono insieme la guerra ai tumori. Il lavoro si svolge un po’ nei laboratori dell’Humanitas e un po’ nel centro veterinario militare di Grosseto. «I medici ci fanno arrivare i campioni delle urine dei pazienti sottoposti a controllo e nel suo ambiente abituale il cane esegue con calma tutti i suoi test. La prima fase dell’addestramento è servita a insegnargli a distinguere gli odori caratteristici. Esattamente come si fa per la ricerca degli esplosivi. Ogni volta che riconosce quell’odore caratteristico, ma solo in quel caso, Liù si siede e noi così possiamo capire il messaggio che vorrebbe farci arrivare. Un lavoro che per gli uomini e la scienza è tanto importante, per il cane è un divertimento. Che, nella sua testa, ha un solo obiettivo: conquistare una dose in più di crocchette e il suo giocattolo preferito»

Sono sempre più numerosi i racconti di proprietari di cani che hanno visto il proprio fidato compagno a quattro zampe cominciare a comportarsi in modo strano più o meno in concomitanza con la diagnosi di tumore; come se, grazie al proprio sofisticato e sensibilissimo olfatto, avesse capito tutto prima ancora dei medici.
Per quanto possano sembrare stravaganti, molte di queste testimonianze relative al potere diagnostico dei cani (che sembrano in grado anche di anticipare attacchi epilettici o crisi ipoglicemiche nei diabetici) appaiono decisamente credibili e non sono spiegabili solo con l’autosuggestione: lo dimostrano anche gli studi scientifici sempre più numerosi, e progressivamente più rigorosi, che hanno affrontato l’argomento, anche in Italia.

Prime dimostrazioni
È risaputo che l’olfatto dei cani è molto più sviluppato di quello umano: se noi disponiamo di circa cinque milioni di cellule olfattive, loro ne hanno circa 200 milioni, ovvero 40 volte tante. Non a caso, i segugi addestrati sono da molto tempo impiegati dalle forze di polizia e dai militari in compiti delicati, come l’individuazione di materiale esplosivo e di droga, e la ricerca delle persone scomparse.

È stato proprio uno studio condotto in Italia a suscitare l’interesse della comunità scientifica internazionale quando i risultati preliminari, ottenuti sulla diagnosi del tumore della prostata, sono stati presentati al congresso annuale dell’Associazione degli urologi americani, che si è svolto a Orlando, in Florida, prima di essere pubblicati a settembre sul prestigioso Journal of Urology. L’ampio studio diretto da Gianluigi Taverna, dell’IRCCS Istituto clinico Humanitas di Rozzano, in provincia di Milano, ha infatti concluso che è possibile sottoporre a uno specifico addestramento i cani già impiegati dall’esercito, insegnando loro a riconoscere la caratteristica traccia olfattiva del tumore con una precisione stupefacente.

“Quando ho iniziato questa ricerca, circa quattro anni fa, c’era chi mi prendeva per pazzo” spiega Taverna che, con l’Unità operativa di urologia dell’Istituto Clinico Humanitas, diretta da Pierpaolo Graziotti, ha chiesto e ottenuto la collaborazione del Ministero della difesa e del Centro militare veterinario di Grosseto (Cemivet), dove lavora un’équipe specializzata. “È solo grazie al lavoro congiunto di tanti professionisti competenti – il responsabile veterinario tenente colonnello Lorenzo Tidu, il capo addestratore Giampiero Cocciolone, i due conducenti cinofili Paolo Sardella e Giuseppe La Torre, il ricercatore biologo di Humanitas Fabio Grizzi – che in circa sei mesi siamo riusciti a insegnare a due cani, già selezionati e addestrati per il ritrovamento di mine durante le missioni di pace, a individuare l’odore che contraddistingue il tumore della prostata”.

L’attenzione a ogni possibile fattore confondente, unito all’ampiezza del campione, ha permesso un notevole passo avanti rispetto alle precedenti ricerche, più piccole e meno rigorose.
Nonostante ciò, i ricercatori sanno bene che non sarà affatto facile passare dai suggestivi racconti aneddotici e dai primi studi di fattibilità – condotti finora su melanoma, cancro del polmone, dell’ovaio e della prostata – all’impiego clinico, perché i nodi delicati da sciogliere sono tanti, ma si tratta senz’altro di un filone di ricerca interessante, che potrebbe aiutare a individuare strumenti diagnostici meno invasivi di quelli in uso, garantendo forse una precisione persino superiore al test del PSA, oggi assai diffuso nello screening del cancro della prostata ma molto spesso gravato da risultati falsamente positivi.

■ Il caso storico
Apparve esattamente 25 anni fa, sulla rivista Lancet, il primo resoconto scientifico di una quarantaquattrenne con un melanoma maligno alla gamba sinistra messa in allarme dal comportamento della cagna di casa: “La paziente si rese conto per la prima volta della lesione perché la sua cagna (un incrocio tra un border collie e un dobermann continuava ad annusarla in quel punto. Non mostrava alcun interesse per gli altri nei presenti sul corpo della donna, ma spesso si metteva per lunghi minuti ad annusare con impegno la lesione, anche attraverso i pantaloni. Di conseguenza la paziente è diventata sempre più sospettosa” scrivevano in una lettera al direttore i due dermatologi londinesi Hywel Williams e Andres Pembroke. “Il rituale è proseguito per alcuni mesi, culminando nel tentativo della cagna di strappare il neo a morsi quando la donna indossava pantaloncini corti. Questo ha spinto la paziente a consultare un medico”.
Dopo quella prima segnalazione, che invitava a indagare su questo tipo di “diagnosi precoce” del melanoma a dir poco non convenzionale, negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi, tutti però preliminari o aneddotici, ossia svolti su un numero molto limitato di pazienti, e quindi insufficienti per fornire un verdetto definitivo.
■ Ricerche multidisciplinari
L’approccio seguito da Gianluigi Taverna e dai suoi colleghi è stato invece molto rigoroso: ogni aspetto
dello studio è stato valutato con figure specializzate, così da minimizzare il rischio di errore e rendere possibile ad altri la ripetizione dell’esperienza: “Il nostro lavoro è stato pensato in modo che i risultati possano in futuro essere riproducibili ovunque, purché in mani estremamente professionali ed esperte. È infatti inimmaginabile pensare che si possa prendere un cane qualunque e addestrarlo a tale scopo da zero” spiega l’oncologo. “Il nostro intento è stato di valutare con il massimo rigore metodologico se i dati preliminari presenti in letteratura scientifica potessero essere confermati”.
Due pastori tedeschi femmina, Zoe e Liù, sono state sottoposte a un lungo addestramento progressivo, al termine del quale hanno annusato oltre 900 campioni di urine appartenenti a due gruppi di persone: malati con un tumore della prostata già diagnosticato (in vari stadi di gravità) e persone sane o con tumori in altre sedi. Per evitare qualsiasi possibilità di influenzare anche inconsapevolmente i cani, nessuno dei partecipanti al test sapeva a chi appartenessero i campioni: “Nel nostro studio Zoe e Liù hanno individuato il tumore con un’accuratezza media del 97 per cento, quindi con pochissimi falsi positivi e falsi negativi. Alla conclusione della prima fase dello studio possiamo perciò dire che le urine dei malati di tumore della prostata contengono un composto volatile che i nostri cani addestrati sono in grado di individuare con un’accuratezza notevole, teoricamente superiore a quella attualmente a disposizione con i presidi diagnostici tradizionali PSA (antigene prostatico-specifico) e biopsia che tuttavia rimangono, a oggi, lo standard in tale ambito” spiega Taverna, che è il primo a invitare alla cautela riguardo ai possibili impieghi futuri. “Stiamo conducendo ulteriori studi di conferma, che sono necessari a garantire al massimo i pazienti sull’attendibilità del test”.
Il passo successivo consisterà nel cercare di capire quali sono i biomarcatori del tumore tra i molti composti organici volatili che contribuiscono a creare la traccia olfattiva riconosciuta dai cani, anche per provare a distinguere le forme tumorali più aggressive e pericolose. A quel punto, i cani potranno con tutta probabilità lasciare il lavoro alle apparecchiature elettroniche.

IL FUTURO È NEL NASO ELETTRONICO
Se i cani possono essere addestrati a riconoscere una traccia olfattiva associata alla crescita di un tumore, perché non dovrebbe riuscirci anche un’apparecchiatura elettronica, con maggiori garanzie di ripetibilità e minori problemi logistici? Per quanto possa sembrare retorica, la domanda – sollevata appena si cominciò a ipotizzare che alcuni cani fossero in grado di fiutare il cancro – ha trovato una risposta
solo quest’estate, quando uno studio pubblicato sul Journal of Urology ha fornito la prima dimostrazione di fattibilità per il cancro della prostata. Un gruppo di ricercatori diretti da Niku Oksala, dell’Università di Tampere, ha infatti valutato le capacità diagnostiche di un “naso elettronico” messo a punto in Finlandia, nel distinguere la composizione delle sostanze volatili rilasciate nell’aria dai campioni di urina di un gruppo di malati con cancro della prostata da quelle presenti nei campioni di chi è affetto solo da ipertrofia benigna.
Il campione studiato era di modeste dimensioni e il risultato non proprio entusiasmante, con una sensibilità (ovvero la capacità di segnalare il tumore quando è presente) del 78 per cento e una specificità (ovvero la capacità di non allarmare a sproposito quando il tumore non è presente) del 67 per cento, ma i ricercatori sono ottimisti: “Abbiamo scoperto che in un tumore ci sono circa 30 composti molto odorosi e quindi facili da annusare” ha affermato Oksala. L’articolo di commento che ha
accompagnato la pubblicazione dello studio, tuttavia, ha rilevato alcune importanti limitazioni legate all’imperfetta selezione del campione e invitato ad attendere ulteriori studi.
Nel frattempo numerosi gruppi in tutto il mondo stanno lavorando anche a “nasi elettronici” che analizzano l’odore del sudore e l’alito, per esempio per individuare tracce precoci di tumore del polmone. In questa fase, tuttavia, gli esperti immaginano un impiego complementare rispetto agli strumenti diagnostici in uso, che rimarranno a lungo l’unico riferimento affidabile.

Non ci crederete, ma ecco di cosa è capace un cane. In una stanza ci sono sei contenitori metallici disposti in cerchio, ognuno dei quali contiene un batuffolo di cotone. Solo uno dei batuffoli è impregnato dell’urina di un malato di tumore alla prostata, gli altri appartengono invece a persone sane. Liù fa un giro veloce annusandoli a uno a uno. Poi ripete
il giro, più lentamente. Giunta al terzo batuffolo lo annusa più a lungo, si ferma e si siede. Ha indovinato. Ha fiutato il tumore alla prostata. 11 suo conducente, il sergente Francesco Paolo Sardella, estrae dalla tasca una pallina e la fa felice. Liù è già fuori a rincorrerla. Poi è la volta di Zoe. Un giro veloce, uno più meditato. Zoe annusa e si siede esattamente di fronte al batuffolo con le tracce di tumore. Anche in questo caso il suo conducente, il caporal maggiore capo scelto Giuseppe Latorre, le regala una palla e la corsa festosa si ripete.
Liù e Zoe sono due pastori tedeschi di circa 6 anni in forza al Centro militare veterinario dell’Esercito italiano, dove si addestrano cani per scopi militari e cavalli per gare sportive. Sebbene selezionate per cercare esplosivi in zone di guerra, Liù e Zoe sono state le prime attrici in un esperimento sulla diagnosi del tumore alla prostata. La scena descritta è il cuore delPesperimento ripetuto per Panorama dai militari del gruppo cinofilo di Grosseto guidati dal comandante tenente colonnello Carlo Guerrini. I risultati, usciti su The Journal ofUrology, sono così sorprendenti che giornali come il New York Times e riviste scientifiche come Nature li hanno ripresi. Gianluigi Taverna, responsabile della sezione di
patologia prostatica all’Istituto Humanitas di Milano e primo autore della ricerca, riassume così i risultati: «Il nostro studio dimostra che cani opportunamente scelti e addestrati riescono a riconoscere uno specifico tumore alla prostata con una sensibilità di oltre il 98 per cento». Questa capacità è indipendente dallo stadio e dal volume del tumore, dall’età del paziente e dal valore del Psa (antigene prostata specifico), la proteina nel sangue che viene misurata per diagnosticare il cancro alla prostata. E per ora non esiste uno strumento diagnostico con una sensibilità paragonabile all’olfatto dei cani: gli attuali strumenti per la diagnosi sono molto meno efficienti dei recettori canini.
«Quando facciamo una diagnosi osserviamo il valore del Psa nel tempo. Se sale troppo prescriviamo una biopsia» spiega Taverna. «Ma la biopsia ha una sensibilità del 30 per cento e va ripetuta nel tempo se il paziente risulta negativo alla prima.
Invece questi cani riescono a individuare un tumore agli stadi iniziali con estrema precisione. Addirittura Liù ha una sensibilità del 100 per cento».
Fabio Grizzi, senior scientist del laboratorio di gastroenterologia molecolare dell’Humanitas e anch’esso coinvolto nello studio, fa notare un altro aspetto interessante: «Da altre ricerche sappiamo che un cane opportunamente addestrato sarebbe potenzialmente in grado di discriminare un cancro da un altro. Significa che tumori in organi diversi differiscono dal punto di vista dei metaboliti presenti nelle urine. Però quali siano esattamente questi metaboliti non è ancora chiaro».
Esistono due importanti sviluppi di queste ricerche. Il primo riguarda la possibilità di diagnosi per il tumore alla prostata molto più precise. «In linea di principio, in un centro diagnostico dotato di esperti cinofili, due cani potrebbero fare diagnosi per 80 pazienti al giorno» dice Taverna. «Ma è indispensabile che ci sia personale cinofilo specializzato. Stiamo chiedendo alle autorità del ministero che si avvìi una sperimentazione». Il secondo possibile sviluppo è più teorico: se si riuscirà a individuare che cosa esattamente i cani sentono, potrebbe aprirsi la strada a strumenti analoghi, capaci di sostituire i recettori olfattivi canini.
Se Liù e Zoe sono diventate così brave lo si deve a un gruppo di esperti dell’Esercito italiano guidati dal tenente colonnello Lorenzo Tidu, un veterinario che si è specializzato con un Master sull’etologia dei cani. Questi uomini sapevano già addestrare i cani a riconoscere esplosivi o droga, ma non avevano mai lavorato al servizio della scienza. «La procedura di addestramento è complessa» rivela Tidu. «Il nostro scopo era insegnare a Liù e Zoe a riconoscere il composto organico del tumore alla prostata ignorando altre sostanze che possono interferire. Per esempio, il paziente potrebbe far uso di droghe o altro».
Il premio per aver indovinato? Giocare con una pallina. «Ma i cani non vengono premiati sempre.
NelTanimale si instaura così un meccanismo psicologico simile a quello del gioco d’azzardo: l’azione di puntare denaro è dettata dalla possibilità di vincere, sebbene si sappia che una sconfitta è possibile. Il cane si presta a reagire a una certa sostanza perché sa che la possibilità di essere premiato è probabile, sebbene non sia una certezza» conclude Tidu.
Intanto Liù e Zoe sembrano aver preso molto seriamente la ricerca: sono amiche fuori dal fabbricato, ma nel locale dell’esperimento si ringhiano a vicenda. «Ognuna lo sente come il suo territorio» congettura il veterinario etologo Tidu.  D’altronde si sa, la scienza è soprattutto competizione.

Saltano in alto, in lungo, passano tra cerchi di fuoco e di fumo, attraversano tubi, ponticelli, gradini. Poi si bloccano. Hanno sentito un odore. È quello di una persona sotto le macerie. Abbaiano. Richiamano il loro conduttore. E stanno lì fermi finché non arriva il loro amico uomo. Per loro, i cani da soccorso, è un gioco, anche se con il loro fiuto salvano persone. Siamo in uno dei numerosi campi che il Nucleo Cinofilo della Croce Bianca di Bergamo, gruppo di riferimento della Colonna mobile provinciale di Bergamo, utilizza ogni sabato e domenica per addestrare i cani e i loro padroni nella ricerca di dispersi in superficie
o travolti da macerie. Hanno operato anche all’Aquila nel 2009. «Eravamo pronti per andare nelle zone colpite dal terremoto in Emilia, ma non c’è stato bisogno perché i dispersi non erano tantissimi per cui hanno lavorato i cani dei Vigili del Fuoco» dice Erika Bonzanni, architetto, responsabile della squadra cinofili. «Noi siamo sempre disponibili 365 giorni l’anno, 24 ore su 24, con almeno 4 unità cinofile in pronta partenza».
Ma come si entra nella Squadra di soccorso cinofilo?
Iscrivendosi come volontario alla Croce Bianca, sottoponendo il proprio cane a una valutazione generale delle sue capacità e predisposizioni al lavoro. Se supera questo primo esame comincia il vero e proprio corso che dura almeno 24 mesi. Solo allora il cane viene sottoposto al giudizio di una commissione che decide se può operare nella ricerca. Poi ogni anno viene sottoposto ad altre prove di verifica per mantenere il grado di operatività. Una trafila che fa anche il suo padrone-conduttore.
È un addestramento continuo, anche in casa.
E in cosa consiste l’addestramento?
Sono esercizi graduali che cominciano quando il cane ha due-tre mesi: più è giovane meglio si adatta all’addestramento con il proprio conduttore. La fase più delicata è l’educazione al gioco. Se infatti il cane non sa divertirsi non potrà mai dare alcuna risposta alle nostre richieste di collaborazione. Un cane demotivato è inutile. Il processo educativo si basa sempre su attività ludiche nel rispetto del soggetto. Alla base deve esserci un rapporto di grande intesa, affiatamento e rispetto reciproco tra conduttore e cane. Questo rapporto permette di usufruire al meglio delle doti olfattive dell’animale considerate più importanti di qualsiasi tecnologia all’avanguardia. Noi li portiamo in una determinata zona dove si nasconde un altro nostro volontario che chiamiamo figurante. E il cane deve arrivare a lui utilizzando il solo fiuto e quando lo raggiunge si deve fermare e abbaiare richiamando così il suo conduttore.

All’inizio non è facile, perché la coppia uomo animale deve essere preparata anche ad affrontare tutte le difficoltà naturali (fiumi, rocce, ostacoli) che si interpongono nella ricerca. Alla fine il cane deve ricevere un premio, cibo o altro. Al conduttore spetta il compito, non semplice, di saper utilizzare il cane nella ricerca facendo sì che venga percepito come un momento di lavoro piacevole e coinvolgente. E anche per i conduttori l’addestramento è importante: devono essere in grado di leggere carte topografiche, di sapere usare la radio, di avere nozioni di primo soccorso, di avere delle cognizioni di alpinismo anche per affrontare una zona impervia in boschi e canaloni. Solo quando animale e uomo acquisiscono la preparazione necessaria vengono esaminati per il conseguimento del brevetto operativo ENCI che abilita ad operare come Unità cinofila di soccorso. Ma l’allenamento
continua sempre, in casa e sul campo a ogni week end e in ogni momento libero.
dopo che il loro conduttore ha fatto odorare un abito o un oggetto dello scomparso.
Quali sono le razze che meglio si adattano?
La razza non è fondamentale. Anche se, per doti caratteriali e memoria di razzarono particolarmente predisposti cani come il pastore tedesco, i belga mali- nois, i border collie, i labrador e tutti quelli che amano ‘lavorare” e che hanno un fiuto particolare.
Come quelli molecolari che vengono usati nelle ricerche delle Forze deN’Ordine?
Tutti i cani usano il fiuto per la ricerca. I nostri lo sfruttano in una zona delimitata alla ricerca dell’odore umano in genere, altri invece seguono una pista
Quanti siete in squadra?
Per il momento 17, dieci già operativi e sette in addestramento per ricevere anche loro il brevetto dell’ENCI.
E quanti interventi fate?
Una dozzina l’anno. L’ultimo recentemente a Bossico dove abbiamo recuperato una persona scomparsa ancora in vita.

La diagnosi di cancro è una notizia spesso sconvolgente ed è difficile reagire con lucidità. Disporre di un questionario scritto da cui attingere domande e quesiti durante le prime visite con l’oncologo può esserti d’aiuto. I 10 suggerimenti riportati qui sotto ti permettono di capire meglio cos’è la malattia, cosa comporta e quali sono le opzioni di trattamento. Lo stesso vale per la terminologia: conoscere prima alcune definizioni tecniche può aiutare a sentirsi meno smarriti e a comprendere quanto il medico sta dicendo. Ovviamente si tratta di una lista indicativa che potrai personalizzare e integrare come ritieni opportuno.1. Quali sono le prospettive a lungo termine?2. Cosa mi succederà nelle prossime settimane?3. Come dovrà cambiare il mio stile di vita in seguito all’operazione?4. Che terapie riceverò?5. Quali sono gli effetti collaterali dei trattamenti?6. Qual è il rapporto rischio/beneficio?7. A chi posso rivolgermi per domande o chiarimenti in orari extra visita?8. Posso contattare Lei o l’infermiere per valutare ulteriori informazioniricevute?9. Esistono associazioni di pazienti e gruppi di sostegno che consiglierebbe a chi è malato come me?10. In questo ospedale e reparto viene fornita l’assistenza di uno psicologo ai malati nelle mie condizioni?

In 15 anni in Italia i casi di tumore al pancreas sono aumentati quasi del 60 percento, passando dalle 8.600 diagnosi del 2002 alle 13.700 del 2017. A influire su questi numeri drammatici, oltre all’aumento dell’età media della popolazione italiana, vi sono soprattutto alimentazione scorretta e stili di vita insalubri. Sono i dati divulgati dalla Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Airtum (Associazione italiana dei registri tumori) in occasione della Quarta Giornata Mondiale del Tumore del Pancreas, che si terrà giovedì 16 novembre. In Italia verrà celebrata con eventi dedicati nelle piazze principali di quattro grandi città: Milano, Napoli, Roma e Verona.

Il cancro al pancreas, com’è noto, è una delle neoplasie più aggressive in assoluto, e in Italia sopravvive soltanto l’8 percento dei pazienti a cinque anni dalla diagnosi. Un numero bassissimo rispetto alle percentuali conquistate per altre tipologie di tumore, come ad esempio quello al seno, ma superiore alla media europea, che si ferma al 6,9 percento. Nel nostro Paese si registra anche una sensibile differenza tra Nord e Sud nel numero di casi, col Meridione più virtuoso: le diagnosi sono infatti inferiori del 25 percento per gli uomini e quasi del 30 percento fra le donne. Il dato si spiega poiché al Sud si rispetta di più la Dieta Mediterranea e si consuma molta più frutta e verdura. La scorretta alimentazione, infatti, rappresenta uno dei principali fattori di rischio, assieme all’obesità e alla sedentarietà. Anche il fumo ha un impatto estremamente negativo, e ben 3 casi su 10 di cancro al pancreas sarebbero riconducibili proprio al vizio delle ‘bionde’.

Nel mondo i nuovi casi sono più che raddoppiati in un decennio passando da 144.859 nel 2008 a circa 365.000 nel 2017 e si stima che nel 2020 saranno 418mila. Ogni giorno a livello globale sono 1.000 le nuove diagnosi. Questi dati ci spingono a impegnarci di più sia sul fronte della prevenzione che della ricerca”. Il logo della Giornata è un aquilone di color ametista che simboleggia la speranza e la voglia di lottare. Il 16 novembre, nelle piazze centrali di quattro città (Piazza Gae Aulenti a Milano, Piazza Bra a Verona, Piazza di Spagna a Roma e Piazza Dante a Napoli), saranno presenti gli stand delle associazioni dei pazienti, che distribuiranno volantini informativi. È anche previsto un volo di palloncini viola che partirà simultaneamente alle 17 da tutte le piazze coinvolte. I palloncini porteranno legati ai cordoncini pensieri di speranza per il futuro nella lotta contro la malattia raccolti nel corso della giornata dai passanti. “A oggi non vi sono metodi per la diagnosi precoce di questa neoplasia molto aggressiva – afferma il prof. Giampaolo Tortora, Direttore Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona -. Solo il 7% dei casi infatti è individuato in stadio iniziale, oltre la metà quando la malattia è già in fase metastatica.

Spesso sintomi come dolore allo stomaco, gastrite e cattiva digestione vengono confusi con quelli di altre patologie. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è pari all’8%, superiore rispetto alla media europea (6,9%) e a quella dei Paesi dell’Europa centrale (7,3%) e settentrionale (4,8%), ma decisamente inferiore rispetto ai risultati raggiunti in altre neoplasie frequenti come quelle al seno e alla prostata”. “Nuove armi – continua il prof. Tortora – permettono di ottenere un controllo significativamente prolungato della malattia metastatica, inoltre sono caratterizzate da un profilo di tossicità favorevole, per questo possono essere utilizzate anche nei pazienti anziani. In particolare nab-paclitaxel (paclitaxel legato all’albumina formulato in nanoparticelle) presenta un meccanismo di trasporto innovativo che sfrutta le nanotecnologie. La molecola, grazie all’albumina, una proteina già presente nell’organismo umano, riesce a superare la barriera stromale del cancro arrivando fino alla radice del tumore: rallenta la proliferazione della malattia e, a volte, può fermarne la crescita”. Per aumentare le diagnosi precoci e cambiare la storia di questo tumore, è necessario rafforzare la collaborazione tra specialisti. “Non è accettabile che alcuni pazienti siano operati in centri che svolgono uno o due interventi l’anno – sottolinea il prof. Massimo Falconi, Direttore del Centro del Pancreas dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e docente ordinario Università Vita-Salute di Milano -.

 Solo attraverso la giusta competenza si può curare questa patologia. La chirurgia pancreatica è estremamente complessa, infatti meno del 20% dei pazienti è candidabile a un intervento con intento curativo, con una sopravvivenza a 5 anni intorno al 20-30%. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che i rischi di gravi complicanze dopo un intervento sono più alti nei centri che eseguono raramente queste operazioni: ad esempio, uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha evidenziato che il tasso di mortalità dopo il più frequente intervento di chirurgia pancreatica (la duodenocefalopancreasectomia) è maggiore nei centri ‘a basso volume’ (mortalità = 16,3%) rispetto a quelli ‘ad alto volume’ (mortalità = 3,8%). In questo studio vengono definiti ad alto volume i centri che eseguono almeno 16 interventi di duodenocefalopancreasectomia all’anno. Anche in Italia è stata confermata la relazione tra esperienza dell’ospedale e rischio operatorio: un’analisi dei dati raccolti dal Ministero della Salute ha mostrato che nel nostro Paese, in un ospedale con poca esperienza in chirurgia pancreatica, il paziente ha un rischio di morire di 5 volte maggiore rispetto ai centri con più esperienza”. Questa analisi ha suddiviso gli ospedali italiani in quattro classi, in base al volume di interventi realizzati: la mortalità operatoria si è ridotta in modo progressivo all’aumentare dell’esperienza della struttura.

È, infatti, pari al 12,4% negli ospedali che eseguono 1-5 interventi/anno, al 7,8% in quelli che ne svolgono 6-13, al 5,9% in quelli che ne eseguono 14-51, e solo al 2,6% nei due centri con maggiore esperienza (Ospedale San Raffaele di Milano e Policlinico G.B. Rossi di Verona), che effettuano, a testa, più di 350 resezioni pancreatiche all’anno. Va sottolineato che il 75% degli ospedali italiani che realizzano questo intervento rientra nella categoria “a basso volume”, cioè in quella con minore esperienza, mentre sono meno di 20 i centri in Italia che eseguono più di 13 interventi all’anno. “Così come è stato fatto con le Breast Unit – continua il prof. Falconi –, anche per il tumore del pancreas dovrebbero essere individuate strutture di riferimento certificate sulla base di chiari parametri (quantità, qualità e valutazione puntuale dei risultati clinici) e non per autoreferenzialità. Va poi sottolineato che la decisione di procedere all’intervento chirurgico non può essere affidata al solo chirurgo ma deve essere condivisa dall’intero team multidisciplinare che normalmente ruota attorno ai bisogni del malato (radiologo, endoscopista-gastroenterologo, patologo, oncologo/radioterapista). Non raramente una chirurgia poco utile o percorribile alla diagnosi può avere maggiori percentuali di successo se eseguita dopo una chemioterapia cosiddetta neoadiuvante (che precede cioè la chirurgia).”

“La Giornata Mondiale è l’occasione per accendere i riflettori su questa forma di tumore – evidenzia Rita Vetere, Vice Presidente Salute Donna Onlus –. Purtroppo per questa patologia è difficile una diagnosi in fase iniziale in quanto la sintomatologia si manifesta tardivamente. L’incidenza è pressoché identica nei due sessi ed inoltre non sono stati individuati fattori predisponenti certi. I pazienti hanno bisogno di cure efficaci che diventano disponibili solo incentivando la ricerca medico-scientifica. Attualmente il carcinoma pancreatico riceve meno del 2% di tutti i finanziamenti per lo studio del cancro in Europa. Per migliorare i bassi tassi di sopravvivenza serve una vera e propria chiamata alle armi che vada dalla ricerca alla prevenzione, intesa come attenzione agli stili di vita, fino alle terapie, in stretta collaborazione con le Istituzioni, le altre Associazioni e i clinici”.
“La nostra azienda è lieta di supportare la Quarta Giornata Mondiale sul Tumore del Pancreas – conclude il dott. Federico Pantellini, Direttore Medical Affairs Oncology di Celgene, uno degli sponsor dell’evento internazionale -. Di fronte a un’incidenza di questa neoplasia che sta crescendo fortemente in Italia, è nostro dovere sviluppare farmaci sempre più innovativi ed efficaci in grado di combattere anche le malattie più gravi per offrire una speranza ai pazienti. Celgene è impegnata sia nella ricerca clinica che nella collaborazione con diversi interlocutori coinvolti nella lotta al carcinoma pancreatico, per creare i presupposti a miglioramenti rilevanti nelle varie fasi di questa patologia, dalla prevenzione alla terapia”. Ricordiamo anche il “Celgene Research Award”, una borsa di studio destinata a programmi di ricerca di base volti a chiarire i meccanismi che portano allo sviluppo della malattia. Inoltre Celgene ha supportato il progetto Cooking, Comfort, Care promosso da AIOM e volto a fornire consigli nutrizionali alle persone colpite da tumore del pancreas, con indicazioni per una sana e corretta alimentazione “a misura di paziente”, e ha reso possibile la web app su questa patologia realizzata in collaborazione con AIOM sul Corriere della Sera, in 8 lingue e consultabile da svariati device.
In Italia la Quarta Giornata Mondiale sul Tumore del Pancreas è realizzata sotto l’egida della Fondazione AIOM, di Salute Donna, FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia), Salute Uomo, Fondazione Nadia Valsecchi, Nastro Viola e My Everest.

«Il gruppo della Johns Hopkins di Baltimora è leader mondiale nell’impiego della biopsia liquida, strumento utile ad anticipare la scoperta di un tumore e seguirne l’andamento anche quando la malattia non è ancora visibile con le metodiche diagnostiche a disposizione (come TAC, risonanza magnetica, eccetera) – commenta Giampaolo Tortora, direttore dell’Oncologia universitaria e dell’Azienda Ospedaliera di Verona, esperto di questa patologia -. In questo studio (al quale hanno contribuito anche ricercatori italiani dell’ospedale San Raffaele di Milano), per aumentare il potere diagnostico, gli studiosi hanno combinato la ricerca sul ctDNA di una mutazione molto frequente dei tumori del pancreas, il gene KRAS, con l’analisi di alcune proteine riscontrate spesso in questi tumori, tra cui il marker tumorale CA19-9. Con questo approccio sono riusciti a identificare la presenza di tumori del pancreas solo nei pazienti, mentre nei 182 volontari sani usati come controllo, eccetto un caso, i test erano negativi, dimostrando la buona sensibilità e specificità (ovvero la capacità di un test di dare un risultato corretto nei soggetti sani) della metodica».

È uno Dei tumori più invasivi e letali che ci sia, stiamo parlando del tumore al pancreas. Nell’ultimo quinquennio numero di pazienti è cresciuto del 18%, vista l’elevata percentuale di scienziati che fanno ricerca stanno cercando un metodo per debellare in modo definitivo le cellule tumorali con

nuovi farmaci. Sono oltre 13.000 italiani ogni anno che si ammalano del tumore al pancreas.

Diagnosi Nel carcinoma del pancreas, i problemi della diagnosi e della stadiazione procedono di pari passo con la necessità di esprimere un corretto giudizio di resecabilità ed a tal fine sono state valutate diverse metodiche di imaging . Esame citologico/istologico: deve essere ottenuto prima dell’inizio di una terapia oncologica nei pazienti con malattia localmente avanzata e metastastica. In caso di tumore resecabile e con sospetto clinico strumentale di malignità elevato, la diagnosi cito/istologica è preferibile ma non è indispensabile, essendo l’incidenza di neoplasia benigna compresa tra il 5 e il 13% dei casi operati senza istologia.

L’esame cito/istologico può essere ottenuto sotto guida eco-endoscopica, ECO- o TAC-guidata. L’approccio ecoendoscopico è da preferire rispetto all’approccio percutaneo ECO- o TAC-mediato in quanto l’ecoendoscopia è utile anche nella diagnostica differenziale delle lesioni non neoplastiche, di difficile identificazione con le metodiche tradizionali. Peraltro, in uno studio condotto in pazienti con malattia localmente avanzata e sottoposti a trattamento neoadiuvante chemioradioterapico è stata riscontrata una minor incidenza di disseminazione tumorale peritoneale (2.2% versus 16.3%) con l’approccio ecoendoscopico rispetto all’approccio percutaneo ECO- o TAC-guidato. Per quanto non si tratti di uno studio randomizzato, il risultato suggerisce in modo chiaro che la metodica ecoendoscopica è da preferire. Al contrario, l’esame bioptico per via ecoendoscpica non è risultato essere associato ad un aumento del rischio di carcinosi peritoneale rispetto alla colangiografia retrograda endoscopica.

Infine, un recente studio che ha considerato 2034 pazienti sottoposti a chirurgia con intento curativo ha mostrato come l’accertamento bioptico ecoendoscopicamente-guidato non si associ ad un aumento del rischio di mortalità41 .  TAC multislice: attualmente rappresenta l’indagine di scelta non solo per la diagnosi ma anche per la stadiazione. Numerosi studi hanno dimostrato che il 70-85% dei pazienti considerati potenzialmente resecabili alle scansioni TAC sono realmente suscettibili di trattamento chirurgico radicale. Lo studio pre-contrastografico consente di escludere la presenza di calcificazioni, contribuendo alla diagnosi differenziale con la pancreatite cronica. La fase contrastografica precoce (dinamica) o arteriosa consente generalmente di identificare il tumore poiché in tale fase si realizza la massima differenza di contrasto tra il parenchima sano iperdenso ed il tessuto neoplastico ipodenso. In tale fase, inoltre, si ottiene la migliore valutazione dei rapporti del tumore con i vasi arteriosi venendo impiegato il minimo spessore di fetta (2 mm). La fase venosa prevede l’impiego di fette di spessore maggiore (2 mm) e consente l’esplorazione dei quadranti addominali medi e superiori con la possibile evidenziazione di focolai peritoneali e di metastasi epatiche. Nella fase di stadiazione sia della malattia resecabile che avanzata è raccomandabile estendere la TAC anche al torace, per la possibile presenza di micronoduli polmonari non rilevabili alla radiografia standard, in alcuni casi (5%) anche in assenza di metastasi addominali48.

La TAC convenzionale (non multislice) non rappresenta ad oggi la metodica da utilizzare per valutare la resecabilità. In pazienti con lesione pancreatica sospetta l’esecuzione di una TC addome +/- RMN per stadiare la malattia ed esprimere un corretto giudizio di resecabilità ottiene alti livelli di sensibilità nella diagnosi differenziale di adenocarcinoma (89%-97%) e un buon valore predittivo positivo nel valutarne la non resecabilità (89%-100%)attimo. Ecografia addominale: è di solito la metodica di imaging di primo impiego nello studio del pancreas, soprattutto quando la malattia esordisce con la comparsa di ittero, per la necessità di porre una diagnosi differenziale con altre patologie. Tuttavia, tale metodica ha la forte limitazione di essere operatore-dipendente e pertanto poco oggettiva, il che pone forti limiti nell’utilizzo di tale esame per la stadiazione e valutazione della resecabilità del tumore. La valutazione dell’eventuale coinvolgimento dei principali vasi può essere eseguita associando il controllo Doppler. L’accuratezza di questa metodica è dell’84% nello studio dell’invasione dell’asse porto-mesenterico e dell’87% nella valutazione dell’infiltrazione della parete arteriosa.

Ecoendoscopia: è una procedura invasiva basata sull’introduzione nello stomaco e nel duodeno di un endoscopio munito di una sonda ecografica a frequenza più elevata di quelle usate per l’ecografia addominale con conseguente possibilità di visualizzare le strutture a breve distanza dalla sonda stessa. Peraltro, consente di eseguire un’ecografia ad elevata definizione della parete gastroduodenale e delle strutture, quali pancreas e vie biliari extraepatiche, che si trovano a stretto contatto con lo stomaco o il duodeno. Si tratta di un’indagine altamente operatore dipendente e che richiede una strumentazione sofisticata e costosa; ad oggi l’impiego di tale metodica è ancora relativamente limitato. È una metodica complementare alla TAC ed alla RMN nella stadiazione del carcinoma del pancreas, fornendo informazioni aggiuntive circa il coinvolgimento dei vasi o dei linfonodi, nei casi in cui le metodiche tradizionali non rispondono chiaramente al quesito.

Tuttavia, la metodica risulta accurata soprattutto nell’individuare il coinvolgimento del sistema portale piuttosto che dell’arteria mesenterica superiore. Inoltre, l’eco-endoscopia si è rivelata utile anche nella diagnostica differenziale tra stenosi benigne e maligne, nella caratterizzazione delle lesioni cistiche pancreatiche e delle lesioni periampollari invasive rispetto alle non invasive52 .  Risonanza magnetica nucleare: si è dimostrata in alcuni studi equivalente se non superiore ad altre metodiche di indagine per sensibilità, specificità ed accuratezza nell’esprimere un giudizio di resecabilità. La valutazione dell’infiltrazione peripancreatica, in virtù dell’elevata risoluzione di contrasto tra la ghiandola ed il tessuto adiposo circostante, appare meglio definibile con RMN che con altre metodiche. La metodica, inoltre, può essere di ausilio alla TAC nell’individuare la presenza di malattia extraepatica nei pazienti ad alto rischio.  Tomografia ad emissione di positroni (PET): non è una metodica routinaria in considerazione dell’alto numero di falsi positivi e negativi che si riscontrano e non può essere impiegata per esprimere un corretto giudizio di resecabilità. Trova invece indicazione:  nella conferma di una remissione completa clinico-radiologica;  nella diagnosi differenziale tra tessuto cicatriziale post chirurgico o post radioterapia e recidiva di malattia54 . Colangiopancreatografiaretrogada endoscopica (ERCP): ha un ruolo limitato alla palliazione dell’ittero ostruttivo e non ha più alcun ruolo diagnostico, dal momento che la colangiowirsung RMN offre vantaggi superiori . Laparoscopia: è in grado di selezionare i pazienti da sottoporre a chirurgia radicale conservativa consentendo di evidenziare piccole lesioni epatiche o localizzazioni peritoneali non documentabili con altre metodiche, in particolare per le forme localizzate al corpo-coda. Ha un ruolo nella stadiazione per i pazienti candidati alla resezione radicale ma con un valore di Ca 19.9 (GICA) molto elevato57,58.

La radioterapia impiega radiazioni ad alta energia, puntate sulla zona interessata, per distruggere le cellule tumorali. Si cerca, nel frattempo, di non danneggiare i tessuti sani. È una valida alleata della chirurgia. Nel caso del tumore al pancreas, infatti, trova indicazioni sia in fase preoperatoria (neoadiuvante), che dopo l’intervento (adiuvante). Nel primo caso, la radioterapia serve per ridurre il cancro primitivo. Il chirurgo riuscirà così ad eseguire un intervento meno invasivo e demolitivo. Nella modalità post-operatoria, invece, ha come obiettivo la riduzione delle recidive locali. Come si esegue Innanzitutto, il trattamento viene pianificato iniziando dall’esecuzione di una Tomografia Computerizzata (TC) o di una TC associata alla Tomografia ad Emissione di Positroni (PET). Questi esami forniscono al radioterapista delle immagini a tre dimensioni (3D) dell’organo, utili per definire il volume da trattare. Si eseguono in posizione supina, immobili e durano qualche decina di minuti. Al termine, si applicano piccoli tatuaggi puntiformi permanenti sulla pelle, nella zona interessata. Sono segnali che consentono al tecnico la localizzazione del punto esatto sul quale intervenire. La seconda fase, detta “simulazione”, permette di verificare e confermare il piano di trattamento elaborato in precedenza.

Queste fasi, seppur schematiche, garantiscono l’assoluta precisione e ripetibilità della terapia. Ma aumentano anche il grado di sicurezza per gli altri organi, anatomicamente molto vicini al pancreas: intestino, fegato, milza, reni, stomaco. La radioterapia si somministra in sedute quotidiane da pochi minuti l’una, per cinque giorni la settimana. In totale, il trattamento dura circa un mese e mezzo. Non esitare ad informare il tuo radioterapista in caso si noti che qualcosa non va: potrà prescriverti farmaci in grado di alleviare o risolvere i disturbi. In linea di massima, gli effetti collaterali possono essere gestiti grazie a una corretta alimentazione: • preferisci pasti piccoli e frequenti • non mangiare nulla due ore prima e in seguito al trattamento • non consumare caffè, alcolici e alimenti troppo caldi o freddi, fritti, piccanti e molto grassi La radioterapia a fasci esterni non rende radioattivi: una volta a casa, quindi, non rappresenti affatto un pericolo per gli altri, nemmeno per i bambini.

I farmaci chemioterapici, detti anche citotossici o antiblastici, vengono utilizzati per distruggere le cellule tumorali. Bloccano la loro divisione e riproduzione, consentendo quindi una regressione della malattia. I trattamenti per il tumore del pancreas, così come per tutte le altre tipologie di cancro, prevedono la somministrazione di un solo medicinale o di combinazioni di prodotti differenti. Così come per le altre modalità di intervento sulla neoplasia, la decisione sulla chemioterapia appropriata dipende da molti fattori: tipologia e stadio del tumore, condizioni biologiche, età, sesso, condizioni generali, ecc. Purtroppo, i farmaci antiblastici colpiscono anche le cellule sane adiacenti a quelle malate. Sono quindi comuni spiacevoli effetti collaterali come: caduta di capelli, nausea, vomito, stanchezza, stomatiti, stipsi, diarrea, ecc., che variano comunque da persona a persona. La chemioterapia può inoltre determinare la diminuzione di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Per questi motivi, negli ultimi anni è stata data moltissima importanza alle terapie di supporto, che permettono di controllare le spiacevoli conseguenze del trattamento. Si tratta di farmaci che salvaguardano la qualità della vita. Così come la radioterapia, anche la chemioterapia può essere impiegata prima o dopo l’intervento chirurgico.

Le innovazioni nella chemioterapia Per lunghi anni l’unico trattamento possibile per un paziente con carcinoma pancreatico è stata la gemcitabina. Recentemente una combinazione di farmaci (FOLFIRINOX), 5-FU, leucovorin, oxaliplatino e irinotecan, ha determinato un significativo vantaggio, raddoppiando quasi la sopravvivenza dei malati. Purtroppo, solo una piccola frazione di loro può giovarsi di questo trattamento che è aggressivo e va riservato solo a persone in buone condizioni generali, senza ittero e protesi biliari. Gli ultimi progressi nel campo della ricerca hanno permesso di compiere ulteriori e promettenti passi avanti. Le protagoniste assolute di questa rivoluzione sono le nanotecnologie. Come il nab paclitaxel, un chemioterapico legato in nanoparticelle all’albumina, una proteina del plasma. Questo farmaco, associato alla gemcitabina, già utilizzata di norma contro il tumore al pancreas, ha dato risultati incoraggianti, aumentando significativamente la sopravvivenza e permettendo di avere a 3 anni e mezzo pazienti lungosopravviventi. La nuova terapia con un meccanismo di trasporto innovativo permette di arrivare alla radice del tumore arrestandone così la crescita. Gli altri medicinali utilizzati finora, invece, avevano difficoltà a superare lo spesso tessuto connettivo presente attorno all’organo.

Trovi di seguito un elenco di alcuni comuni effetti collaterali dei trattamenti, con semplici consigli sulla loro gestione. Ricordati che è comunque importante riferire i sintomi al personale medico o infermieristico, così come qualsiasi altro dolore, bruciore o fastidio dovesse verificarsi durante o dopo un trattamento. Disturbi gastro-intestinali Molti farmaci chemioterapici possono indurre nausea o vomito. Prima di ogni seduta, generalmente, vengono però somministrati in endovena medicinali (antiemetici) in grado di contrastare questi fastidiosi sintomi. Inoltre, per prevenire i disturbi: • non mangiare nelle due ore precedenti e successive alla chemioterapia • evita di assumere alcolici • non consumare cibi piccanti, troppo caldi o freddi • possono essere di aiuto bevande alla menta o al limone • preferisci spuntini leggeri (con poco sale e grassi) a pasti abbondanti In caso di episodi di diarrea dopo i trattamenti, è necessario introdurre alimenti ricchi di potassio come patate, riso integrale, frutta secca, albicocche e banane o ricorrere ad integratori. Almeno una volta al giorno andrebbero consumati riso, patate o pasta.

Fatigue Con il termine fatigue si indica l’insieme di sintomi fisici e psichici tra i più debilitanti e meno considerati nei malati di tumore (ne soffre fino al 90% dei pazienti). Per combattere la fatica è utile programmare le attività da svolgere nell’arco della giornata e stabilire alcune priorità in base a come si vogliono impiegare le proprie forze. Per ridurla è utile trattare l’anemia, spesso causa principale della stanchezza; praticare un moderato e regolare esercizio fisico; osservare una dieta povera di grassi e di combinazioni difficili da digerire; adottare tecniche di rilassamento e di gestione dello stress. Dolore Il dolore può essere causato direttamente dal tumore oppure dagli effetti collaterali delle terapie. È importante che tu riferisca sempre al medico i sintomi riscontrati. A seconda dell’intensità vengono utilizzati medicinali sempre più potenti, classificabili in: non oppioidi (antinfiammatori non steroidei, ecc.) o oppioidi minori (come la codeina), per sedare il dolore da lieve a moderato; oppioidi maggiori (morfina, metadone) per problemi severi o nel momento in cui risultino inefficaci le terapie antidolorifiche più blande. Se ti viene consigliato l’utilizzo di oppioidi non temere di sviluppare una dipendenza: si tratta di un rischio minimo e del tutto secondario rispetto all’esigenza di controllare il dolore.

Nei primi cinque anni dall’intervento va pianificato un attento programma di controllo (follow-up). Questo permette di intervenire in tempo in caso di ricaduta o di metastasi. Le recidive di tumori al pancreas rappresentano un importante problema clinico, vista la complessità della malattia. Ma, più in generale, il follow-up permette di monitorare la risposta al trattamento impiegato. I protocolli possono differenziarsi anche in modo significativo in base al tipo e allo stadio del cancro, oltre che alle caratteristiche del paziente. Tutti questi fattori vengono analizzati dal medico, per decidere ogni quanto programmare le visite e per monitorare il tuo stato di salute, diagnosticando così velocemente eventuali riprese della malattia. Non è dimostrato che gli esami di follow-up riducano l’incidenza delle metastasi. È possibile però diagnosticare la progressione della malattia in una fase spesso asintomatica, permettendo in alcuni casi di sottoporsi a trattamenti tempestivi. Non preoccuparti se, parlando con altri pazienti, noterai differenze significative negli intervalli fra una visita e l’altra. Nel caso di neoplasia al pancreas, la sorveglianza post-chirurgica si avvale dell’esame clinico, dell’utilizzo di marcatori tumorali e di procedure radiologiche. Siccome l’esame da solo non è generalmente in grado di evidenziare precocemente le recidive, l’aggiunta del marcatore in combinazione consente di confermare il sospetto di ricaduta. Gli esami strumentali utilizzati con maggior frequenza sono: TC, ecografia addominale, Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) e PET. I

Fumo L’associazione tra fumo e cancro del pancreas è stata dimostrata da quasi tutti gli studi pubblicati a partire dal 1966. Sebbene tale associazione non sia così forte come per il cancro del polmone, in cui vi è contatto diretto tra tessuto polmonare e prodotti del tabacco, il fumo di sigaretta è responsabile di circa il 70-100% di aumento del rischio di cancro pancreatico. Il fumo rimane un fattore di rischio modificabile: dopo aver smesso di fumare, il rischio diminuisce gradualmente, senza però ritornare ai livelli di base prima di almeno dieci anni . Anche il tabacco da pipa e sigari aumenta il rischio di tumore pancreatico e recenti studi hanno indicato anche il tabacco da masticare come fattore di rischio . Sulla base della frequenza del fumo nella popolazione, il rischio attribuibile a questo fattore di rischio (cioè la riduzione complessiva delle percentuali di tumore pancreatico se il fumo fosse completamente eliminato) è di circa il 25%.

Alcool L’alcool è un noto fattore di rischio per tumori insorti in diversi organi, compreso l’esofago ed il fegato, ma può essere un fattore di rischio anche per cancro del pancreas? Poiché esiste una forte relazione tra fumo ed alcool, ogni rischio attribuito/correlato all’alcool può essere causato da fattori di confondimento legati al fumo. La maggior parte degli studi non hanno evidenziato una relazione tra alcool e tumore pancreatico o solo una lieve associazione probabilmente dovuta a fattori di confondimento da parte del fumo. In una recente analisi di 14 studi è stata riscontrata solo una bassa associazione per i soggetti appartenenti alla categoria di consumo più elevata di alcool, e solo nelle donne . Alimentazione Esistono naturali differenze nelle abitudini alimentari a livello regionale e nazionale, per cui spesso si tende ad attribuire all’alimentazione parte delle differenze osservate nella frequenza di questa patologia tra i diversi Paesi. E’ comunque difficile definire un legame tra alimentazione e cancro a causa di problemi metodologici nella raccolta e valutazione delle informazioni sulle abitudini alimentari. In studi di coorte, le informazioni di tipo alimentare raccolte prima della comparsa dei sintomi si sono dimostrate migliori rispetto agli studi caso-controllo.

Tuttavia, negli studi di coorte, non è stato dimostrato che l’alimentazione sia costante nell’intervallo di tempo che intercorre tra la raccolta dei dati e la diagnosi del tumore. Diversi studi suggeriscono che monitorando il consumo calorico complessivo e/o l’obesità si può prevedere l’insorgenza del tumore pancreatico . Il meccanismo può essere costituito dall’insorgenza diretta o indiretta del tumore per mezzo di un legame tra obesità e risposte infiammatorie . E’ stato più difficile trovare un particolare responsabile tra i tanti e diversi prodotti alimentari. Ad esempio, un elevato contenuto glicemico causato da eccesso di carboidrati non sembra portare a questa patologia . Una maggiore assunzione di proteine è stata considerata un fattore di rischio in alcuni studi, ma non ha trovato conferma in altri . Sembra che i flavonoidi, antiossidanti naturali ampiamente presenti nelle piante, riducano il rischio di alcuni tumori.

Non ci sono evidenze sufficienti che dimostrino che questi possono agire come fattori di protezione alimentare nel CP . Negli Stati Uniti, circa la metà della popolazione adulta consuma vitamine supplementari. Queste sostanze od altri micronutrienti possono avere un ruolo nel ridurre il rischio di cancro del pancreas? Diversi studi hanno esaminato i folati, che possono svolgere un modesto ruolo di protezione, in particolare nei fumatori . Anche la vitamina D può proteggere contro il tumore del pancreas per il suo ruolo di supporto nel metabolismo del calcio od attraverso altri meccanismi. E’ difficile una valutazione precisa del ruolo della vitamina D, per la possibile interferenza con la luce del sole e con l’alimentazione; tuttavia, alcuni studi sostengono un suo effetto protettivo (6,30). Secondo alcuni ricercatori un altro micronutriente, la metionina, potrebbe avere un ruolo protettivo contro il tumore pancreatico (26,31,32). La metionina, un aminoacido essenziale che contiene zolfo, è presente nella carne, nel pesce e nei legumi. L’interazione tra metionina ed altri componenti alimentari come i folati, può ridurre ancor più il rischio di questo tipo di tumore .

Esistono anche altri fattori di rischio, con un peso sicuramente meno rilevante rispetto a quanto vi abbiamo detto finora, ma che possono comunque giocare la loro parte. Alcuni riguardano ancora gli “stili di vita”, altri invece non sono purtroppo modificabili. Diabete In Italia vivono circa 3 milioni di persone con diabete, malattia metabolica che risente moltissimo della sedentarietà e dell’alimentazione scorretta. Recenti studi, condotti su pazienti affetti dalla patologia da lungo tempo (oltre 10 anni) hanno rilevato un aumento del 50% di rischio di tumore al pancreas. Gruppo sanguigno In un ampio studio prospettico, su circa un milione di persone/anni di osservazione, è emersa una correlazione tra gruppo sanguigno e tumore del pancreas. In accordo con diverse ricerche precedenti, avere un gruppo sanguigno di tipo non-0 sarebbe responsabile del 17% delle neoplasie al pancreas. Però, l’esatto meccanismo che collega il cancro del pancreas ai gruppi sanguigni non è ancora noto. Malattie genetiche ereditarie Sindrome multipla atipica familiare del melanoma (FAMMM), sindrome di Peutz-Jeghers (PJS), pancreatite ereditaria (HP), cancro colorettale ereditario non poliposico (HNPCC), sindrome di carcinoma familiare della mammella e dell’ovaio (FBOC), fibrosi cistica (FC), poliposi adenomatosa familiare (FAP), atassia telangiectasia (AT) e anemia di Fanconi (FA).

EPIDEMIOLOGIA E FATTORI DI RISCHIO

Il carcinoma pancreatico presenta un basso tasso di incidenza in quasi tutte le popolazioni e pertanto viene considerato un “cancro orfano”. Questa patologia sarebbe di scarso interesse se il tasso di mortalità non fosse così elevato. Inoltre, poiché il tasso di mortalità si avvicina a quello di incidenza, il cancro pancreatico (CP) rappresenta la quarta o quinta causa più comune di morte per tumore, nella maggior parte dei Paesi occidentalizzati. Alla fine degli anni ’90, la stima del numero di tumori pancreatici in tutto il mondo era di 110.000. Purtroppo, la maggior parte dei pazienti affetti da questa patologia muore a causa della malattia e, per coloro che sopravvivono più a lungo, una diagnosi errata può essere un problema . Grazie alla chirurgia, circa il 20% dei pazienti sopravvive a 5 anni, ma solo il 20% dei pazienti può essere sottoposto alla resezione del pancreas.
Fattori demografici
Nei Paesi occidentali, l’età media dei pazienti alla diagnosi è di circa 70 anni e, come per quasi tutti gli altri tumori diagnosticati in età adulta, i tassi di incidenza e mortalità sono fortemente in relazione all’età. Solo circa il 5-10% dei pazienti sviluppa il cancro al pancreas prima dei 50 anni. Questo gruppo potrebbe però comprendere pazienti affetti da un disturbo genetico congenito. La probabilità cumulativa di sviluppare un tumore del pancreas nell’arco della vita è di circa l’1% negli uomini ed un po’ più bassa nelle donne. Sembra ci sia correlazione minima, se non nessuna, con fattori di rischio ormonali legati al sesso , mentre il fumo è il principale fattore responsabile per gli elevati tassi osservati nella popolazione maschile.
Sono state riscontrate notevoli differenze razziali nella frequenza di cancro del pancreas, con percentuali sensibilmente superiori nei neri rispetto ai caucasici, mentre le percentuali più basse sono state registrate in alcune popolazioni asiatiche. I motivi non sono chiari: le differenze nel numero di fumatori non spiegano l’elevato tasso di tumore pancreatico nei neri, tuttavia ci potrebbero essere differenze genetiche in relazione alla razza nel processo di detossificazione delle sostanze carcinogeniche prodotte dal tabacco. Un altro fattore importante potrebbe essere l’elevata prevalenza di insufficienza di vitamina D nella popolazione nera.

Distribuzione globale
La distribuzione del cancro pancreatico mostra una curiosa distribuzione geografica, con tassi più alti osservati man mano che ci si allontana dall’equatore. Ciò potrebbe essere correlato ai bassi livelli di vitamina D, fortemente legato all’esposizione alla luce del sole e ai raggi ultravioletti . I tassi di mortalità in Italia sono intermedi rispetto agli altri Paesi europei con la presenza di variazioni tra Nord e Sud, più elevati nell’Italia settentrionale, intermedi nell’Italia centrale e bassi nell’Italia meridionale.

Time trend
Con l’aumentare della durata della vita, la frequenza assoluta di questa patologia è destinata ad aumentare. Questo avviene soprattutto in Cina, India e nelle Regioni asiatiche dove le popolazioni stanno invecchiando. Un altro fattore che porta ad un aumento del numero di casi in queste regioni è che, al contrario dei Paesi occidentali, sempre più persone iniziano a fumare. In Italia, mentre i tassi standardizzati per età sono stati relativamente stabili negli ultimi 20 anni, il numero di morti è raddoppiato a causa dell’invecchiamento della popolazione.

Fumo
L’associazione tra fumo e cancro del pancreas è stata dimostrata da quasi tutti gli studi pubblicati a partire dal 1966 . Sebbene tale associazione non sia così forte come per il cancro del polmone, in cui vi è contatto diretto tra tessuto polmonare e prodotti del tabacco, il fumo di sigaretta è responsabile di circa il 70-100% di aumento del rischio di cancro pancreatico. Il fumo rimane un fattore di rischio modificabile: dopo aver smesso di fumare, il rischio diminuisce gradualmente, senza però ritornare ai livelli di base prima di almeno dieci anni. Anche il tabacco da pipa e sigari aumenta il rischio di tumore pancreatico e recenti studi hanno indicato anche il tabacco da masticare come fattore di rischio. Sulla base della frequenza del fumo nella popolazione, il rischio attribuibile a questo fattore di rischio (cioè la riduzione complessiva delle percentuali di tumore pancreatico se il fumo fosse completamente eliminato) è di circa il 25%.
Alcool
L’alcool è un noto fattore di rischio per tumori insorti in diversi organi, compreso l’esofago ed il fegato, ma può essere un fattore di rischio anche per cancro del pancreas? Poiché esiste una forte relazione tra fumo ed alcool, ogni rischio attribuito/correlato all’alcool può essere causato da fattori di confondimento legati al fumo. La maggior parte degli studi non hanno evidenziato una relazione tra alcool e tumore pancreatico o solo una lieve associazione probabilmente dovuta a fattori di confondimento da parte del fumo. In una recente analisi di 14 studi è stata riscontrata solo una bassa associazione per i soggetti appartenenti alla categoria di consumo più elevata di alcool, e solo nelle donne .
Alimentazione
Esistono naturali differenze nelle abitudini alimentari a livello regionale e nazionale, per cui spesso si tende ad attribuire all’alimentazione parte delle differenze osservate nella frequenza di questa patologia tra i diversi Paesi. E’ comunque difficile definire un legame tra alimentazione e cancro a causa di problemi metodologici nella raccolta e valutazione delle informazioni sulle abitudini alimentari. In studi di coorte, le informazioni di tipo alimentare raccolte prima della comparsa dei sintomi si sono dimostrate migliori rispetto agli studi caso-controllo. Tuttavia, negli studi di coorte, non è stato dimostrato che l’alimentazione sia costante nell’intervallo di tempo che intercorre tra la raccolta dei dati e la diagnosi del tumore. Diversi studi suggeriscono che monitorando il consumo calorico complessivo e/o l’obesità si può prevedere l’insorgenza del tumore pancreatico. Il meccanismo può essere costituito dall’insorgenza diretta o indiretta del tumore per mezzo di un legame tra obesità e risposte infiammatorie. E’ stato più difficile trovare un particolare responsabile tra i tanti e diversi prodotti alimentari. Ad esempio, un elevato contenuto glicemico causato da eccesso di carboidrati non sembra portare a questa patologia. Una maggiore assunzione di proteine è stata considerata un fattore di rischio in alcuni studi, ma non ha trovato conferma in altri.
Sembra che i flavonoidi, antiossidanti naturali ampiamente presenti nelle piante, riducano il rischio di alcuni tumori. Non ci sono evidenze sufficienti che dimostrino che questi possono agire come fattori di protezione alimentare nel CP.
Negli Stati Uniti, circa la metà della popolazione adulta consuma vitamine supplementari. Queste sostanze od altri micronutrienti possono avere un ruolo nel ridurre il rischio di cancro del pancreas? Diversi studi hanno esaminato i folati, che possono svolgere un modesto ruolo di protezione, in particolare nei fumatori . Anche la vitamina D può proteggere contro il tumore del pancreas per il suo ruolo di supporto nel metabolismo del calcio od attraverso altri meccanismi. E’ difficile una valutazione precisa del ruolo della vitamina D, per la possibile interferenza con la luce del sole e con l’alimentazione; tuttavia, alcuni studi sostengono un suo effetto protettivo.
Secondo alcuni ricercatori un altro micronutriente, la metionina, potrebbe avere un ruolo protettivo contro il tumore pancreatico. La metionina, un aminoacido essenziale che contiene zolfo, è presente nella carne, nel pesce e nei legumi. L’interazione tra metionina ed altri componenti alimentari come i folati, può ridurre ancor p

(Visite Totali 26 ---- Visite Oggi 1 )

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *