E basta adesso! Ne abbiamo le tasche piene dei vostri adesivi, delle vostre spranghe, dei vostri bastoni, dei vostri fazzoletti rossi e delle vostre croci celtiche. Siamo stanchi di questa infinita diatriba tra fascismo e antifascismo, ultimo bipolarismo rimasto in un’Italia in cui ognuno, per il resto, fa partito per sé. Svegliatevi, siete in ritardo di un secolo: non siamo più nel 1918, all’alba del Biennio Rosso e della nascita dei Fasci di Combatti- mento;né siamo più nel 1943, dopo l’armistizio, con l’Italia spaccata in due, geograficamente e ideologicamente. Fatevene una ragione: il fascismo è morto e sepolto e alla pari è morto l’antifascismo, salvo vogliate continuare a essere avversari di un cadavere.

Ma niente, siete cocciuti, ostinati. E allora l’altro ieri alcuni di voi – parlo di voi come di un tutt’uno, perché ormai fate parte dello stesso calderone nostalgico, pseudo-fascisti e pseudo-antifascisti – hanno avuto l’ideona, a Pavia, di attaccare adesivi sulle porte, sotto i campanelli, davanti ai cancelli di attivisti e politici di sinistra con tanto di scritta «Qui ci abita un antifascista», a mo’ di marchio di infamia.

MARCHIO D’INFAMIA

Ci sarebbe molto da dire sulla statura culturale, prima ancora che morale, di questi individui – la cui identità è ancora ignota – visto che sono incapaci perfino di scrivere cinque parole in italiano corretto (si dice «qui abita», non «qui ci abita», pezzi di ignoranti!). Ma poi, vi dico: c’era proprio bisogno di andare a ricordare a qualcuno che antifascista magari manco sa di esserlo, e forse è solo un militante un po’ esagitato (tra i «marchiati» ci sono anche gli implicati in un processo per un presidio non autorizzato), oppure un utente Facebook con idee molto a sinistra, o un assessore, un consigliere comunale (vedi Giacomo Galazzo e Silvia Chierico), che la sua identità più profonda nell’anno del Signore 2018 è di essere un «antifascista»? Fossi stato in loro, mi sarei indignato e non avrei gradito quel riduzionismo che porta a bollare unapersona con una deflnizione, peraltro superata (ma è una prassi ben in voga anche dall’altra parte, quando si marchia in maniera preventiva un avversario con lo stigma di «omofobo», «razzista», «squadrista» e via dicendo).

Poi certo, se proprio vogliamo spaccare il capello in quattro, dovremmo dire che chi oggi condanna, e giustamente, la marchiatura del nemico dimentica i casi, ancora più eclatanti, di antifascisti, o sedicenti tali, che picchiano, pestano, sputano, sbraitano contro le forze dell’ordine e i militanti di destra; e dovremmo registrare il diverso trattamento da parte di media e politici, con una minimizzazione degli episodi di violenza vera (sono solo criminali, dicono loro, non esponenti di sinistra) e una grande enfasi posta invece sugli adesivi (ormai, da Anna Frank con la maglia della Roma al bollino «Qui ci abita un antifascista», sembra che l’attività dei presunti fascisti si sia ridotta a quello: mettere adesivi).

LE COLPE DEI LEADER

Ma, appunto, dicevamo, si tratta di spaccare il capello in quattro. Perché la verità è che ci siamo rotti di sentire e raccontare di queste contrapposizioni frontali e intimidazioni reciproche, che rievocano gli anni di Piombo in versione semi-farsesca; e ci siamo stancati di un Paese che, all’alba di elezioni che dovrebbero deciderne il futuro, è ancora prigioniero del suo passato, come un’ossessione dalla quale, stavolta sì, non riesce a trovare una Liberazione.

La colpa è dei cretini che compiono prodezze simili e di chi, dagli estremi opposti, le alimenta. Ma la colpa, permetteteci, è anche di chi, leader dei grandi partiti e intellettuali, in questa campagna elettorale ha esibito una povertà impressionante di contenuti, di progetti, di visioni, riducendo il dibattito a una sterile gara a chi la sparava più grossa. E allora è facile che, nel deserto di idee, risorgano gli zombie. Ed è ancor più facile che, in quel deserto, trovino campo libero gli idioti.

 

“Qui ci abita un antifascista”. Un adesivo sulla porta, con tanto di divieto, a segnalare l’appartenenza dell’inquilino. E’ quanto accaduto a Pavia e denunciato su Twitter da Alessandro Caiani, ricercatore e docente di politica economica dell’Università della cittadina lombarda, che ieri sera si è ritrovato l’inquietante adesivo attaccato sul cancello di casa.

“Ieri – ha spiegato stamane Caiani in una serie di tweet, dopo aver diffuso la foto del ‘marchio’ trovato sulla porta – ho trovato questo adesivo attaccato al cancello di casa. Qualche valoroso neofascista si è preso la briga di scoprire dove abito, aspettare che non fossimo in casa e lasciarmi questo messaggio intimidatorio. È successo almeno anche a un altro antifascista”. A diversi, stando in realtà alle numerose denunce sui social sempre da Pavia.

Un gesto inquietante, che Caiani riconduce senza troppi sforzi a militanti di estrema destra: “Ecco cosa succede – scrive ancora – quando si lasciano i neofascisti liberi di aprire sedi, fare manifestazioni e presentarsi alle elezioni, lasciando impunite le loro aggressioni squadriste. Sciogliere subito CasaPound e Forza Nuova. A chi negherà l’esistenza del problema – avverte poi in un altro tweet – come successo di fronte a episodi ben più gravi e a chi penserà “se l’è cercata sicuramente”. No genietti, non me la sono cercata: sono i fascisti che vengono a cercarti prima o poi se li si lascia fare. Il fascismo è questo“.

Caiani, che ha trovato e fotografato l’adesivo nella serata di ieri, ha deciso di lasciarlo al suo posto “perché – spiega ancora -, a differenza dei fascisti, posso non provare vergogna di quello che sono”. L’adesivo, dopo la denuncia, è poi stato rimosso da ignoti. Ma sotto al post del professore universitario, insieme alla solidarietà, continuano ad aggiungersi segnalazioni della ‘caccia all’antifascista’.

Sul raid sta indagando la Digos. Alla questura è arrivata una segnalazione telefonica che ha attivato tutte le procedure di verifica. Le indagini, secondo quanto trapela, attualmente si stanno svolgendo su ‘fonti aperte’ e riguarderebbero “una decina di casi”, ma non è escluso che ve ne siano altri. Gli uomini della Digos sono al lavoro per capire quale sia la vera entità del fenomeno.

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