Anche in tribunale le vittime hanno paura: la pacchia degli Spada a Ostia continua

Se qualcuno pensa che il problema del clan Spada che da anni inquina Ostia con la pressione mafiosa che a Roma ancora molti insistono nel non voler scorgere allora sappia che oggi all’Aula Bunker di Rebibbia in occasione della prima udienza del processo a loro carico di fronte alle III Corte d’Assise si è consumata una scena degna dei peggiori clan mafiosi nelle zone più abbandonate dallo Stato: sono una quindicina le persone che, nonostante siano vittime, oggi hanno deciso di disertare l’aula confermando la propria scelta di non presentare istanza di fronte al giudice. Un processo che inizia con gli imputati impauriti nonostante i presunti colpevoli siano in carcere è la fotografia di una zona che anche con 24 persone in carcere continua a sentire la pressione del clan. Insomma, è una pessima notizia.

«Permangono gravi problemi di sicurezza legati a un contesto criminale mai placato» ha dichiarato la pm Ilaria Calò (che insieme al pm Mario Palazzi sostiene l’accusa) sottolineando come nessuno di Ostia (sia le vittime che le associazioni del territorio) abbia ritenuto di doversi costituire parte civile nel processo. Eppure solo 3 giorni fa Papa Francesco a Ostia aveva lanciato un accorato appello perché finisse il tempo dell’omertà e delle prepotenze e ritornasse la legalità sul litorale romano. Gli imputati, quasi tutti collegati in videoconferenza, sono accusati di diversi reati come associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio, usura, e estorsione, tra loro anche i presunti capi del clan Carmine e Roberto Spada (quest’ultimo già sotto processo per lesioni e violenza privata aggravata dal metodo mafioso dopo l’aggressione al giornalista della Rai avvenuta ad Ostia il 7 novembre scorso).

Si sono costituiti parte civile invece il Comune di Roma, Regione Lazio e le associazioni Antonino Caponnetto, Libera e Ambulatorio Antiusura onlus. Il risveglio di Ostia però appare ancora lontano: non ci sarà mai una liberazione senza una reale sollevazione popolare. Tornano in mente le parole di Federica Angeli, cronista di Repubblica finita sotto scorta proprio per le minacce del clan, che qualche settimana fa raccontò quel 18 luglio del 2013 in cui assistette a un tentato duplice omicidio: «Carmine Spada intimò alle persone che si erano affacciate alla finestra di rientrare dentro -ha ricordato davanti ai giudici- Disse: ‘Che cazzo state guardando, lo spettacolo è finito. Tutti dentro!’. In quel momento ho sentito le tapparelle abbassarsi. Io sono rimasta lì, anche se mio marito mi diceva di rientrare. Non eseguo gli ordini di uno Spada». A Federica Angeli il prefetto di Roma disse che mai nessuno si era opposto agli Spada e che per questo andava protetta.

Cinque anni dopo la scena si è ripetuta. Questa volta in un’aula di giustizia.

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