Appalti Rai, mazzette anche per Sanremo: sequestri della Finanza

By | 15/04/2017
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ROMA Mazzette in contanti e buoni benzina, per convincere i dirigenti Rai a pilotare gli appalti relativi a programmi di punta, come il Festival di Sanremo. Si arricchisce di una nuova tranche, la maxi-inchiesta della procura di Roma su un giro di corruzione all’interno della tv di Stato, messo in piedi da due imprenditori spregiudicati: i fratelli David e Danilo Biancifiori. Due giorni fa, le loro dichiarazioni hanno fatto scattare un sequestro eseguito dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria. Tre ex direttori della fotografia e due ex dirigenti dell’azienda, tutti indagati per corruzione dal pm Giorgio Orano e dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, si sono visti decurtare dal conto in banca il corrispettivo delle mazzette intascate in tre anni. Dopo essere finiti in manette nel 2015, insieme al socio Giuliano Palci, i fratelli hanno infatti deciso di collaborare con gli inquirenti. Hanno raccontato di pagamenti e regali, e hanno descritto il «circuito chiuso di fornitori Rai, dove si resta se si pagano tangenti a funzionari e a uomini politici». È quello che hanno fatto anche per ottenere l’esclusiva del «service luci», e del «service audio» sul palscenico dell’Ariston, due commesse del valore di 259mila e 168mila euro.

LE TANGENTIIl prezzo della corruzione ammonta a 105mila euro per l’ex dirigente Stefano Montesi, all’epoca responsabile della struttura Riprese esterne. L’ex direttore di produzione e responsabile dell’Unità grandi eventi, Maurizio Ciarnò, avrebbe intascato almeno 40mila euro. I tre tecnici indagati sono invece Marco Lucarelli, a cui sono stati sequestrati 40mila euro, Fausto Carboni e Massimo Castrichella, che hanno visto scendere il proprio conto di 20mila euro.
Biancifiori ha confessato di essere stato agevolato: «Ho dato buoni benzina a Ciarnò perché sapeva come stavano costruendo il bando, per Sanremo di sicuro… il 2013 mi hanno chiamato, il 2014 mi hanno sospeso… lo pagavo anche per il collaudo». In riferimento a quell’edizione, due indagati intercettati in ambientale usano parole lapidarie: «Abbiamo fatto tante cose fuori dalle regole». Per il gip è una prova. Le procedure di affidamento «presentano innumerevoli anomalie» nei capitolati di gara, nelle offerte e nelle prove di collaudo, si legge nel decreto. I bandi, infatti, «venivano scritti in base ai materiali che avevamo già in azienda… ci davano le informazioni prima», hanno detto gli imprenditori. La società di Biancifiori, oltretutto, ha presentato un’offerta da 259mila euro, con un ribasso dell’1% rispetto alla base d’asta, visto che gli altri 4 operatori in corsa si erano ritirati.

L’inchiesta è scattata nel 2015, dopo la denuncia di una dipendente di Biancifiori che lavorava in due aziende del gruppo: la Di and Di Lighting & Truck e la Di.Bi. Technology, che si sarebbero aggiudicate commesse da centinaia di migliaia di euro, compresi gli appalti del Festival.

Il 4 dicembre 2015, David Biancifiori e Palci, finiscono in manette. Attraverso un giro di fatture false, avrebbero evaso le imposte per 38 milioni, mettendo da parte fondi per pagare le tangenti. Per il giudice, «il meccanismo», proseguito dal 2010 al 2014, è diventato un «metodo» in virtù del quale tecnici e funzionari scrivono bandi cuciti su misura per le aziende amiche. «Si conoscevano i contenuti del capitolato prima degli inviti formali – racconta la gola profonda – si presentavano dirigenti che concordavano l’offerta».
IL FILELa donna consegna ai magistrati il libro nero delle tangenti, un file denominato «Leste»: è l’acronimo di «le stecche», spiegheranno gli imprenditori. Dopo l’arresto, i fratelli e Palci descrivono il «sistema Rai». Grazie alle loro dichiarazioni, tra aprile e maggio 2016, scatta la seconda tranche dell’inchiesta. Il gip sospende Ciarnò, Montesi e altri tre pezzi grossi dell’azienda.
Palci e i fratelli parlano ancora. Raccontano che Ciarnò in cambio di soldi, «dava informazioni veicolate prima degli appalti». È Palci a dare il maggiore impulso ai nuovi accertamenti. Il 22 aprile 2016 racconta che «Ciarnò e Montesi hanno preso più soldi: almeno 40mila euro il primo e 120mila il secondo». Dagli interrogatori emergono nuove ipotesi di reato. Biancifiori e Palci raccontano di altri direttori della fotografia compiacenti: Lucarelli, Carboni e Castrichella, che «venivano in azienda e si facevano pure il pieno con il nostro distributore… la consegna era parametrata ai lavori», dicono.

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