I genitori lanciano il figlio giù dalla finestra per salvarlo dalle fiamme

By | 23/04/2017
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 Le fiamme hanno mangiato velocemente il tetto di legno e il salone, in un attimo hanno invaso la camera da letto. Alessio ed Enza, papà e mamma, hanno spalancato la finestra al secondo piano, la loro unica via di fuga, e pensato che avrebbero potuto salvare loro figlio, sette anni tra un mese, solo lasciandolo scivolare giù, un volo di cinque metri verso i ragazzi del primo piano che erano riusciti a scappare in strada.

«Ci hanno lanciato una coperta, la stavamo tendendo quando il bimbo è caduto. L’ho visto rimbalzare fuori, è lì che ha battuto la testa. È stato terribile».
Daniele Cevasco parla a fatica, si aggira senza meta davanti a quella che fino alle tre della notte tra venerdì e sabato era la sua casa. Un piano sotto quella della famiglia Fraietta, unita nella decisione di lanciarsi giù e separata poi in tre diversi ospedali. Il bimbo è giunto in condizioni disperate al Gaslini di Genova, ricoverato in rianimazione per trauma cranico e un edema cerebrale. Nella notte è arrivata la notizia della morte. La madre, Enza Sansone, 50 anni, la seconda a buttarsi, è riuscita ad appendersi a un tubo, l’impatto è stato meno violento, ha ustioni e fratture, ma non è in pericolo di vita. Per tutto il giorno ha pianto chiedendo a parenti e amici come stesse il figlio, ottenendo solo bugie imbarazzate.

Il padre, 49 anni, operaio in una ditta di oli e grassi, ha provato a tenersi alla persiana, poi anche lui è finito giù. È stato operato una prima volta al bacino, poi ancora un’altra per complicazioni cardio vascolari alle gambe e alla schiena. È grave, in coma farmacologico. Gaetana Arcidiacono non è solo una delle titolari del bar «L’Abatjour» al pian terreno, ma un’amica di famiglia. «Ieri erano tutti qui con noi, c’era una serata di ballo liscio. Papà e figlio sono saliti a casa intorno alle 11, la madre li ha raggiunti dopo». Non vuole credere alle voci che si rincorrono in paese sulle condizioni del bambino.

«È vispissimo, anzi una peste. Gli piacciano molto i cavalli, l’avevo accompagnato pochi giorni fa a un maneggio» ricorda con gli occhi lucidi. Maurizio Cevasco è il fratello di Daniele, è stato svegliato nella notte dall’incendio. «Ho sentito dei rumori strani, poi ho capito che erano le tegole che crepitavano. Ho chiamato mio fratello, siamo corsi fuori. Loro invece sono rimasti in trappola, erano alla finestra, gridavano. È stato un attimo, non siamo riusciti a fare niente».

È stata Enza, la madre, a chiamare i Vigili del fuoco con il telefonino. «Venite subito, qui brucia tutto». Ma quando sono arrivati, era ormai troppo tardi, il solaio era crollato, i tre corpi a terra. Francesco Collossetti, il sindaco di questo comune di tremila abitanti sulle colline genovesi, famoso per il trenino che sale fin qui per regalare scorci da cartolina, è stato uno dei primi ad accorrere: «Le fiamme si vedevano da lontano, spaventose. Una scena infernale, quelle persone ferite, la madre che piangeva dolorante, e soprattutto il bambino. Sono padre anch’io, è stato scioccante».

I carabinieri e i Vigili del fuoco hanno fatto i primi rilievi per valutare cosa ha provocato il rogo, che cosa non ha funzionato. Si indaga sulla manutenzione della canna fumaria, che secondo alcuni inquilini era carente, oppure il caminetto a legna, forse rimasto acceso in una notte sorprendentemente fredda.
Dettagli certo importanti per l’inchiesta, ma secondari di fronte alla tragedia di due genitori che, assaliti dalle fiamme, hanno pensato che gettare nel vuoto il loro bambino era l’unica possibilità per tenerlo in vita.

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