Rigopiano, sei indagati per le 29 vittime

By | 28/04/2017
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C’era un messaggio di allarme, inviato alla Provincia di Pescara il giorno precedente alla tragedia di Rigopiano, che avrebbe potuto salvare la vita alle 29 vittime. Bastava ascoltare il capocantoniere allarmato per la presenza di clienti nell’albergo, la situazione neve che si faceva più critica in zona e l’assenza della turbina. È una delle evidenze che hanno spinto la procura di Pescara ad indagare per omicidio colposo plurimo e lesioni plurime il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco, assieme al sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, dirigenti, funzionari e il gestore dell’Hotel, Bruno Di Tommaso.

Dall’informativa alla base dei provvedimenti emerge la catena di errori. L’allarme valanghe ignorato. L’Hotel non evacuato, come le scuole. La neve alta sulla strada che impediva la fuga. E quella turbina rotta. «Ha chiamato l’Hotel Rigopiano, dicendomi che ha dei clienti. Gli ho detto che la situazione è critica», riferisce il capocantoniere nel messaggio agli atti. E avverte: «Considera che all’occorrenza siamo senza turbina. Siamo sempre al buio», aggiunge. Una conferma per la procura che ad uccidere sia stata anche l’omessa «prevenzione e gestione dei rischi», e anche l’«omesso collocamento di impianti, apparecchi o segnali idonei a prevenire disastri o infortuni sul lavoro» e «omessa predisposizione o aggiornamento di piani d’intervento» relativi alla protezione civile. Il tutto per «negligenza, imprudenza e imperizia». Ecco perché sono indagati anche il tecnico comunale, membro della commissione valanghe Enrico Colangeli e il dirigente Paolo D’Incecco e il responsabile del servizio di viabilità della Provincia Mauro Di Blasio.

Sono i primi sei di una lista di indagati destinata ad allungarsi. Non appena si chiuderà l’altro filone sui ritardi in prefettura e nei soccorsi. Il padre di una delle vittime, Stefano Feniello ieri chiedeva: «Perché non ci sono i nomi del prefetto e del presidente della Regione?». E annunciava imminenti «novità» giudiziarie.
Per ora la novità riguarda la contestazione della violazione di norme per la sicurezza sul lavoro dei dipendenti dell’Ho- tel. Un reato di tipo doloso che consente di acquisire intercettazioni di quei giorni da altri procedimenti che potrebbero riservare sorprese.

A Di Marco e gli altri dirigenti «tutti referenti della protezione civile di Pescara», viene contestata «l’omessa attuazione di azioni e interventi prescritti dalle normative di protezione civile e da piani di intervento da attuare in presenza di eventi tipo quelli connessi a un intenso innevamento». Primo fra tutti il «mantenimento di adeguate condizioni di viabilità per le strade che costituiscono accessi e “vie di fuga”». Invece la strada non venne nè pulita nè chiusa. La turbina non arrivò perché dal 6 gennaio era rotto il cambio. Dai piani neve risultava efficiente. Ma ora si scopre che il capo-cantoniere avvertì. Invano.
Al sindaco, responsabile della pubblica incolumità, spettava prendere decisioni operative in base «ai pericoli scaturenti da condizioni avverse in territorio a rischio valanghivo». Non convocò nemmeno la commissione valanghe che aveva funzionato dal ‘98 al 2005. «È un atto dovuto per rispetto delle vittime» commenta il sindaco. «A loro non sta pensando nessuno — denuncia l’avvocato Reboa —. C’è un bambino che ha perso entrambi i genitori. Dalle istituzioni, ora indagate, solo un silenzio assordante».

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