Scoperta una larva capace di mangiare la plastica

By | 28/04/2017
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Dopo 12 ore la massa della busta si era ridotta di 92 milligrammi: un tasso di degradazione che i ricercatori hanno giudicato estremamente rapido, rispetto a quello finora osservato in altri microrganismi capaci di digerire la plastica, come alcune specie di batteri che nell’arco di una giornata riescono a degradare 0,13 milligrammi. Ad accorgersi di questo animaletto e delle sue abitudini alimentari è la ricercatrice italiana in biologia molecolare nonché apicoltrice, Federica Bertocchini, affiliata al Cnr spagnolo e oggi all’Istituto di biomedicina di Cantabria, a Santander.

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Di polietilene sono fatti circa il 40% degli oggetti di plastica utilizzati in Europa, dove più di un terzo della plastica non viene riciclata.

La studiosa ha immediatamente contattato Paolo Bombelli e Christopher Howe, del dipartimento di Biochimica dell’università di Cambridge, programmando con loro un esperimento.

Le larve mangiano la plastica.

Ponendo queste larve momentaneamente all’interno di un sacchetto composto da polietilene, la ricercatrice ha visto che queste producevano dei piccoli fori sulla sua superficie, già dopo poche decine di minuti.

Normalmente, una busta di polietilene impiega più di 100 anni per degradarsi. Quest’anno, durante l’operazione di pulizia, la biologa si accorge che dei bruchi di Galleria melonella, hanno occupato l’arnia, sperando di ripulirla della sua cera, cibo che prediligono in assoluto. In particolare ciò si rivelerebbe utile: “per liberare acque e suoli dalla grandissima quantità di buste di plastica finora accumulata“. “Dopo un po’ ho notato che il sacchetto di plastica era pieno di buchi“.

I ricercatori hanno anche prodotto un estratto dai bruchi e l’hanno applicato sui sacchetti per capire se la plastica fosse degradata anche senza che l’insetto la masticasse. “Abbiamo dimostrato che le catene polimeriche del polietilene sono spezzate dalle tarme della cera“, ha detto Bombelli. Il responsabile potrebbe essere un enzima, non ancora identificato, ma che una volta individuato con certezza potrebbe consentire di replicare il fenomeno in scala, spalancando così potenzialmente le porte all’avvento di metodi innovativi per lo smaltimento di un materiale altrimenti complesso da gestire, con ovvi benefici in termini ambientali.

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