Fidget Spinner shock: altro che anti-stress, bimba di 10 anni rischia di soffocare

By | 19/05/2017
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Dall’America, proprio dal Texas, arriva un altro episodio di una fanciulla rimasta ferita – purtroppo questa volta in modo molto grave – dal fidget spinner, il giochino del momento degli adolescenti di tutto il mondo.

È stata la mamma della piccola a raccontare quanto accaduto scrivendo un lungo post su Facebook anche per mettere in guardia altri genitori su questo gioco che attira tantissimi ragazzini che però può effettivamente diventare pericoloso.

“Abbiamo avuto un sabato abbastanza movimentato”, ha esordito la donna, che si chiama Kelly Rose Joniec, su Facebook per raccontare la sua storia. Kelly stava guidando e con lei in auto c’era sua figlia Britton, di dieci anni. La donna ha scritto di aver sentito improvvisamente uno strano rumore, di aver guardato sua figlia e di aver visto che aveva cominciato ad avere conati di vomito. “Ho visto che non riusciva a respirare e che le usciva bava dalla bocca”, così la donna che spaventata ha immediatamente tentato la manovra di  Heimlich e poi, vedendo che la ragazzina non migliorava, l’ha portata in ospedale. La bambina le aveva subito fatto capire di aver ingoiato qualcosa e cioè un dischetto che si era staccato dal suo fidget spinner.

Necessario un intervento per rimuovere l’oggetto – Arrivati in ambulanza al Texas Children’s Hospital una radiografia ha mostrato che il corpo estraneo era finite nell’esofago della bambina. Alla fine la piccola Britton – prosegue ancora il racconto di sua madre – è stata portata in sala operatoria dove i medici sono stati costretti a intervenire chirurgicamente per estrarre il pezzo del fidget spinner. “Fortunatamente è andata bene, ma è stato abbastanza spaventoso per noi”, ha scritto ancora la donna che quindi ha voluto mettere in guardia gli altri genitori sui pericoli, soprattutto per i bambini più piccoli, di questi oggetti. Il post di Kelly, che ha condiviso anche diverse foto del suo brutto sabato con la figlia, è stato condiviso finora più di 700.000 volte.

Altri bambini feriti dal fidget spinner – La piccola Britton è purtroppo solo una dei feriti del fidget spinner. Un’altra bambina di nove anni, Alexa, ha dovuto fare ricorso alle cure di un dentista dopo essere stata colpita dal giocattolo antistress ed essersi spaccata un incisivo. Tra gli altri feriti anche Isaac, un bambino australiano di undici anni, che ha quasi perso un occhio a causa del fidget spinner. In tutti questi casi sono stati i genitori a voler rendere note le storie dei loro figli proprio per invitare altri adulti a stare molto attenti.

È la nuova ossessione dei giovani e in molte scuole è già stata vietata. Negli Stati Uniti è diventato l’oggetto mast – have del 2017 ed è ora pronto a conquistare l’Italia. Si chiama Fidget Spinner (scatto rotante) ed è una sorta di piccola trottola antistress a cui i ragazzi non riescono proprio a rinunciare.

Un gioco semplice ed economico. Dal funzionamento molto semplice, il gadget è composto da un corpo centrale rotondo con un cuscinetto a sfera che si tiene con due dita, e due o tre alette montate intorno che una volta colpite iniziano a girare in modo travolgente. Economico, personalizzabile, è disponibile in moltissime varianti ed è un vero toccasana per alleviare lo stress e favorire la concentrazione.

Vietato nelle scuole. Alcuni specialisti lo hanno raccomandato per i ragazzi colpiti dall’Adhd, il deficit dell’attenzione caratterizzato da un’iperattività motoria che impedisce loro di seguire le lezioni a scuola. Il Fidget Spinner li aiuterebbe a sfogare l’eccesso di energia e a focalizzare l’attenzione sui temi veramente importanti. Di contro è criticato da molti per il motivo opposto: sarebbe causa di distrazione per gli studenti, incidendo negativamente sul rendimento scolastico. Ed è per questo che alcune scuole – ormai invase dalla trottola – hanno deciso di vietarlo.

Il Fidget Spinner ha una storia molto curiosa alle spalle. La sua creatrice, la 62enne statunitense Catherine Hettinger lo ideò più di vent’anni fa durante un periodo di malattia. Affetta da miastenia gravis, una malattia autoimmune che induce debolezza muscolare e affaticamento, la donna aveva bisogno di un gioco semplice per intrattenere la figlia. Da qui l’idea della trottola, brevettata poi nel 1997. Catherine non avrebbe mai potuto immaginare che la sua invenzione, nelle ultime settimane, avrebbe ottenuto un tale successo e, nel 2005, per gravi problemi economici non ha rinnovato il brevetto. Ora la donna, come ha raccontato al The Guardian, fatica ad arrivare a fine mese ma è comunque “contenta che qualcosa che ho progettato sia diventato un oggetto che piace alle persone”.

Il Fidget Spinner è solo un gioco: gli effetti terapeutici sono ingannevoli

Dopo il boom negli Stati Uniti il Fidget Spinner, l’economico gadget antistress, si sta diffondendo anche in Italia, soprattutto tra i più giovani e adolescenti.

“Un classico scacciapensieri, sicuramente utile ad alleviare momenti di stress, ma che quasi sempre viene venduto come rimedio utile contro patologie specifiche come il disturbo da deficit di attenzione (ADHD), la gestione degli impulsi e del livello di attività” spiega in una nota l’Adoc. La pubblicità che accompagna il gadget, però, è di quelle ingannevoli perché sugli effetti terapeutici più sponsorizzati non c’è alcuno studio scientifico a supporto.

“Il Fidget Spinner è un semplicissimo gadget antistress, come se ne vedono in giro dai tempi del Cubo di Rubik o degli yo-yo e come tale dovrebbe essere venduto” dichiara Roberto Tascini, presidente dell’associazione dei consumatori.

“Al contrario, sia online che nei negozi, il Fidget Spinner viene etichettato come un utile rimedio per combattere l’autismo, il disturbo da deficit di attenzione, l’ansia, le cattive abitudini e per aumentare la concentrazione” aggiunge Tascini.

“A nostro avviso ci troviamo di fronte ad un caso di pubblicità ingannevole: non possono essere attribuite proprietà terapeutiche, al limite del miracoloso, ad un prodotto senza avere neanche uno studio scientifico a supporto di tali affermazioni” prosegue il presidente dell’Adoc.

“Le patologie che andrebbe a combattere sono molto complesse e gravi: non vogliamo che chi soffre di questi disturbi e le famiglie vengano ingannati, solo per fini di lucro. Invitiamo pertanto l’Antitrust a valutare la possibilità di aprire un’istruttoria sul gadget, in modo da bloccare la diffusione di informazioni false e ingannevoli” conclude Tascini.

Cos’è e a cosa serve il gadget del momento

Forbes lo ha definito il gadget dell’anno: è nato negli anni Novanta, funziona come una sorta di trottola moderna e promette di aiutare a combattere lo stress. La tendenza del momento giunta dall’America è il Fidget Spinner. Scopriamo di cosa si tratta.

1) Che cos’è e come funziona?

Si tratta di un piccolo dispositivo solitamente di plastica con dei cuscinetti a sfera posti alle estremità. Si stringe la parte centrale fra pollice e indice e con un colpo della mano si inizia a far ruotare il fidget spinner a tutta velocità intorno al perno centrale. Insomma, sembra l’evoluzione delle più tradizionali trottole. È disponibile in diversi colori e materiali. E qualcuno l’ha già stampato in 3D.

2) Cosa vuol dire fidget spinner?

Letteralmente fidget significa “agitarsi continuamente” e spinner indica una rotella girevole, una trottola. Ecco la definizione che ne dà Wikipedia.

3) Come e quando è nato?

Il fidget spinner nasce come uno strumento anti-stress e di supporto alla concentrazione nei bambini. Ad inventarlo è stata la mamma ingegnere Catherine Hettinger della Florida: come ha raccontato al Guardian, negli anni Novanta ha sviluppato il curioso giocattolo perché soffriva di una malattia che la indeboliva e voleva distrarre la figlioletta di sette anni particolarmente vivace. Dopo averlo brevettato nel 1997 ha provato invano a vendere l’idea ad alcuni colossi del settore, fino allo scadere del brevetto nel 2005. Dopo di che il gadget è stato prodotto registrando un boom delle vendite, senza che lei ne possa ormai trarre alcun vantaggio economico.

4) Perché il boom arriva solo adesso?

Sembra che a concorrere alla diffusione della moda sia stato probabilmente un articolo di Forbes, il primo di una grande testata a parlarne in un articolo del 2016 in cui veniva definito come il gadget da ufficio must-have del 2017. Da allora il trend si è fatto timidamente largo sul mercato e pure online: su Google le ricerche di questa parola chiave hanno visto un’impennata fra la fine del mese di aprile e l’inizio di maggio. Le aree geografiche più interessate? Stati Uniti, Regno Unito e Irlanda. In Italia il picco di ricerche si è registrato in questi ultimi giorni.

5) Quali sono gli antenati del fidget spinner?

In origine era il cubo di Rubik, passatempo nato negli anni Settanta dall’omonimo professore ungherese. Nel settembre del 2016 due giovani fratelli di Denver, Mark e Matthew McLachlan, si affidano alla piattaforma di finanziamento dal basso Kickstarter per raccogliere i fondi necessari (15 mila dollari, ne hanno ottenuti 6 milioni) per sviluppare il loro Fidget Cube, uno speciale cubo dotato di diversi pulsanti su ogni faccia. Anche questo nato per combattere noia e stress negli uffici.

6) Stress e deficit dell’attenzione: aiuta davvero?

Online viene pubblicizzato come un gadget anti-stress, utile a chi soffre di deficit dell’attenzione o addirittura ai bambini affetti da autismo. Tuttavia non ci sono (ancora) ricerche che confermino una correlazione fra l’utilizzo dei fidget spinner e il calo dello stress o l’aumento della concentrazione.

7) Cosa dicono psicologi e insegnanti?

Il fidget spinner come aiuto contro stress e distrazione non convince Mark Rapport, psicologo dell’Università della Florida che ha studiato i benefici del movimento sull’attenzione nelle persone con deficit di attenzione: “L’utilizzo di un gadget tipo spinner è probabile che rappresenti una distrazione più che un beneficio”. Concorda Kate Ellison, direttrice di una scuola elementare dell’Illinois che spiega a Live Science quanto i suoi studenti siano risultati distratti dall’accessorio. È di diverso avviso, invece, Claire Heffron, terapeuta pediatrico a Cleveland: “Questi piccoli gadget – dice al Washington Post –  dovrebbero essere definiti ‘strumenti di fidget’, non giocattoli, e possono fare parte di una strategia di successo per gestire il comportamento dei ragazzi se venissero introdotti in aula”.

8) Quali sono le reazioni?

Mentre i fidget spinner diventano un tormentone anche in Italia con tantissimi youtuber che ne parlano, alcuni istituti scolastici hanno deciso di vietare l’oggetto. Il primo caso si è verificato alla Churchill Academy vicino a Congresbury in Inghilterra, dove uno studente di sette anni ha scritto una lettera al preside dell’istituto denunciando gli effetti collaterali dei fidget spinner usati dai compagni

9) Quanto costa?

Il prezzo può variare a seconda dei materiali, ma online si trovano facilmente dei fidget spinner a partire da pochi euro. Il prodotto si può ottenere anche sostenendo il progetto dell’ideatrice Catherine Hettinger che ha lanciato una pagina ad hoc su Kickstarter.

10) How to: i tutorial online 

Il movimento di base non è difficile, ma esistono diverse declinazioni che portano il dispositivo a livelli superiori. QUI alcune delle dimostrazioni migliori online.

Molti tutorial spiegano poi come costruire un fidget spinner con il fai da te. Oltre ad una buona dose di manualità, bastano dei piccoli pesi sferici, un pezzo di legno, plastica o metallo e un cuscinetto da skateboard. Intanto l’utente di YouTube EverythingApplePro mostra in un video online come ha trasformato il suo iPhone 7 in un fidget spinner di ultima generazione.

Lo stress e i suoi meccanismi

Un’energia di adattamento Fu il neuroendocrinologo Hans Selye a fornire, nel 1936, la prima definizione scientifica dello stress. Il termine era stato preso a prestito dall’ingegneria, che lo usava per indicare lo sforzo, la tensione cui veniva sottoposto un materiale. Selye osservò che animali da esperimento sottoposti a stimoli diversi manifestavano una sindrome comune caratterizzata da ipertrofia corticosurrenale, atrofia del timo e delle ghiandole linfatiche e ulcere gastriche. Selye cercò di stabilire una relazione tra lo stimolo esterno pericoloso o minaccioso (stressor) e la reazione biologica interna dell’organismo (risposta o reazione da stress). Osservando i mammiferi, lo studioso notò che rispondevano a stimoli di diversa natura con una reazione fisiologica molto simile, caratterizzata dal comune stato di attivazione dell’asse ipotalamo-cortico-surrene, con produzione e secrezioni di glucocorticoidi; ne concluse che lo stress è la risposta “strategica” dell’organismo nell’adattarsi a qualunque esigenza, sia fisiologica che psicologica, cui venga a esso sottoposto. In altre parole, è la risposta aspecifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata su di esso. L’energia vitale dell’organismo umano proviene dalle sostanze alimentari con cui ci si nutre. La modalità con cui l’organismo sfrutta questa energia vitale dipende soprattutto da quel processo naturale e soggettivo che possiamo definire come “reazione di stress”. Lo stress quindi provoca una reazione fisiologica, reazione da stress, come risposta alle esigenze causate dagli stimoli esterni (stressor), che mobilita le risorse disponibili al fine di produrre una speciale energia, ad alto rendimento, definibile come “energia da stress”. Il processo biochimico che sprigiona tale energia è una reazione naturale che necessariamente si ripete nell’organismo, quotidianamente, tutte le volte che occorre. In altre parole, lo stress implica un aumento di attività di funzioni naturali stimolate da determinati ormoni, in particolare adrenalina, noradrenalina; corrisponde quindi a un’intensificazione della vitalità che consente all’organismo di adattarsi e reagire al variare delle circostanze. Per questo motivo, Hans Selye identificò lo stress con l’energia di adattamento che sperimentiamo ogni giorno.

E’ bene chiarire subito che lo stress, di per sé, non rappresenta per l’organismo umano né un bene né un male. Anzi, senza stress non esisterebbe il genere umano. Infatti, anche se oggi è diventato un termine negativo, in sé lo stress è una risposta fisiologica normale e, nella storia dell’evoluzione della specie e in quella individuale, positiva. In effetti, il meglio della vita, contraddistinto da momenti di gioia, amore, attività sessuale, entusiasmo, euforia, ispirazione, creazione ecc., è spesso molto stressante ovvero fonte e consumo di un’enorme quantità di energia da stress. Ciò che avviene nell’organismo in quei momenti è un processo naturale identico a quello delle peggiori circostanze, quando si è in pericolo, sconvolti, depressi, malati ecc. Ciò che sostanzialmente contraddistingue lo stress positivo da quello negativo è il grado d’insicurezza. In parole più semplici, come Selye e altri studiosi hanno rilevato, lo stress è positivo quando è desiderato, ci fornisce la sensazione di dominare il proprio ambiente e di conseguenza e la vitalità cresce al massimo. Viceversa lo stress è negativo quando è indesiderato, spiacevole e accompagnato da sensazioni d’insicurezza, disagio, soggezione ecc. Lo stress negativo è sgradevole, come quando non si sa come agire e ci si rammarica di non riuscire a dominare la situazione diventando ansiosi, impacciati, maldestri. Questo tipo di stress provoca sempre uno stress supplementare che aumenta la durata e l’intensità della reazione da stress: quando si è particolarmente affaticati o annoiati, qualsiasi piccola ulteriore contrarietà è in grado di portare improvvisamente ai limiti della possibilità di sopportazione. In altre parole ciò che differenzia lo stress positivo dal negativo è la capacità di investire l’energia da stress in modo produttivo, con alto rendimento, ottenendo ciò che si desidera mediante la quantità di energia utile, senza sprechi potenzialmente dannosi per la salute. Selye chiamò distress lo stress negativo, ovvero la sgradevole sensazione di malessere associato a uno spreco di energia da stress, ed eustress quello positivo sinonimo di vitalità associata al massimo di efficacia dell’energia da stress.

La reazione o risposta di stress

L’organismo umano affronta o sopporta le difficoltà, procurando l’energia necessaria tramite un processo naturale, la reazione di stress, paragonabile a un innato meccanismo di adattamento che consente di adeguare le reazioni individuali all’imprevedibile variare delle circostanze. Selye identificò, in tale processo, tre fasi fondamentali: reazione di allarme, resistenza o adattamento ed esaurimento, che si succedono nell’organismo durante ogni reazione da stress e chiamò l’intera sequenza General Adaptation Syndrome (G.A.S.) ovvero ”sindrome generale di adattamento”. Insieme con lo schema delle tre fasi, questa definizione è tuttora alla base delle moderne ricerche sullo stress. La sindrome G.A.S. è dunque un meccanismo difensivo con cui l’organismo si sforza di superare le difficoltà per poi tornare, al più presto possibile, al suo normale equilibrio operativo (omeostasi). Essa può svilupparsi secondo due modalità: – reazione da stress acuta, di breve durata, consistente in una rapida fase di resistenza cui segue un quasi immediato e ben definito ritorno alla normalità (ad esempio, quando si scatta in velocità per raggiungere l’autobus e, appena saliti, ci si rilassa); – reazione da stress prolungata, con una fase di resistenza che può durare da molti minuti a giorni, settimane, anni e, per qualcuno, tutta la vita. Il dottor Selye ricordava spesso che la principale causa del cattivo stress dell’umanità moderna è la frustrazione come effetto delle contrarietà e dei fastidi della vita di tutti i giorni. Per questo motivo la maggior parte di noi vive, quasi sempre, in una fase di resistenza da stress prolungata a cui, di tanto in tanto, si sommano episodi di reazione da stress acuta (come nel caso di una discussione col proprio partner o superiore). La risposta di stress è quindi un insieme di reazioni a catena che coinvolgono innanzitutto il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema immunitario agendo di conseguenza su tutto l’organismo. Si tratta di sistemi che operano in stretta interdipendenza, come la psiconeuroendocrinoimmunologia ha dimostrato, sotto il controllo del sistema nervoso centrale. Determinante pare essere l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA); mentre in condizioni di non stress l’attività dell’asse HPA è organizzata in oscillazioni periodiche regolari, in condizioni di stress si verifica un’ulteriore attivazione del sistema. Lo scopo di tutti questi cambiamenti è uno solo: mettere l’individuo nella migliore “condizione di combattimento o fuga”. Ovviamente questo meccanismo di risposta di stress riguarda tutti gli animali e serve egregiamente: senza stress non si sarebbe in grado di reagire efficacemente, si tratti di affrontare o fuggire una belva (situazione oggi più rara) o di fornire la risposta esatta a un esame (situazione più frequente). Le ricerche del Dr. Selye e di altri scienziati hanno chiarito la complessa fisiologia delle tre fasi della sindrome generale di adattamento. Le spiegazioni seguenti ne colgono gli aspetti essenziali, al fine di dimostrare la grande importanza dello stress come intermediario mentecorpo.

Prima fase: allarme

E’ la fase iniziale in cui l’organismo chiama a raccolta tutte le sue risorse disponibili per l’azione immediata, soprattutto secernendo ormoni in grado di provocare opportuni cambiamenti in determinate funzioni organiche. In questa fase avviene un’intensa produzione di adrenalina (catecolamine) e una rapida accelerazione del ritmo cardiaco. 1. L’organismo percepisce, a livello consapevole o inconsapevole, un fattore di stress, stressor, ossia qualcosa di inaspettato, nuovo o insolito, in grado di rappresentare una difficoltà o un potenziale pericolo. Il fattore di stress può essere di natura psicologica (accesa discussione, improvvisa preoccupazione ecc.), fisica (ondata di freddo violento, trauma, ecc.) o biologica (infezione, intossicazione alimentare, ecc.). Qualunque sia la causa, il processo biochimico della reazione da stress è il medesimo. 2. L’ipotalamo provoca nell’organismo una serie di cambiamenti chimici ed elettrici. L’ipotalamo è una minuscola ma importantissima area dell’encefalo che controlla la maggior parte delle funzioni organiche indipendenti dalla volontà (temperatura corporea, frequenza cardiaca, bilancio idrico, respirazione, pressione sanguinea ecc-) ed è strettamente collegato col funzionamento del sistema endocrino, a cui è anche connesso strutturalmente costituendo la neuroipofisi (sistema neuroemdocrino), e immunitario. Il suo compito è la conservazione dell’omeostasi (o equilibrio funzionale); per esempio, fa sì che si sudi quando fa caldo o, viceversa, si rabbrividisca quando fa freddo. In presenza di un fattore di stress, l’ipotalamo interviene tentando di conservare lo stato di normalità dell’organismo, agendo direttamente sul sistema nervoso autonomo e sull’apparato endocrino. L’azione dell’ipotalamo produce tre effetti immediati: secrezione di ormoni specifici, cortisolo e, soprattutto, attraverso una via diretta cervello-ghiandole surrenali (nervi splancnici) del sistema nervoso ortosimpatico, adrenalina e noradrenalina (prodotte in quantità dieci volte superiore del normale); sempre tramite il sistema nervoso simpatico, stimolazione di numerosi organi (sistema vascolare, muscolatura liscia, varie ghiandole ecc.) e inibizione di motilità e secrezione degli organi dell’apparato digestivo; produzione di betaendorfine, gli antidolorifici propri dell’organismo che consentono, tramite l’innalzamento della soglia del dolore, di resistere a tensioni emotive, traumi fisici o sforzi più intensi di quanto sarebbe normalmente sopportabile (l’organismo produce le betaendorfine al fine di alleviare lo sforzo e/o il dolore nelle situazioni più impegnative). 3. La secrezione di ormoni combinata con la stimolazione del sistema simpatico provoca numerose ulteriori reazioni organiche. L’effetto è un aumento del metabolismo: il cuore accelera i propri battiti, la pressione sanguinea s’innalza, la sudorazione aumenta, si ha un incremento della funzione respiratoria, le pupille si dilatano, la bocca s’inaridisce, i peli cutanei si rizzano. Sono i sintomi che, accompagnati dalla sensazione di vuoto allo stomaco, proviamo quando ci sentiamo “stressati” come, ad esempio, prima di una prova impegnativa (esame, esibizione, ecc.).

Il sangue confluisce dalle aree periferiche (vaso-costrizione periferica accompagnata da facilitazione della coagulazione) e dagli organi secondari verso quelli più necessari e importanti (cuore, polmoni) per aumentarne al massimo l’efficienza. La pelle impallidisce e, per l’azione combinata del sudore e del ridotto apporto di sangue, diventa umida e fredda. La funzione digestiva tende ad arrestarsi causando spesso nausea che può diventare mal di stomaco se si mangia. Intanto, i muscoli scheletrici si contraggono come per affrontare un aggressore. Infine, l’irrorazione sanguinea diminuisce anche nelle aree del cervello specializzate all’elaborazione delle informazioni e alla soluzione dei problemi. Aumenta quindi l’inquietudine, per l’aumentato afflusso di adrenalina, e diminuisce la concentrazione mentale (l’efficienza mentale è massima nel rilassamento profondo).

Seconda fase: resistenza

La durata di ogni reazione da stress dipende soprattutto da questa fase che dura finchè risulta necessaria una speciale prontezza e capacità d’azione, secondo percezioni basate, in gran parte, su fattori psicologici. E’ la fase in cui ci si adegua, bene o male, alle nuove circostanze e, in pratica, finchè si percepisce il fattore di stress, l’organismo resiste. In questa fase assume un ruolo fondamentale l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (asse HPA) nella quale viene messo in atto un complesso programma sia biologico che comportamentale che sostiene la risposta allo stressor. L’evento fondamentale è la sovrapproduzione di cortisolo che ha, come conseguenza, la soppressione delle difese immunitarie (è noto l’impiego di cortisonici, molecole sintetiche simili al cortisolo, come farmaci antinfiammatori e immunosoppressori, ad esempio, nella cura di patologie autoimmuni come le dermatiti o l’artrite reumatoide). Il conseguente indebolimento o la temporanea inefficacia delle funzioni immunitarie non sono preoccupanti se durano per brevi periodi, ma diventano un serio problema in caso di stress cronico: la prolungata riduzione delle capacità difensive moltiplica la probabilità di contrarre malattie infettive, dal semplice raffreddore alla monucleosi del virus Epstein-Barr, e sembra aumentare la predisposizione alle malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide e la sclerosi multipla. Molte persone restano imprigionate in questa fase, caratterizzata da un ritmo cardiaco accelerato e da muscoli scheletrici tesi, anche dopo aver superato le difficoltà contingenti: sono i cosiddetti “iper-reattivi”, i quali spesso lamentano l’incapacità di rilassarsi dopo un impegno importante. Si tratta di persone “stress-dipendenti” ovvero realmente assuefatte alla droga naturale che l’organismo produce in questa fase: è l’eccitazione, che alcuni chiamano “euforia del corridore”, provocata dalle già citate betaendorfine. Le stesse persone diventano facilmente consumatori abituali di sostante eccitanti, come la caffeina o altre droghe, al fine di prolungare oltre i limiti naturali la fase di resistenza. Nell’attuale scenario della civiltà occidentale, resistere allo stress può diventare un’abitudine quotidiana. Il costante “essere pronti al peggio” è un fenomeno sociale in rapida crescita, causato, in particolar modo, dall’attuale recessione economica mondiale che tende a creare un senso di ‘incertezza riguardo il futuro. Ci si può quindi trovare, inconsciamente, in costante fase di resistenza (stress cronico). Una prolungata resistenza allo stress può però danneggiare il sistema immunitario; in particolare è il timo a risentirne. Il timo è una ghiandola che entro quarantotto ore dall’inizio di una reazione di stress acuta (malattie, gravi incidenti, forti emozioni ecc.), si riduce alla metà delle sue dimensioni normali, annullando l’efficacia di milioni di linfociti B e T.

Terza fase: esaurimento Quando il “pericolo” viene percepito come superato o quando l’energia da stress comincia a scarseggiare, inizia la fase conclusiva che ha l’obiettivo di assicurare all’organismo il necessario periodo di riposo. Di solito, se la fase di resistenza termina prima che tutte le risorse di energia da stress siano state consumate, la successiva fase di esaurimento è sentita come un sensibile calo d’energia spesso associata a un profondo sollievo o piacevole torpore (come dopo un emozionante avvenimento sportivo, una positiva discussione coniugale o un appagante rapporto sessuale). Se invece, la precedente fase di resistenza è durata per molto tempo, possono derivarne lunghi e debilitanti periodi di esaurimento, visto che l’organismo tende a restare in questa fase finchè ne sente la necessità. I già citati soggetti “iper-reattivi” o “stress-dipendenti” che trascorrono molto tempo nella fase di resistenza imponendo al loro organismo sforzi eccessivi e innaturali, spesso sono costretti a usare sedativi artificiali, come gli alcolici, per passare alla fase di esaurimento. Dal punto di vista biochimico, l’inizio della fase di esaurimento è caratterizzato da una rapida diminuzione degli ormoni surrenalici (le catecolamine adrenalina e noradrenalina e, in particolare, il glucocorticoide cortisolo) nonché delle riserve energetiche. La conseguenza è un’azione depressiva che inverte i processi organici delle reazioni da stress per riportare l’organismo alla funzionalità normale. L’effetto stimolante del sistema nervoso simpatico viene sostituito da quello calmante del parasimpatico. Grazie all’azione di quest’ultimo, si ripristina il normale afflusso sanguineo nell’apparato digerente, nel cervello e a livello cutaneo. Nell’animale da esperimento si registra l’esaurimento della ghiandola surrenale e la morte dell’animale stesso che presenta ulcerazioni della mucosa gastrica. Una famosa ricerca è stata quella riguardante i casi di “ulcera da bombardamento” condotta fra i cittadini londinesi, durante la seconda guerra mondiale: sei mesi dopo le incursioni tedesche, i casi di ulcera peptica nella popolazione di Londra e dintorni erano aumentati circa del 300% ma, l’aumento medio fu del 50% tra gli abitanti del centro di Londra, dove si sapeva con certezza che le bombe sarebbero cadute di notte, e del 500% nella popolazione in periferia, dove i bombardamenti erano imprevedibili. Sembra dunque che la maggior incertezza riguardo la probabilità di subire il bombardamento sia stata causa di stress molto più intenso e prolungato tale da provocare un notevole esaurimento combinato a difficoltà digestive.

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