Mal di testa o cefalea dei bambini, ecco come stanno davvero le cose

By | 20/05/2017
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Dai rimedi fai da te agli integratori, dall’abuso di farmaci all’aerosol, tanti i falsi miti sul mal di testa dei bambini, problema che ne colpisce circa uno su 10. A stilare il decalogo delle convinzioni errate sono gli specialisti del Centro Cefalee dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che sabato 20 maggio saranno a disposizione per visite gratuite nell’Open Day promosso in occasione della nona Giornata Nazionale del Mal di Testa. “Una serie di false credenze – spiega Massimiliano Valeriani, responsabile Centro Cefalee del Bambino Gesù – porta ad approcciare il problema in maniera non corretta, col rischio di cronicizzare il dolore o di medicalizzare il bambino”.

Queste le più frequenti:

1) E’ un problema da adulti: il mal di testa può presentarsi a qualsiasi età, anche nei primi mesi di vita; la forma più diffusa tra i piccoli è l’emicrania, malattia neurologica genetica che colpisce oltre l’8% dei bambini.

2) E’ di origine psicologica: quando è espressione di una cefalea primaria, il mal di testa è legato a predisposizione costituzionale. I fattori psicologici possono peggiorarlo.

3) Deriva da problemi alla vista: non è sintomo diretto dei difetti agli occhi ma la visita oculistica serve a valutare la presenza di ipertensione endocranica.

4) E’ causato da sinusite e si cura con aerosol: la sinusite non riguarda i bambini i bimbi sotto gli 8 anni perché i seni nasali non sono ancora sviluppati. Anche dopo questa età i casi di cefalea dovuta solo a sinusite sono l’1-2%.

5) Non serve lo specialista: molti casi possono essere gestiti dal pediatra ma è necessario consultare uno specialista in caso di cefalee frequenti, intense e che rispondono poco ai farmaci.

6) Bisogna rassegnarsi: i mal di testa non trattati possono sensibilizzare aree del cervello deputate all’elaborazione del dolore, che cominceranno a interpretare come dolore anche i segnali di tipo non doloroso, peggiorando il problema.

7) Basta l’automedicazione: la tendenza di chi adotta il “fai da te” è quella di abusare dei farmaci, ma sbagliare il dosaggio degli antidolorifici può portare alla cronicizzazione.

8) Si cura con integratori: spesso prescritti al posto di farmaci appropriati, l’efficacia di integratori a base di erbe non è supportata da evidenze scientifiche, tuttavia alcuni studi ne confermano l’elevata efficacia come placebo in età pediatrica.

9) Un antidolorifico vale l’altro: hanno effetti diversi a seconda del principio attivo; è molto comune l’uso del paracetamolo, ma il farmaco maggiori evidenze di efficacia è l’ibuprofene.

10) Non c’è prevenzione: evitare sovraccarichi di stress e alterazioni del ritmo sonno-veglia, dormendo un giusto numero di ore, previene l’aumento degli attacchi di mal di testa.

Il mal di testa, o cefalea, è un sintomo molto frequente in età pediatrica, specialmente in età scolare. Alcune statistiche dimostrano che circa il 20% -30% dei bambini hanno mal di testa almeno una volta alla settimana e il 6% dei bambini può avere mal di testa più volte alla settimana, o addirittura tutti i giorni. La prevalenza di mal di testa nei bambini (8-12 anni di età) e adolescenti (13-17 anni) varia ampiamente a seconda della metodologia e dei criteri diagnostici applicati. Tassi di prevalenza annuali in bambini di età scolare, per l’emicrania e la cefalea di tipo tensivo è riportato essere del 3 -11% e del 1-24%, rispettivamente.

E’ importante, riconoscere i differenti tipi mal di testa, per la prognosi e la terapia e la tempistica delle indagini per indagare le possibili cause del malessere. Esistono diversi tipi di mal di testa con evoluzione e implicazioni terapeutiche completamente diverse. La prima importante distinzione da fare è quella fra cefalee primarie e cefalee secondarie. Le prime sono legate a una predisposizione genetica, mentre nelle seconde il mal di testa è il sintomo di una malattia che deve essere identificato e curato. Sono ascrivibili alle cefalee primarie la maggior parte dei tipi di mal di testa, soprattutto quelli in cui gli episodi del disturbo tendono a ripetersi. Sono cefalee primarie dell’età pediatrica: – l’emicrania, con e senza aura; – la cefalea tensiva; – la cefalea a grappolo ( rara in età pediatrica).

L’emicrania rappresenta la più frequente cefalea primaria del bambino, almeno fino all’adolescenza. È tipicamente legata ad una predisposizione genetica, testimoniata spesso dalla presenza di altri casi di emicrania nell’ambito della stessa famiglia. Può manifestarsi a qualsiasi età. Alcuni episodi parossistici vengono definiti come equivalenti emicranici e comprendono: – il vomito ciclico; – i dolori addominali ricorrenti; – le vertigini parossistiche benigne; – il torcicollo parossistico; – i dolori ricorrenti agli arti inferiori (comunemente noti come “dolori di crescita”); – il mal d’auto.

Il bambino più grande, invece, avverte in maniera dominante il mal di testa, generalmente di intensità medio-forte e di breve durata (anche 5-10 minuti). In alcuni casi il dolore interessa metà del capo ed è pulsante. Si possono associare sintomi di accompagnamento come: – il fastidio per la luce (fotofobia); – il fastidio per i rumori (fonofobia);

– il fastidio per gli odori (osmofobia): E, ancora, nausea, vomito, dolori addominali e pallore. Inoltre, durante l’attacco emicranico il bambino appare particolarmente astenico, a volte sonnolento, e può accadere che egli interrompa le sue attività, anche quelle ludiche . Nella forma di emicrania con aura -molto più rara rispetto alla comune emicrania senza aura- il mal di testa è preceduto, o accompagnato, da veri e propri sintomi: – disturbo della vista (visione di luci, offuscamento della vista, perdita transitoria di parte del campo visivo); – formicolii e riduzione della sensibilità di un arto o di metà del corpo; – difficoltà a muovere un arto o metà del corpo; – disturbo del linguaggio. La cefalea tensiva colpisce per lo più nel periodo adolescenziale. In questo caso il dolore risulta generalmente di intensità medio-lieve, bilaterale e costrittivo -come una morsa- ed è solo eccezionalmente associato a fonofobia, fotofobia e nausea. L’adolescente sembra in grado di proseguire le sue attività. La cefalea a grappolo è un terzo tipo di cefalea primaria, molto raro in età pediatrica. Si tratta di un mal di testa che si manifesta con episodi di dolore estremamente intenso, della durata di circa 30 minuti, a carico di una regione orbitaria. Spesso si associa a nausea, vomito, fonofobia e fotofobia, lacrimazione intensa, arrossamento congiuntivale, abbassamento della palpebra (ptosi) e ostruzione nasale. In questi bambini il dolore tende a ripetersi con notevole regolarità quotidianamente, per un periodo generalmente variabile fra i 15 e i 30 giorni. Per quanto riguarda le cefalee secondarie, le malattie che possono causarle sono varie e di diversa gravità: – sinusiti, – infezioni delle prime vie aeree (sindromi influenzali, faringiti, riniti, eccetera); – patologie infiammatorie meningo-encefalitiche; – tumori cerebrali (comunque piuttosto rari in età pediatrica). La nostra esperienza ha riguardato un gruppo di oltre 300 bambini e adolescenti ospedalizzati, affetti da cefalea, selezionati consecutivamente secondo i criteri ICHD II. Sono stati eseguiti i seguenti esami in tutti i pazienti: visita oftalmologica; RMN del cervello; EEG; ecocardiogramma e ECG; valutazione odontostomatologica ed otorinolaringoiatria, ECO TSA, ecografia addominale, e potenziali evocati visivouditivi in base ai segni clinici associati al mal di testa. Dal nostro lavoro e dai dati della letteratura, si evince che la maggior parte di questi esami può essere di scarso valore predittivo , mentre possono essere utili per la diagnosi quando presenti segni neurologici o amnestici fortemente predittivi. La risonanza magnetica cerebrale, l’EEG, le indagini oftalmologiche, sono pratiche diagnostiche utili perché possono rivelare un evento patologico precoce che può cambiare il significato prognostico del mal di testa. Possono, inoltre, alleviare in caso negativo l’ansia dei genitori.

Il mal di testa rappresenta anche nei bambini l’esperienza dolorosa più frequente. Qualora il mal di testa (in linguaggio medico, cefalea) non sia riconducibile ad altre cause si parla di cefalea primaria, le cui forme più frequenti sono le cefalee da tensione e le emicranie. Oltre a queste esistono, in età infantile, anche altre tipologie di cefalee, ma si tratta per lo più di forme assai rare. Per una quantificazione statistica del fenomeno possiamo ricordare che se tra i quindicenni la percentuale dei soggetti colpiti da emicrania si colloca tra il 4 e l’11 %, all’età di sette anni un bambino su tre (35%) ha manifestato già un episodio di cefalea. Solitamente un bambino in preda ad un attacco acuto di emicrania smette di giocare o di studiare, diventa pallido, manifesta l’intenzione di coricarsi ed anche di dormire. Un caso tipico è costituito dal bambino che si addormenta durante un attacco d’emicrania e che poi si risveglia dopo poco tempo completamente asintomatico. A differenza dell’emicrania dell’adulto che di solito si localizza su di un solo lato della testa, nei bambini il mal di testa, generalmente pulsante, interessa entrambe le parti laterali del capo e la fronte. Delle tipiche manifestazioni che si accompagnano all’emicrania (nausea, vomito, ipersensibilità alla luce ed ai rumori, ecc.) nel bambini prevalgono nausea e vomito. Poco prima di un attacco di emicrania si possono manifestare anche nel bambino sintomi neurologici definiti “aura” (ad esempio, scotomi scintillanti oculari, ecc.). Gli attacchi in età infantile sono più brevi di quelli registrati negli adulti, talvolta durano solo due ore o anche meno. Nelle cefalee da tensione il dolore è prettamente sordo-compressivo (non pulsante) e si localizza su entrambi i lati della testa. Si irradia spesso dalla fronte alla nuca o viceversa, talvolta interessando anche gli occhi e le guance. I consueti disturbi collaterali (nausea, vomito, ipersensibilità alla luce, ai rumori ed agli odori) di solito non sono presenti, anche se talvolta può presentarsi una lieve nausea. Nello scatenare fenomeni d’emicrania giocano un ruolo importante sia fattori genetici che ambientali: alcuni fattori ereditari rendono ad esempio il cervello ed il sistema nervoso più sensibili a determinati stimoli interni ed esterni, definiti „trigger” (disturbi del ritmo sonno-veglia, stress, alcuni alimenti, squilibri ormonali, ecc.). Qualora il cervello non sia in grado di difendersi adeguatamente da questi stimoli irritativi, risulta “sovraccaricato”ed ecco che compare la crisi. Fra gli alimenti che diversi studi indicano come potenziali fattori „stimolanti“ di una crisi emicranica troviamo tra gli altri il latte di mucca, i coloranti ed i conservanti alimentari, il cioccolato, le uova, la farina di frumento, il formaggio, i pomodori, il pesce, la carne di maiale e la soia. Nelle cefalee da tensione sono invece i fattori esterni a giocare un ruolo determinante nella genesi del dolore: ad esempio uno stato continuativo di tensione della muscolatura del collo e della schiena. È opportuno consultare con urgenza il medico in caso di: • comparsa di dolore improvviso e violento • comparsa contemporanea di febbre alta della deambulazione, che si manifestino per più di un’ora. Nella maggior parte dei casi si possono alleviare i disturbi legati ad un attacco di emicrania facendo soggiornare il bambino in un locale con poca luce, applicando impacchi freddi sulla fronte e massaggiando capo, nuca e tempie con olio di menta. Oltre all’uso di farmaci antidolorifici, anche il ridurre i fattori di pressione psicologica (disagio scolastico o familiare, paure, stress, ansia da prestazione), nonché l’utilizzo di adeguate tecniche di rilassamento, come ad esempi lo scioglimento muscolare progressivo secondo il metodo Jacobson o le procedure di bio-feedback, possono positivamente favorire il miglioramento della sintomatologia e la riduzione della frequenza delle crisi. Tra i rimedi naturali si può ricorrere agli estratti “classicamente” rilassanti come quelli di melissa e valeriana, utilizzabili sotto forma di tè o infusi oppure come olio da bagno. Anche la lavanda e l’iperico hanno dimostrato una certa efficacia. Nelle cefalee muscolo-tensive infine un trattamento di tipo osteopatico può contribuire alla riduzione, in frequenza ed intensità, dei disturbi.

L’emicrania fondamentalmente può manifestarsi ad ogni età. Nella maggior parte dei casi però il primo attacco di emicrania si manifesta ad un’età compresa tra i 10 ed i 20 anni. Questo significa: l’emicrania spesso comincia già nell’età infantile, di frequente in una forma particolare, cioè un’emicrania senza dolori alla testa ma con nausea e vomito, vertigini, stati confusionali e disturbi dello schema corporeo. I sintomi dell’emicrania negli adulti e nei bambini sono simili. L’emicrania può però anche cominciare più tardi, tuttavia una prima manifestazione dopo i 50 anni è molto rara. Le donne sono colpite con una frequenza due volte maggiore degli uomini. Un motivo per questo può essere il fatto che fattori ormonali giocano spesso un ruolo importante nell’emicrania. Tuttavia si presuppone anche che i fattori ereditari responsabili della comparsa dell’emicrania svolgano un’azione più forte nelle donne che negli uomini.

Cosa io stesso posso fare per la prevenzione? Durante la prevenzione è importante che Lei faccia di tutto per contenere le grandi quantità di stimoli che giungono al cervello. Deve imparare a riconoscere i fattori scatenanti i suoi attacchi,ad evitarli o a renderli più deboli. Fattori scatenanti evitabili pos sono essere il rumore e la luce abbagliante o anche alimenti come formaggio o cioccolato. Determinati componenti del formaggio (tiramina) e la caffeina nel cioccolato favoriscono l’attività del cervello. È vero che non esistono chiari fondamenti scientifici per questi fattori scatenanti (tranne che per i fattori ormonali soprattutto nelle donne), ma l’osservazione, con l’aiuto di un diario del dolore, può aiutare a scoprire fattori individuali. Prevenire senza medicamenti Una combinazione tra medicamenti e altri metodi non medicamentosi porta ai migliori risultati nella prevenzione dell’emicrania. Tra questi vi sono la terapia sportiva e il rilassamento muscolare progressivo secondo Jacobsen. Nella terapia sportiva vengono utilizzati tutti i tipi di sport di resistenza come per esempio lo jogging, il canottaggio, il nuoto, la bicicletta ecc. Il rilassamento muscolare progressivo secondo Jacobson è un metodo di rilassamento. Questo metodo ha una provata azione preventiva in caso di emicrania e di mal di testa di tipo tensivo. Il metodo consiste in esercizi che permettono al paziente di immergersi in uno stato di profondo rilassamento. Nel dettaglio, il paziente impara a mettere sotto tensione di volta in volta un preciso gruppo di muscoli per poi rilassarli profondamente. Attraverso l’esperienza di questi opposti e la provocazione in maniera cosciente di questo cambiamento da tensione a rilassamento, il paziente diviene in grado di potersi rilassare profondamente in qualsiasi momento.

Prevenire con medicamenti Quando il trattamento degli attacchi non mostra nessun risultato soddisfacente oppure si manifestano più di tre attacchi di emicrania al mese, viene aggiunto un trattamento preventivo con medicamenti. Altri motivi per una prevenzione medicamentosa dell’emicrania sono: ■ attacchi che regolarmente portano all’incapacità di lavorare ■ attacchi dal dolore insopportabile ■ frequenti attacchi complessi (cioè con deficienze neurologiche per più ore) ■ precedente sospensione degli antidolorifici Nel caso in cui la prevenzione dell’emicrania abbia avuto successo, deve essere portata avanti per almeno sei mesi. Dopo circa dodici mesi la necessità di una nuova prevenzione viene verificata con la sospensione del medicamento. Qui bisogna fare attenzione al fatto che determinati medi – camenti per la prevenzione devono essere sospesi solamente in modo graduale, vale a dire con dosaggi sempre più esigui sull’arco di più giorni.

Misure generali Evitare gli stimoli Evitare gli stimoli durante il trattamento di un attacco acuto di emicrania fa parte di uno dei primi provvedimenti. Si apparti in un luogo tranquillo e si tenga alla larga da luce e rumori. Beva una quantità soufficiente di liquidi. Metodo di rilassamento Mentre si apparta in una stanza protetta da luce e rumori, dovrebbe praticare un metodo di rilassamento, imparato in precedenza. Ciò può accelerare il successo del trattamento. Terapia medicamentosa In generale La scelta dei medicamenti per la terapia acuta degli attacchi di emicrania non dipende solo dalla gravità dell’attacco ma anche dai disturbi che l’accompagnano. Nel caso in cui l’attacco sia accompagnato per esempio da nausea e vomito, il Suo medico le prescriverà dei medica – menti che contribuiscano alla normalizzazione dell’attività dell’apparato digerente. Un altro vantaggio di questi medicamenti sta nel fatto che con la normalizzazione dell’attività intestinale l’assorbimento dell’antidolorifico nell’intestino avviene più velocemente e in modo più completo. La scelta del medicamento adatto dipende anche dal Suo stato di salute generale. Molti aspetti devono essere presi in considerazione per scegliere un medicamento che Le sia di grande utilità ma che comporti il minor pericolo.

Trattamento medicamentoso durante i sintomi rivelatori (sintomi dell’aura) Sintomi rivelatori quali fluttuazioni dell’umore, maggior appetito per i dolciumi, sbadigliare in modo marcato, sopraggiungono fino a 48 ore prima di un attacco in un terzo con circa 15% di tutti i pazienti che soffrono di emicrania. Per impedire l’inizio dell’imminente attacco, è possibile prendere dell’acido acetilsalicilico (AAS). Questo provvedimento è particolarmente vantaggioso per quei pazienti che possono prevedere un attacco di emicrania in base a precisi sintomi rivelatori. Trattamento medicamentoso degli attacchi di emicrania leggeri Attacchi di emicrania leggeri sono caratterizzati da un lento inizio, un’intensità del mal di testa da debole a moderata, sintomi rivelatori assenti o poco pronunciati così come da nausea modesta e assenza di vomito. Per il trattamento di questi attacchi si raccomanda la com binazione di un medicamento contro la nausea con un antidolorifico. Medicamenti in caso di un attacco di emicrania leggero Come antidolorifici in caso di attacchi di emicrania leggeri 4 sostanze hanno dato buoni risultati: ■ acido acetilsalicilico (ASA) ■ paracetamolo ■ ibuprofene ■ fenazone Efficaci in caso di nausea e vomito sono: ■ metoclopramide ■ domperidone Se in caso di attacco di emicrania leggero nausea e vomito non si manifestano per niente, allora si può prendere il solo antidolorifico.

Trattamento medicamentoso in caso di attacchi di emicrania gravi Un attacco di emicrania grave sussiste quando, dopo aver provato lo schema di trattamento per attacchi di emicrania leggeri, questo si è rivelato insufficientemente efficace. Inoltre, si tratta di attacchi di emicrania gravi anche quando questi sono accompagnati da disturbi neurologici fortemente pronunciati. Anche in caso di attacchi lunghi e frequenti e in caso di incapacità lavorativa risp. di incapacità a partecipare alla vita sociale si parla di un grave attacco di emicrania. Farmaci efficaci nel caso di attacchi di questa forma sono gli alcaloidi della segale cornuta (ergotaminici) e i triptani. Ergotaminici Gli ergotaminici sono molto efficaci, tuttavia il loro utilizzo è spesso accompagnato da numerosi effetti indesiderati. In caso d’uso eccessivo possono condurre ad un mal di testa giornaliero cronico così come a disturbi dell’irrorazione sanguigna. Gli ergotaminici fanno effetto solo quando vengono presi all’inizio di un attacco. In nessun caso possono essere presi ad un dosaggio eccessivo. È dapprima assolutamente necessaria una consultazione con il medico. Triptani Un’alternativa altamente efficace è rappresentata dai triptani. Essi sono gli unici medicamenti che agiscono specificamente solo contro i dolori dell’emicrania. I triptani agiscono anche contro sintomi accompagnatori quali nausea, vomito, sensibilità al rumore e alla luce. Importanti regole per l’utilizzo dei triptani ■ I triptani possono essere utilizzati solo dopo un esame medico dettagliato comprendente la misurazione della pressione sanguigna ed un EEG così come una consulenza individuale. ■ I triptani non possono essere utilizzati in caso di mal di testa permanente indotto da medicamenti.

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Mal di testa nei bambini, ecco la verità sul mal di testa nei bambini.

Biofeedback per mail di testa – cefalea – nei bambini.

Parlare di cefalea in ambito pediatrico non è facile, l’argomento è stato più volte ripreso e discusso, ma ancora oggi si fatica a riconoscerne i sintomi, effettuare una diagnosi precoce e trovare la cura efficace. Molti bambini manifestano dolori in varie parti del corpo per innumerevoli motivi: quando dicono di avere mal di testa a volte si tende a sottovalutarlo o collegare il sintomo ad una banale stanchezza.

Accade sempre più frequentemente, tuttavia, che si presentino forme di cefalea primaria nei bambini anche sotto i 6 anni di età. Questo richiede un aiuto specialistico quando il sintomo diventa quasi quotidiano ed impedisce al bambino gran parte delle attività svolte in precedenza.

Le cefalee primarie, che si distinguono da quelle secondarie per l’assenza di una causa organica primaria da cui derivi il disturbo (come traumi, tumori,…), si suddividono principalmente in due categorie: Emicrania e Cefalea di tipo tensivo, seguite da una minor prevalenza di Cefalea a grappolo (e altre cefalee autonome) e Trigeminali.

Per emicrania si intende una cefalea idiopatica ricorrente, che si manifesta con attacchi della durata da 4 a 72 ore. Le caratteristiche tipiche del disturbo sono: localizzazione unilaterale, dolore pulsante, intensità media o forte, aggravamento con le attività fisiche di routine, associazione con nausea, fotofobia e fonofobia.

La cefalea tensiva, invece, è una cefalea idiopatica ricorrente che si manifesta con attacchi della durata media di 30 minuti con frequenza quotidiana, 7 giorni su 7. Caratteristiche tipiche della cefalea sono: sede bilaterale, qualità compressiva-costrittiva (non pulsante), intensità lieve o media, dolore non aggravato da attività fisiche di routine.

Dal punto di vista fisiopatologico, l’emicrania è un disordine neurologico complesso delle funzioni superiori e dei meccanismi di controllo del dolore senza alcuna anormalità strutturale rilevabile. Mentre precedenti definizioni, suggerivano l’intervento causale diretto della contrazione muscolare e/o di particolari stati psicologici, attualmente si ipotizza una genesi multifattoriale della cefalea tensiva, basata sia su meccanismi periferici che centrali.

Le cefalee primarie rappresentano un disturbo molto frequente in ambito pediatrico.

Negli ultimi anni, l’interesse crescente è derivato non solo dalla constatazione che questa affezione colpisce dall’8 al 60% dei bambini in età scolare, ma anche dall’osservazione che l’80% degli adulti affetti da emicrania ha cominciato a soffrire di mal di testa nell’infanzia.

Solitamente questi pazienti assumono molteplici terapie farmacologiche per periodi che possono variare da qualche mese a numerosi anni. Questo aspetto pone problematiche rilevanti considerando la giovane età dei pazienti e gli effetti collaterali associati alla terapia. L’utilizzo di trattamenti non farmacologici in età pediatrica, potrebbe nascere dall’esigenza di avere una terapia scevra da effetti collaterali; questi, tuttavia, non possono essere visti solo come un’alternativa ad un intervento di tipo farmacologico, in quanto l’utilizzo di farmaci non preclude la possibilità di far ricorso a tali interventi. La facilità dei giovani pazienti cefalgici di apprendere tecniche di rilassamento e la mancanza di effetti collaterali, fa sì che queste possano essere considerate una terapia di prima scelta (Linee guida per la diagnosi e la terapia della cefalea giovanile; SISC, 2003).
Il trattamento delle cefalee: il biofeedback

Tra le tecniche utilizzate nel trattamento non farmacologico delle cefalee va sicuramente annoverato il Biofeedback.

In letteratura già diversi studi hanno valutato l’efficacia del Biofeedback:
1) 1970: Budzynski: prima dimostrazione di efficacia del Biofeedback elettromiografico (EMG Biofeedback).
2) 1978: l’American Headache Society (AHS) riconosce il Biofeedback come una valida terapia per la cefalea.
3) 1980: Blanchard & Andrasik: Migraine and Tension Type Headache: a meta-analytic review
4) 1999: Goslin et al.: Behavioral and physical treatments for migraine headache. Technical review 2.2 (AHRQ)
5) US Headache Consortium (Campbell et al., 2000) ha assegnato il grado più elevato di evidenza (“A”) al biofeedback termico ed elettromiografico per il trattamento e la prevenzione dell’emicrania,  combinato con tecniche di Rilassamento e training di tipo Cognitivo Comportamentale nella gestione dello stress.
6) 2001: McCrory: Behavioral and Physical treatment for Tension-Type and Cervicogenic Headache
7) Anche i bambini e gli adolescenti sono ottimi candidati per questo approccio terapeutico (Hermann & Blanchard, 2002); il biofeedback elettromiografico e termocutaneo ha dato prova di efficacia nei bambini e adolescenti in numerosi studi scientifici e metanalisi (Andrasik et al., 2002).
8) Secondo le più recenti rassegne e metanalisi di studi scientifici (Nestoriuc et al., 2007), il biofeedback è un trattamento efficace e specifico per la cefalea tensiva (livello “5”, il più elevato), ed è una opzione efficace di trattamento per l’emicrania (livello “4”).

Per quanto riguarda l’ambito pediatrico, già dagli anni ’80 si riscontrano alcune evidenze scientifiche riguardo l’efficacia del trattamento di Biofeedback nelle cefalee infantili, tuttavia gli studi sono ancora estremamente esigui ed il contributo clinico in Italia scarseggia allo stesso modo.

Ma capiamo meglio di cosa si tratta, cos’è il Biofeedback?

Il termine Biofeedback deriva dall’unione di due parole :“Biological feedback”, che possiamo tradurre letteralmente come “retroazione biologica”.
Il Biofeedback è, infatti, un’apparecchiatura elettronica composta da una centralina a cui si collegano un numero di elettrodi sufficienti per rilevare le variabili fisiologiche di cui il clinico necessita. Le variabili, in ambito psicologico, che si possono misurare tramite questo strumento sono: tensione muscolare, conduttanza cutanea, temperatura corporea, frequenza cardiaca e frequenza respiratoria. Il Biofeedback risulta estremamente efficace nel controllare il dolore e ridurre il livello di stress ed ansia che ogni persona può presentare in differenti momenti della vita, aiutando ad apprendere nuove modalità di risposta alle situazioni stressanti.

Tramite questa tecnica le modificazioni fisiologiche vengono registrate e tradotte in un segnale acustico o visivo, il quale offre al soggetto il feedback dell’attività di una propria funzione biologica. L’idea di base nell’addestramento in biofeedback è quella di usare dei rilevatori elettronici al fine di far vedere che cosa stia succedendo all’interno del proprio corpo, istante per istante, fornendo un aiuto tangibile (feedback) nel comprendere se si stia apprendendo, nel modo corretto, il rilassamento come nuova risposta anti-stress. È quindi una forma di apprendimento che si ottiene premiando la persona ogni volta che riesce ad abbassare le attivazioni disfunzionali del proprio corpo.

Con un opportuno training la persona diventa capace di autoregolare le proprie risposte fisiologiche ed emozionali alle situazioni stressanti.
Cosa accade nella pratica quando si usa il biofeedback?

Durante una seduta di Biofeedback, gli elettrodi vengono posizionati in alcune parti del corpo del paziente, come le dita delle mani, la fronte, il collo o altre zone del corpo, in maniera non invasiva, in base alle necessità individuali. Il paziente, quindi, in un tempo che varia da 30 a 60 minuti, vedrà su uno schermo collegato all’apparecchiatura centrale, delle immagini animate o ascolterà un suono, che rappresentano alcuni dei feedback a disposizione, al fine di prendere consapevolezza ed imparare a distinguere e riconoscere la presenza di uno stato di tensione da uno di rilassamento, per poi apprendere a modificarli volontariamente.

L’impostazione del training segue quattro momenti fondamentali, di durata flessibile: valutazione diagnostica, acquisizione, stabilizzazione e generalizzazione.

Le tipologie di Biofeedback maggiormente utilizzate nelle cefalee sono:
TH-BFB: Thermal Biofeedback: Consente un aumento della vasodilatazione periferica (Sargent, 1973; Blanchard et al., 1982; Balnchard e Kim, 2005). Secondo numerose evidenze scientifiche, infatti, la presenza di cefalea, in particolare di tipo emicranico, può essere causata da una difficoltà della temperatura corporea, caratterizzata da una differenza termica superiore a 1 grado centigrado tra la parte centrale e quella periferica del corpo (per esempio fronte e mani) che risulta essere sempre inferiore e quindi caratterizzata da una vasocostrizione.
EMG-BFB: Elettromiografic Biofeedback: Consente una riduzione della tensione muscolare a livello frontale (Budzynski,1973; Grassi and Bussone,1993; Rokicki, 2003).
L’utilizzo del Biofeedback con i bambini

Erroneamente, si tende a considerare il bambino come un piccolo adulto. Questo porta, molto spesso, a fare delle valutazioni non adeguate sui piccoli soggetti, sebbene le linee guida delle varie società scientifiche internazionali, che fanno riferimento agli studi di meta analisi, siano piuttosto rigide al riguardo. Infatti, il sistema maturativo cerebrale e neurobiologico nel bambino non si è ancora completato, e questo comporta un intervento specifico e mirato per ogni piccolo paziente, strettamente correlato con l’età di esordio della cefalea.

Trattandosi di bambini, l’uso dei farmaci è sconsigliato, se non in casi in cui il dolore diventa invalidante. In tali circostanze, più comunemente, si ricorre all’utilizzo degli analgesici (più comunemente all’ibuprofene), che consentono di alleviare il dolore e permettono al bambino di ritornare alle sue attività. Se l’ibuprofene risulta essere alquanto efficace nelle fasi acute delle cefalee muscolo-tensive, il paracetamolo, viene prevalentemente impiegato nei casi di emicrania. Laddove il caso lo richieda, si procede con una terapia di profilassi, volta a stabilizzare la situazione di dolore e invalidazione in cui si trova il piccolo paziente.

Nonostante i farmaci abbiano dimostrato un’efficacia terapeutica mediate la riduzione del dolore, delle frequenza e della durata dei sintomi, comportano una serie di effetti collaterali, che per un bambino possono rivelarsi importanti, considerata la giovane età. L’utilizzo, quindi, di una terapia farmacologica in età pediatrica sembra essere fortemente sconsigliata.

Per i motivi sopra elencati, negli ultimi anni, si sono incrementati gli studi riguardanti le terapie non farmacologiche nelle cefalee infantili. Tali studi hanno evidenziato la probabilità che la procedura del biofeedback possa essere una valida modalità di gestione del dolore.

I primi studi sull’efficacia del biofeedback nel trattamento della cefalea risalgono agli anni ’70 (Budzynski et al., 1970; Sargent et al., 1972) e si focalizzano sulla tecnica elettromiografica o di controllo della temperatura distale. Attualmente gli approcci a disposizione sono numerosi e differenti.

Negli ultimi 30 anni, infatti, la ricerca ha fornito consistenti ed indiscutibili prove di efficacia relativamente all’impiego del Biofeedback nelle cefalee.
A tale proposito, il prestigioso US Headache Consortium (Campbell et al., 2000), in virtù della sua efficacia, ha assegnato il grado più elevato di evidenza (“A”) al Biofeedback termico ed elettromiografico per il trattamento dell’emicrania. Questa procedura risulta essere ancora più efficace se combinata con tecniche di Rilassamento e training di tipo Cognitivo Comportamentale, utili nella gestione dello stress.

Una recente metanalisi (Nestoriuc et al., 2008) ha messo a confronto 53 ricerche, condotte a partire dagli anni 70, sull’efficacia dei vari protocolli di biofeedback nel trattamento della cefalea tensiva. Tale procedura è risultata essere un trattamento totalmente efficace e specifico per la cefalea tensiva (livello “5”, il più elevato), ed una valida scelta nell’emicrania (livello “4”).

Da questo imponente studio, condotto con una metodologia di analisi esemplare, sono emersi dati molto chiari: il biofeedback  presenta un’incisività che si colloca nel range medio-alto a seconda del protocollo utilizzato, in particolare il Biofeedback elettromiografico ottiene il grado di efficacia più elevato.

I bambini e gli adolescenti sembrano poter divenire ottimi candidati per questo approccio terapeutico (Hermann & Blanchard, 2002): numerosi studi scientifici e di metanalisi hanno, infatti, dimostrato la validità del biofeedback elettromiografico e termocutaneo all’interno di vari campioni di giovane età (Andrasik et al., 2002).

In linea generale, tale procedura permette ai piccoli pazienti di gestire il dolore, grazie alla possibilità di ricevere in modo immediato e diretto le informazioni riguardanti le proprie funzioni fisiologiche. Inoltre, permette ai pazienti di aumentare o assumere, talvolta, la consapevolezza della distinzione esistente tra tensione e rilassamento muscolare nei vari distretti. Educando le persone a controllare quelle funzioni fisiologiche che sono indipendenti dalla loro stessa volontà, le si può aiutare a modificarle, segnalando, talvolta, la presenza di una relazione tra esse e le emozioni. Sia il segnale acustico che visivo, possono rilevare chiaramente l’esistenza, ad esempio, di una situazione di ansia non riconosciuta. Per questo motivo, l’impiego della tecnica di biofeedback potrebbe risultare indicata anche nei bambini che presentano un dolore causato o peggiorato da modifiche fisiologiche associate a stati di tensione e stress.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Nel 1985 Attanasio e colleghi ne individuarono i vantaggi in ambito pediatrico, rispetto agli adulti. I ricercatori hanno evidenziato come i bambini siano maggiormente entusiasti, meno scettici e imparino più rapidamente rispetto agli adulti. I piccoli individui selezionati esprimono una fiducia maggiore nelle proprie abilità rispetto agli adulti, hanno esperienza di scarsi insuccessi, si divertono e riescono più facilmente a controllare il sintomo.

I ricercatori hanno, inoltre, dimostrato come il biofeedback rappresenti uno strumento di grande efficacia clinica nell’età pediatrica, nonostante i tempi di attenzione siano certamente ridotti e possano verificarsi dei timori verso una strumentazione elettronica sconosciuta.

In conclusione, possiamo, quindi, affermare che il biofeedback, grazie alla sua totale assenza di effetti collaterali, potrebbe essere uno strumento indicato nell’età pediatrica per fronteggiare un disturbo sempre più incidente ed invalidante della nostra società: la cefalea primaria. Grazie agli studi di efficacia, si ipotizza che il Biofeedback possa fornire al bambino l’apprendimento di un’abilità di gestione e controllo del dolore che consente una riduzione della tensione muscolare ed un’azione diretta di modifica della frequenza dell’attacco cefalgico.

Come accade per altre problematiche, potrebbe risultare indicato avvalersi di un intervento multidisciplinare, dove l’utilizzo del biofeedback venga integrato ad un approccio psicoterapeutico che consenta di individuare e modificare i principali fattori scatenanti e di mantenimento, gli stili di vita, gli eventi stressanti e tutto ciò che risulti essere coinvolto nella formazione, conservazione e aggravamento delle cefalee pediatriche. fonte: http://www.stateofmind.it

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