Reddito, scompaiono classe operaia e piccola borghesia

By | 22/05/2017
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Dal panorama sociale italiano scompaiono il ceto medio e la classe operaia, mentre aumentano le diseguaglianze: è questa la fotografia, con tante ombre e poche luci, scattata dall’Istat nel suo report annuale del 2017. Nei gruppi sociali identificati, le famiglie con persona di riferimento fuori del mercato del lavoro sono il 45,1% del totale e caratterizzano bene alcuni dei gruppi (anziane sole e giovani disoccupati, famiglie di operai in pensione e pensioni d’argento).

I gruppi più in difficoltà sono invece le famiglie a basso reddito con stranieri (1,8milioni) e le famiglie a basso reddito di soli italiani, che comprendono circa 8,3 milioni di soggetti. La disuguaglianza, che si amplia all’interno delle stesse classi, è ancora più marcata tra classi diverse: la spesa delle famiglie abbienti risulta doppia rispetto a quelle più povere.

Esplodono classi sociali. “La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi”. I giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta anche al progressivo invecchiamento della popolazione. Nel dettaglio, dal rapporto annuale Istat si evince cheil 68,1 per cento dei giovani al di sotto dei 35 anni abita in casa con i propri genitori, esattamente 8,6 milioni di individui.

Il rapporto mette in evidenza anche l’aumento della famiglie senza lavoro e le scarse opportunità riservate ai giovani.

A reddito medio sono invece considerate oltre alle famiglie di operai in pensione, quelle di “giovani blu collar” (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone). Nel 2008 queste famiglie ammontavano a 3 milioni e 172mila, il 13,2% del totale.

Secondo l’Istat, la perdita del senso di appartenenza a una certa classe è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia: la prima si distribuisce tra famiglie di impiegati, operai in pensione e famiglie tradizionali della provincia.

A essere crollata è la mobilità sociale, con progressiva crescita anche di tutte quelle professioni non qualificate alle quali devono spesso rivolgersi artigiani e operai, sempre meno richiesti. La speranza di vita ha raggiunto gli 80,6 anni per gli uomini e gli 85,1anni per le donne e nel 2016 si è registrato un record nella bassa natalità. “Malgrado una maggiore partecipazione al sistema di istruzione delle nuove generazioni dei gruppi svantaggiati rispetto a quelle più anziane, le differenze sono ancora significative”, fa notare l’Istat. E’ l’impietoso ritratto del Belpaese fatto dall’Istat nel Rapporto annuale.

La spesa mensile per consumo, pari in media a 2.499 euro nel 2015, va da un minimo di 1.697 euro per le famiglie a basso reddito con stranieri a un massimo di 3.810 euro mensili per la classe dirigente. La diminuzione è proseguita nel 2016 (meno 86 mila residenti) e, secondo le stime Istat al 1° gennaio scorso, la popolazione residente è scesa a 60,6 milioni.

L’Istat certifica quindi che la crisi economica ha penalizzato soprattutto le nuove generazioni, tanto che la classificazione sociale è ormai in base solo al reddito, che di norma è detenuto dai pensionati (gli ex baby boomer) e dai dipendenti. E negli ultimi otto anni, sono aumentati. Di queste, quasi il 20% ha riguardato albanesi e oltre il 18% marocchini. La televisione occupa buona parte del tempo anche dei giovani che vivono in famiglie a basso reddito: quelle con stranieri (30,7% del tempo libero), le famiglie tradizionali della provincia (28,2%), le famiglie a basso reddito di soli italiani (28%).

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