Folla al funerale di Italo «Basta fomentare violenza»

By | 05/02/2017
(Visite Totali 35 ---- Visite Oggi 1 )

Non sai se l’hanno ammazzato più i social o Fabio Di Lello, l’uomo che ha vendicato l’uccisione di sua moglie, Roberta Smargiassi, esplodendo tre colpi mortali di pistola contro il ragazzo che le aveva tolto la vita in un incidente stradale. Di sicuro Italo D’Elisa, il 22enne di Vasto ucciso quattro giorni fa, ieri ha avuto – come spetta a ogni comune mortale, in nome della pietà umana e religiosa davanti alla morte – le giuste esequie nella chiesa del Sabato Santo di Vasto.

E là la folla vera, fatta di volti e di mani giunte in preghiera, che ha riempito la piazza, si è mostrata migliore della folla anonima e becera che si è scatenata sui social, chiedendo la vendetta contro il ragazzo ed esultando per la sua morte. Non ci sono state grida scomposte né fazioni contrapposte, durante il funerale, solo uno striscione per ricordare Italo («Il tuo sorriso resterà sempre nei nostri cuori») e un silenzio rispettoso che ha accolto la bara bianca, interrotto dalle note della banda di Chieti e da un applauso alla fine della cerimonia.

A interpretare bene lo stato d’animo della città di Vasto ci ha pensato il parroco che ha officiato la messa, don Antonio Totaro, che ha invitato la comunità a interrompere la catena di vendetta che non risarcisce le perdite ma ne crea soltanto di nuove: «Si fermi questa ondata di odio. Basta con questa violenza. Non si può andare avanti con l’odio. Due vite completamente spezzate. Ha perso la città. Noi abbiamo perso». Due vite spezzate, o forse tre. Perché a rovinarsi la vita, per sua stessa ammissione, è stato anche Fabio Di Lello, che diceva già di non vivere più dopo la tremenda perdita della moglie, e ha deciso lucidamente di procedere in questa autodistruzione, eliminando colui che gli aveva strappato Roberta.

Consegnandosi ai Carabinieri, aveva spiegato il suo gesto dicendo di «non farcela più» e ieri, tramite il suo legale, ha fatto sapere: «Non volevo uccidere Italo, ma lui mi ha provocato». Nell’interrogatorio invece nessuna parola, Di Lello si è avvalso della facoltà di non rispondere. Per lui solo un pianto riferito dai suoi legali e l’ipotesi di poter ricorrere a una perizia psicologica.

E ben venga il silenzio, viene da dire, dopo il fiume di parole di odio riversate sui social, in particolare su gruppi Facebook creati inizialmente per chiedere giustizia per Roberta (come doveroso) e poi trasformatisi in fucine per alimentare rela vendetta. E allora dopo gli attacchi a D’Elisa e al suo avvocato, e al vero e proprio tifo a favore di Di Lello dopo la morte di Italo («Onore al gladiatore Di Lello», «Italo D’Elisa, un verme che ha fatto la giusta fine»), giungono come una benedizione le frasi di chi anche sui social prova a chiedere rispetto per la tragedia: «Siete dei codardi a scagliarvi contro un ragazzo che è morto per l’errore che ha fatto»; così come il messaggio finale di don Antonio Totaro: «Queste morti riportino nella nostra comunità un po’ di serenità. Basta con i social media. Dobbiamo tornare a parlare tra di noi».

Significativa, in questa direzione, anche la presenza al funerale del fratello di Roberta. Testimonianza di come si possa chiedere giustizia, efficace e rapida, senza per questo farsela da sé o, ancor peggio, ramaldeggiare sul morto, a suon di insulti postumi. Non serve a niente, perché né quell’atto contribuirà a riportare in vita Roberta e a togliere un peso dall’animo di Fabio né quelle parole renderanno più comprensibile la morte di Italo.