Follonica: Rinchiudono due rom nella gabbia dei rifiuti e filmano, il video diventa virale

By | 24/02/2017
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La procura di Grosseto ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. Chiuse nella gabbia dei rifiuti le due donne rom urlano e si disperano, e coloro che ce le hanno rinchiuse, tre dipendenti di un supermercato di Follonica, hanno anche girato un video col telefonino e poi pubblicato su Facebook, scatenando migliaia di commenti razzisti.

Nelle immagini si vede il gabbiotto e due degli addetti che ridono e dicono alle due donne, che si trovano oltre una parete del gabbiotto, di che non si doveva entrare in quell’area, mentre un terzo riprende la scena. Tutto è successo giovedì mattina in un’area non aperta al pubblico del piazzale della catena di supermercati tedesca.

“Una cosa inaudita”, è commento del sindaco di Follonica Andrea Benini, “di una gravità inaudita”.

Nel video si sente la donna strillare, stringendosi il dito. “Il Comune non può che reagire in modo severo e immediato di fronte a questo episodio inqualificabile, prenderemo iniziative pubbliche per ribadire il valore della solidarietà e dell’inclusione”.

Siamo venuti a conoscenza del video diffuso in rete. Prendiamo le distanze senza riserva alcuna dal contenuto del filmato che va contro ogni nostro principio aziendale.
Lidl Italia si dissocia e condanna fermamente comportamenti di questo tipo. L’Azienda sta verificando le circostanze legate al video e si avvarrà di tutti gli strumenti a disposizione, al fine di adottare i provvedimenti necessari nelle sedi più opportune.

Rom: un caso di disuguaglianze combinate che si accumulano e si moltiplicano Al 2013 in Italia non esisteva alcuna inchiesta esaustiva, di larga scala, né di tipo quantitativo né di tipo qualitativo, sulla presenza, sulla composizione socio-demografica, sulle condizioni sociali dei Rom. Non sorprende, perciò, che neppure il numero dei Rom presenti in Italia fosse certo: fonti diverse (Consiglio d’Europa, Ministero dell’Interno, Senato della Repubblica, Ministero del Lavoro, Comunità di sant’Egidio, Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), Opera Nomadi, Unirsi) davano per il 2012 dati differenti, che vanno dai 130.000 ai 180.000 individui, corrispondenti allo 0,22-0,25% e allo 0,25-0,28% della popolazione totale a seconda delle varie stime (UNAR 2012, pp. 10-11; Senato della Repubblica 2011, pp. 7-18).

La composizione delle popolazioni Rom presenti sul territorio italiano è estremamente variegata. Secondo Opera Nomadi circa la metà di esse ha la cittadinanza italiana, mentre l’altra metà proviene dai Balcani, dalla Romania e dalla Bulgaria. Circa due terzi dei Rom originari dell’exJugoslavia sono nati in Italia, ma non sono considerati cittadini italiani. Sul piano giuridico abbiamo perciò le seguenti posizioni: cittadini italiani, cittadini di altri stati dell’Unione Europea (UE), cittadini non-UE, nati in Italia ma senza cittadinanza italiana, apolidi di fatto (nati in stati non più esistenti) e rifugiati.

Si tratta, anche sul piano culturale, di un ‘mondo di mondi’, molto eterogeneo, accomunato da un solo elemento: vivere in una condizione di pesante emarginazione sociale e di povertà, ed essere oggetto di sistematiche discriminazioni e di razzismo. Questa condizione ha cause specifiche e caratteristiche particolari, che vanno esaminate in maniera rigorosa all’interno di un ragionamento complessivo. Sulla base degli studi esistenti si può senz’altro affermare che i Rom in Italia sono costretti in un sistema di disuguaglianze in cui interagiscono attivamente le varie dimensioni della disuguaglianza: lavorativa, economica, sanitaria, scolastica e abitativa. Tale interazione fa sì che le cause e gli effetti si influenzino reciprocamente, sia sul piano materiale come meccanismo circolare di retro-azione tra causa ed effetto (quindi come fenomeno di interazione delle disuguaglianze), sia sul piano ideologico come ribaltamento del rapporto tra causa ed effetto (quindi come fenomeno di mistificazione delle disuguaglianze, che vengono rappresentate come «colpa loro»).

Va sottolineato che questo sistema di disuguaglianze combinate che colpisce i Rom è parte integrante della struttura delle disuguaglianze propria della società capitalistica: non è un sistema a sé, isolato, staccato, è semmai un sotto-insieme del sistema globale delle disuguaglianze storico-sociali del mondo moderno (Bihr, Pfefferkorn 2008; Gallino 2000; Perocco 2012), con il quale interagisce costantemente. Pertanto sarebbe un grave errore occuparsi della condizione dei Rom all’infuori del sistema disuguale e combinato peculiare della società di mercato, poiché diventerebbe molto concreto il rischio di cadere in una sorta di eccezionalismo Rom. La disuguaglianza che colpisce queste popolazioni è certamente, come si vedrà, di tipo etnico-razziale, ma è in definitiva di carattere sociale, con fortissime radici storiche, e perciò essa va considerata come una delle svariate situazioni e forme di disuguaglianza esistenti all’interno del sistema sociale delle disuguaglianze. Esaminando nello specifico il sistema di disuguaglianze che colpisce strutturalmente i Rom, è necessario evidenziare che esso, oltre a essere internamente differenziato, è un sistema combinato, fondamentalmente per le seguenti ragioni:

1) all’interno di ogni dimensione della loro vita sociale – dal lavoro alla salute, dall’alloggio all’istruzione, dalle rappresentazioni collettive alle politiche pubbliche – si registrano forti disparità rispetto alla popolazione maggioritaria;

2) le dimensioni della disuguaglianza interagiscono: sono strettamente legate tra di loro, sono interdipendenti e intrecciate. L’interazione strutturale tra disuguaglianza lavorativa, abitativa, sanitaria, scolastica e simbolica, costituisce a sua volta un fattore di accumulazione e riproduzione di disuguaglianza, di ulteriore disparità. L’accumulazione e la riproduzione permanente di disuguaglianze rafforza gli stereotipi e i pregiudizi nei loro confronti, cristallizzandone ulteriormente l’esclusione e l’emarginazione, che molto spesso si trasforma in auto-esclusione, in auto-emarginazione. Arrivando così a un groviglio in cui le gravi condizioni sociali e le pessime rappresentazioni pubbliche si alimentano a vicenda.

È questa la condizione che emerge dall’indagine presentata nella seconda parte del volume. Come si vedrà, rispetto all’occupazione i Rom vivono una condizione lavorativa drammatica: un altissimo tasso di disoccupazione e di inattività, con un’amplissima area di disoccupazione cronica; un’altissima quota di lavoro irregolare, specialmente tra coloro che vivono nei campi e particolarmente nelle attività lavorative tradizionali svolte in forma autonoma; un bassissimo tasso di attività extra-domestica delle donne; la sostanziale segregazione professionale nelle figure di operaio, bracciante, addetto alle pulizie e ai lavori domestici nelle mansioni più dequalificate; la prevalenza di forme di occupazione molto precarie e di salari medi assai inferiori alla media nazionale; un numero pressoché insignificante di pensionati.

Mentre è opinione diffusa che i Rom non abbiano «voglia di lavorare», dalle ricerche risulta che il «lavoro per sé» è la loro prima aspirazione; ma la pesante condizione di marginalità abitativa e sociale si oppone a questa aspirazione come un muro invalicabile. Al contempo non c’è all’oggi né un piano nazionale di politiche effettive e concrete per l’occupazione rivolto ai Rom, né un piano di formazione professionale. Tutto è affidato a occasionali interventi degli enti locali, che hanno dato finora risultati scarsissimi.

La pessima condizione abitativa, in particolare la segregazione nei campi, costituisce la chiave di volta del sistema di emarginazione dei Rom. La realtà dei campi coinvolge una parte ampia dei Rom che vivono in Italia (secondo alcuni il 20-25%, secondo altri il 50% e forse più), e per quanto variegata essa sia (attrezzati, regolari, tollerati, informali, abusivi, ecc.), produce nel suo insieme, dal più al meno, segregazione, esclusione, degrado. Da essa deriva un generale peggioramento di tutti gli indici di inclusione sociale: scolarizzazione, stato di salute, accesso al lavoro, buone relazioni sociali.

Ad aggravare questa situazione già di per sé pesantissima, sono venute le politiche «emergenziali», i «piani nomadi», con i loro sgomberi a catena e la coazione, spesso violenta, a «nomadizzarsi». Tutto ciò si riflette anche sui Rom che vivono fuori dai campi, ma ancora troppo spesso in quartieri a loro «destinati». Il cattivo stato di salute dei Rom (nonostante la loro giovane età media) e le profonde diseguaglianze di salute rispetto alla popolazione maggioritaria dipendono principalmente dalle politiche pubbliche statali e locali, in particolare dalla catalogazione dei Rom come «nomadi» e popolazione «a rischio sanitario». Il grave disagio abitativo, le condizioni di «vita» terribilmente insalubri esistenti nei campi, la larga esclusione dal mercato del lavoro, la diffusa evasione scolastica, la complessiva marginalità sociale, la continua opera istituzionale e mediatica di stigmatizzazione e, spesso, di criminalizzazione, sono da considerarsi come le cause fondamentali del precoce deterioramento del patrimonio di salute, della particolare diffusione tra i Rom di specifici disturbi psico-fisici, di traumi, ustioni e patologie sociali, nonché dell’eccessiva assunzione di psico-farmaci.

Questo insieme  di fattori di rischio, che si ripercuotono sul corpo e sulla psiche, non sono di carattere strettamente sanitario, sono anche e soprattutto di carattere sociale – e c’è, naturalmente, una molteplicità di variabili (a cominciare dalla cittadinanza, dal tipo di abitazione e di lavoro, ecc.) – che rendono questa situazione in alcuni casi estrema, e in altri un po’ meno intollerabile.

Il quadro relativo all’istruzione è particolarmente negativo. Tra le popolazioni Rom esiste un diffuso analfabetismo, un basso livello di scolarizzazione e un alto grado di dispersione scolastica nella scuola dell’obbligo. Percentuali infime di ragazzi arrivano a ultimare le scuole superiori, e pochissimi conseguono la laurea. Le ragioni di questa drammatica situazione sono molteplici: ci sono anche ragioni culturali che ostacolano i processi di scolarizzazione dei bambini e dei giovani Rom, ma hanno un peso molto più determinante il degrado e la precarietà abitativa, le politiche discriminatorie e segregazioniste, le condizioni di povertà e di marginalità sociale. Sono stati scarsi, finora, i risultati raggiunti dagli interventi, spesso volontari, finalizzati a uscire da tale situazione.

La grandissima maggioranza dei Rom vive in una condizione di povertà, sia relativa che assoluta. Una tale condizione riguarda in modo differenziato le diverse componenti di questa popolazione, con le punte di estrema povertà concentrate nelle grandi città e tra gli abitanti dei campi. I fattori che determinano una simile situazione di deprivazione materiale non sono scelti, bensì – essenzialmente – subiti; e come per le cattive condizioni di salute, chiamano in causa la mancanza di un alloggio o di un alloggio dignitoso, l’altissimo indice di disoccupazione e inattività forzata, il carattere marginale e particolarmente precario di molte delle loro attività tradizionali, la sotto-remunerazione delle loro attività salariate, la loro sistematica inferiorizzazione culturale.

Queste condizioni sono aggravate sotto ogni aspetto dalla «povertà di status», ossia dalla frequente irregolarità in cui una parte di essi viene a trovarsi per il carattere restrittivo e repressivo della legislazione italiana in materia di immigrazione. Una conseguenza particolarmente dolorosa di questa condizione di povertà generalizzata è l’abnorme numero di bambini Rom dichiarati adottabili.

Questa disuguaglianza che tocca strutturalmente i Rom è di tipo etnico- razziale. Ne sono infatti colpiti – seppur in modo meno intenso rispetto ad altri gruppi nazionali – anche i Rom italiani, con cittadinanza italiana, presenti nel territorio nazionale da secoli o da decenni. Non è quindi una disuguaglianza di nazionalità legata all’essere stranieri sul piano formale, giuridico; è prima di tutto una disuguaglianza etnico-razziale, una disuguaglianza sociale etnicamente connotata (che può anche assumere tratti formali nei casi di discriminazioni istituzionali dirette o indirette), legata all’appartenenza a popolazioni che storicamente hanno subito un processo di razzializzazione, di etnicizzazione, che sono stato rese un «popolo- paria», che sono state fatte diventare un «popolo-fossile».