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By | 08/02/2017
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Brucia, eccome se. «Ma dobbiamo reagire». Il senso, se c’è un senso, è tutto qua. La sberla, la guancia rossa, la necessità del riscatto. Bologna-Milan, stasera si porta dietro le scorie di una disfatta epocale, l’1-7 di sabato contro il Napoli. Il Bologna da quella sera è steso sul lettino di Freud (che pur non compare nel tabellino dei marcatori). Il ds Bi- gon ha ammesso di non aver dormito, il club manager Di Vaio ha racchiuso in due parole, «feriti e umiliati», lo stato d’animo di quelli che lavorano nel Bologna, l’ad Fenucci e il chairman Saputo sono rimasti, come tutti, storditi dal tracollo. E Donadoni? «Avessi potuto, sarei tornato in campo anche domenica». Ma non si poteva, così qui stiamo, quattro giorni e molti tormenti dopo. «Contro il Napoli ci è andato tutto male.

Ma quello ormai è il passato, a me interessa la reazione immediata contro il Milan». Il suo Milan: dodici campionati da giocatore, sei scudetti, tre coppe dei Campioni, Roberto è stato uno dei cavalieri che hanno fatto la Storia. «A me brucia, molto, e spero sia così anche per i miei giocatori». Rialzarsi, sì, ma come? «Facendo ricorso a tutte le energie mentali». Bastassero quelle. E poi? «Poi dobbiamo pensare alle cose buone che abbiamo fatto contro il Napoli, qualcosa di positivo c’è stato. Anche il Milan come noi viene da un periodo complicato, ma dobbiamo riscattarci». Contando magari sulla sete di rivincita di Mattia Destro, cinque mesi al Milan, acquistato al citofono da Galliani. Donado- ni la vede così: «Pretendo una reazione, da lui e dagli altri. Si può fare gol o meno, giocare più o meno bene, ma non si può mai prescindere dal giusto atteggiamento, in questo sia lui che la squadra devono crescere».

I DOVERI DI DOVERI. Alla fine dell’1-7 contro il Napoli, Donadoni – per prima cosa – aveva parlato dell’arbitraggio di Massa, contestandone le decisioni che – a parere del tecnico – avevano inclinato la partita verso la squadra di Sar- ri: il mani di Callejon (punito col giallo, per Donadoni era rosso) e l’espulsione di Masina, che il tecnico ha reputato frettolosa. E dunque, stasera al Dall’Ara arbitra Doveri. Il ds Bigon l’altra sera ha parlato di «designazione inopportuna considerati i precedenti che ha con il Milan (con lui i rossoneri sono imbattuti, dieci vittorie e un pareggio, ndr) e con il Bologna…». L’anno scorso, sempre al Dall’Ara, vinse il Milan 1-0 ma Doveri venne contestato per l’espulsione di Diawara e per un gol annullato ai rossoblù. Così Donadoni, pacatamente. Ma con decisione. «Con Doveri il Milan è imbattuto? E’ una statistica curiosa, ma non voglio pensare che un arbitro non faccia il suo mestiere come deve. Mi ricordo, ai miei tempi, che esisteva quella che oggi chiameremmo sudditanza psicologica, e che arbitrare l’Atalanta non era come arbitrare il Milan. Ma questa è una reazione umana. Sarà una partita importante per tutti: per noi, per il Milan e anche per Doveri».

Citofonare Destro, bzzz (è il suono dei citifoni, una volta i campanelli facevano drinnnn o dlen-dlen), prego, salga pure. Andò proprio così, nel gennaio di due anni fa. Galliani a Roma, con la valigetta in mano e il dito puntato sulla plafoniera del citofono. Destro, Mattia. Il trasferimento più bizzarro degli ultimi anni, quello di Destro a Milano. Sembrava l’inizio di una storia, fu invece una scoria. Una parentesi tra Roma e Bologna, tra un prima e un dopo. Quindici presenze, tre reti, un Milan che vira sul mediocre. A fine stagione a Milanello si chiedono: lo riscattiamo? Soldi: sedici milioni più due di bonus. No. Il Milan lasciò andare Destro. Che tornò alla Roma. E poi passò al Bologna, la storia è nota.

PIU’ VERDI CHE ROSSONERO. E Verdi? Undici anni in rossonero. Il primo provino a dieci anni, giocava centravanti, il suo idolo era Ronaldo, altrimenti detto il Fenomeno. Tutta la trafila nelle giovanili, le domeniche a San Siro, a fare il raccattapalle con il suo amico De Sciglio e a sognare ad occhi aperti. Chi è quello? E’ Sheva. Esordienti, Giovanissimi, Allievi, Primavera. E tutti a dire: però, quel Verdi, bravo, eh. A diciassette anni viene premiato come miglior giocatore ad un torneo in Spagna, a Vila-Real. E’ estate, Simone ha prenotato le vacanze con gli amici. Un dirigente rossonero lo avvicina e gli fa: Simone, niente vacanze. Ma come? Domani vai al Trofeo Tim con la prima squadra. Però negli almanacchi non c’è traccia di presenze di Verdi con la maglia rossonera. Prestiti, sì, tanti. Torino, Juve Stabia, Empoli, Eibar in Spagna, Carpi. Un calvario. Tira e molla. Vai lì a fare esperienza, poi torni. Tornava, ripartiva. Ogni volta. Come tutte le altre volte. L’estate scorsa, «finalmente ho rotto il cordone ombelicale». Lo compra il Bologna, per 1,5 milioni.
RINASCERE. E Verdi, con un ex milanista come Donado- ni, trova il suo ruolo (esterno destro nel 4-3-3) e rinasce, arrivando a sfiorare quella nazionale che solo un infortunio – a fine ottobre – gli ha tolto. Stop&go. E’ tornato, ha giocato tre spezzoni di partita, entrando sempre nella ripresa.

Bene con il Toro in casa, con lui da 1-0 a 2-0. Benissimo a Cagliari, sua la fiamma iniziale da cui nasce l’1-0 di – indovinate un po’? – Destro (su assist di Krejcì). Senza voto con il Napoli, nella più storta delle serate rossoblù dell’ultimo secolo.
Ora Verdi è pronto. Con Destro, per Destro. Per aiutarlo (insieme a Krejcì) a ritrovare il gol che aveva riassaggiato a Cagliari, dopo un’astinenza di sette partite. Per scrollarsi di dosso la macumba del rigore sbagliato contro il Napoli, quello dei se e dei ma forse. Per Verdi il Milan ha riempito più di metà della sua vita. Per Destro il Mi- lan sono cinque mesi passati così, a vederli passare, senza poi crederci più tanto, non lui, non il club rossonero. Non è vero che il passato non torna. E’ vero invece che il passato non passa mai. Stasera, il Milan. Verdi. Destro. Per chiudere una storia, per iniziarne un’altra.

Non tutto è da buttare nel 7-1 con il Napoli. A dirlo sono i numeri, specie quelli del primo tempo. E Donadoni chiede al suo Bologna di non abbattersi e a ripartire dai sette tiri verso la porta avversaria del primo tempo e dalla volontà di proporre il proprio gioco, che era stato l’obiettivo dell’incontro con i partenopei. La logica dice pure che gli errori devono creare esperienza ed essere sfruttati per non commetterliuna seconda volta. Dunque se il tracollo di sabato sarà utile per migliorare già da questa sera l’atteggiamento difensivo, è possibile che con il Milan si possa vedere un Bologna votato all’attacco ma capace pure di anticipare i movimenti degli attaccanti di Montella. Un Bologna con diversi cambi per cercare una squadra più equilibrata.

DIFESA. Si parte da Da Costa visto che è stato confermato l’infortunio a Mirante, che sarà out per un paio di settimane. Davanti a lui cambiano tre quarti della difesa. Infatti per la squalifica di Masina, Krafth tornerà a destra, con Torosidis a sinistra. In mezzo assieme a Maietta tornerà capitan Gastaldello che ha completato la sua riabilitazione dopo il problema fisico. Da segnalare come torna tra i convocati anche Fhilip Helander dopo oltre due mesi e mezzi nei quali ha dovuto convivere con un forte mal di schiena che in queste settimane non gli ha permesso di allenarsi come avrebbe voluto. Anche per lui potrebbe iniziare un nuovo campionato dopo il gol all’Olimpico con la Lazio.

LI’ IN MEZZO. Il centrocampo potrebbe rimanere identico a quello di sabato, con Dzemaili e Nagy mezzale, mentre davanti alla difesa sarà scelto uno tra Pulgar, più veloce e dinamico, mentre Vi- viani accompagna meglio la fase difensiva e quella di interdizione. Per Taider, invece, ancora qualche settimana per superare completamente l’operazione al menisco. Il giocatore è rientrato in gruppo, ma non ha ancora giocato neppure una partitella con i compagni e dunque, pur non avendo perso lo smalto atletico, deve ancora lavorare sulla parte agonistica. Anche lui è stato convocato, ma è chiaro che potrebbe scendere in caso solo in caso di emergenza.

L’ATTACCO. La vera novità dovrebbe arrivare dall’attacco. Se, infatti, trovano conferma Krejci e Destro, ci sarà il rientro dal primo minuto di Simone Verdi. Il suo percorso fino ad ora è stato mirato ad un minutaggio graduale, fino ai 45 minuti di sabato scorso. Il giocatore non è ancora nella forma ottimale. Che si raggiunge solamente giocando e dunque sono pronti Petkovic, Di Francesco e Sadiq nei minuti finali per farlo rifiatare nel caso ce ne fosse la necessità. Ma quella di questa sera si spera possa essere anche la partita del riscatto di Destro. Tutto dipenderà da lui. Se i fischi di sabato lo hanno colpito nel proprio orgoglio, la risposta arriverà dalla prestazione. Se, al contrario, lo avranno abbattuto, sarà la società a deciderne il futuro. Di certo tutti si aspettano una reazione piena di coraggio. Per quanto riguarda la risposta del pubblico, la partita serale non sembra abbia scaldato i cuori più di tanto. Solo la curva Bulgarelli è esaurita, con posti liberi in ogni settori dello stadio. Poco più di 20.000 le presenze attese, con una presenza di tifosi rossoneri che non sarà certo numerosa come quella azzurra di sabato scorso.

Vincenzo Montella è fra due fuochi, non ha vie di fuga. O meglio: l’unica è sempre la solita. Vincere per non diventare un perdente di successo come era stato, agli inizi della sua carriera, Carlo Ancelot- ti che proprio sulla panchina del Milan ha raccolto le prime, importanti soddisfazioni. «Qui se non vinci sei un perdente»: Montella aveva concluso così la sua penultima conferenza stampa quando sabato ha presentato la sfida contro la Sampdoria. Ma solo pochi giorni fa c’era l’illusione che un successo contro Giampaolo l’avrebbe riportato in quota Europa League. Invece l’aeroplanino, collezionando la quarta sconfitta consecutiva (3 in campionato e 1 in Coppa Italia) continua a precipitare. Solo i 3 punti conquistati questa sera al Dall’Ara contro il Bologna di Donadoni potrebbero togliere Montella dalla graticola dove cova il doppio fuoco nemico. Da una parte c’è il Milan in caduta libera. Dall’altra c’è l’ombra di Roberto Mancini che è diventato l’allenatore di riferimento dei futuri padroni cinesi convinti dal duo, in pectore, Fassone-Mirabelli.

ORGOGLIO. Le parole d’oro per uscire dalle crisi nel calcio sono, da sempre, le stesse. «Questo è il momento in cui dobbiamo dimostrare di possedere l’orgoglio per allenare e giocare nel Milan per il presente e per il futuro – ha spiegato Montella – ma c’è da dire che siamo in linea con gli obiettivi iniziali. Quando ho firmato con il Milan mi è stato detto che bisognava creare un metodo di gioco, non un modulo, provare a fare un miracolo sportivo battendo la Juventus in Supercoppa d’Italia e far crescere i giocatori giovani ponendo le basi per un futuro glorioso: siamo perfettamente in linea con tutto questo. Quindi non dobbiamo perdere Tequilibrio e le convinzioni, non dobbiamo farci turbare». in questa stagione. Non era mai successo che il numero 1 rossonero disertasse il quartier generai e del Diavolo pem un periodoco sì prolungato, senza collezionare nemmeno una presenza stagionate e, situazione ancora più clamorosa, senza festeggiare (a distanza di quasi due mesi) un trofeo conquistato (Supercoppa d’Italia).

«Quando ero calciatore – ha detto – con la Nazionale andammo ad incontrare Berlusconi, lui era presidente del Consiglio, e ci disse che “per essere un buon premier, non devi farti leggere le critiche dal tuo ufficio stampa’! Ora, siccome voglio essere un buon allenatore, in questo periodo sto leggendo poco i giornali». Quindi niente notizie su Mancini…

SUMMIT. Intanto lunedì pomeriggio si è svolto un summit a Casa Milan con l’ad Galliani, il diesse Maiorino e Montella a confronto per individuare e risolvere le problematiche di questo Milan. «Le nostre impressioni – spiega Montella – combaciavano: la squadra sta crescendo e gioca bene, se non fosse per i risultati… Mi piace credere che l’allenatore possa incidere su tutto, devo sgomberare la testa dai cattivi pensieri e dare fiducia: sono io responsabile se un calciatore non rende al cento per cento. Gli spifferi? So come funzionano le cose anche all’interno dello spogliatoio, si sa che quando le cose non vanno bene gli spifferi si sentono di più. Bisogna dire meno, anche alle persone con cui si convive e si collabora, perché poi vengono usate a fini personali».

Pierre Aubameyang e Sergio Aguero al posto di Bacca e Lapadula? Difficile, ma non impossibile se sulla panchina del Milan 2017-2018 si sedesse Roberto Mancini, il nome in questo momento di spicco della Sino Europe – Sports che a breve dovrebbe concludere la trattativa per l’acquisizione del Milan. I nuovi padroni rossoneri non avrebbero difficoltà a investire ingenti somme per rifare un Milan che rischia, per il quarto anno di fila, di restare fuori dalle Coppe europee. Ma poco importa ai cinesi che vedono in Mancini molto più di un semplice manager sul campo. L’ex-Inter potrebbe tranquillamente avere un ruolo manageriale ad ampio raggio per quanto riguarda tutta la parte tecnica, primo fra tutti il mercato. Proprio per l’ostracismo di Thohir, il Mancio nell’agosto 2016 si era congedatodall’Inter a sole due settimane dall’inizio del campionato. Non era sufficiente il contratto triennale da 6 milioni di euro netti all’anno garantito da Suning per accettare il rinnovo.

CLOSING. Intanto a meno di quattro settimane dal closing, ieri pomeriggio c’è stata una conference call fra Fininvest e gli advisor di Sino- Europe Sports: è stata confermata la tempistica per concludere l’affare il 3 marzo e non è escluso che nei prossimi giorni i cinesi svelino i nomi degli investitori. Negli uffici di Fininvest c’è stato anche un incontro fra Barbara Berlusconi e Marco Fassone, in vista del passaggio di consegne nel settore commerciale. Dove in questi mesi si è registrata una complicata fase di stallo che ha inaridito le fonti di reddito rossonere anche sul fronte del marketing. Del resto i nuovi padroni cinesi pretendono di ripartire da zero, o quasi, in ogni stanza di Casa Milan. Destinata anch’es- sa a essere sostituita in tempi brevi… Quindi tutto sembra procedere per il meglio verso il closing che si concretizzerà appena appena saranno garantiti i 320 milioni di euro a saldo della caparra di 200 milioni già versata a Fininvest con la rinegoziazione dei de biti (220) e la garanzia che saranno disponibili 100 milioni per il nuovo Milan. Anche se gran parte di questa cifra (circa 6070 milioni) dovrà essere utilizzata per fare fronte al disavanzo di una gestione che risente pesantemente della mancanza degli introiti dalle Coppe europee.

MANCIO SÌ. Quindi l’ipotesi di Roberto Mancini sulla panchina del nuovo Milan non è affatto da sottovalutare. È vero che il tecnico di Jesi punta a tornare in Premier League, ma la sfida rossonera potrebbe affascinarlo per l’alto coefficiente di difficoltà considerato il fatto che c’è il rischio che anche l’avventura di Montella possa arenarsi dopo un solo campionato, nonostante l’accordo biennale sottoscritto nel giugno 2016. Due pedine come Aubameyang e Aguero farebbero la felicità di qualsiasi allenatore. Mancini, ovviamente, non si scomoda e, soprattutto, non rischia se non ha garanzie assolute. Il previsto di cambio di dirigenza con l’ingresso dell’ad Fassone e del diesse Mirabelli potrebbe essere ampiamente completato da una figura importante come quella di Mancini. Che in questo mesi, dopo l’addio all’Inter, ha minuziosamente studiato in tutti i dettagli il suo ritorno in panchina.

Scuse accettate. Adesso bisognerà capire se Vincenzo Montella premierà il gesto di Carlos Bacca oppure lo “punirà” per la sceneggiata di domenica, promuovendo titolare Gianluca Lapadula. Il tecnico napoletano tiene aperto il dubbio in vista del recupero col Bologna di questa sera: il Milan, in crisi di risultati, non può sbagliare un’altra partita e scegliere il centravanti giusto è una decisione non di poco conto. Montella questo lo sa e ieri ha tenuto sulla corda entrambi i centravanti. Lapadula sembrava più avanti rispetto al colombiano dopo l’allenamento di lunedì, ma ieri il tecnico ha mescolato di nuovo le carte (Ocampos insidia Deulofeu) e le quotazioni di Bacca sono in netto rialzo.

Statistiche nere

Di sicuro il Milan ha bisogno dei gol dei propri attaccanti. Quanto accaduto nelle ultime 7 partite, quelle che progressivamente hanno aperto la crisi rossonera, è eloquente: solo 5 i gol fatti di cui 2 dal centravanti, ovvero Bacca (uno su rigore). Lapadula non segna da inizio dicembre (doppietta a Empoli e sigillo da 3 punti col Crotone) e pure lui, domenica nella sconfitta con la Sampdoria, non ha brillato, sbagliando la rete che sarebbe valsa il pareggio. Che non sia un anno d’oro per i goleador di mestiere in casa Milan lo dicono anche i paragoni con le statistiche dei bomber rossoneri delle ultime 5 stagioni. Bacca in questo ’16-17 è fermo a 8 gol; solo Balotelli nel ’13-14 dopo 22 giornate non era arrivato alla doppia cifra, aveva segnato 9 reti ma giocando 16 partite (il colombiano invece ne ha disputate 19). Bacca stesso lo scorso torneo era a quota 11, mentre Menez nel ’14-15 era a 12. Meglio avevano fatto El Shaarawy (’12-13) e Ibrahimovic (’11-12), entrambi arrivati a 15 gol.

Precedente significativo

Come detto, Montella ieri ha spiegato di aver gradito le scuse private e pubbliche di Bacca: «Ci siamo chiariti, non credo abbia fatto nulla di grave. E’ andato fuori dalle righe e lo ha riconosciuto, tutto è assolutamente rientrato. Si è detto disposto ad offrirci una cena, ora sta a me decidere se farmela offrire in un ristorante stellato o in pizzeria. Dipenderà anche da domani (oggi, ndr)». Montella ha iniziato serio e ha finito ridendo e quell’ultima battuta – «dipenderà anche da domani» – cela forse la chiave per capire se Bacca questa sera avrà l’opportunità di rifarsi e ripetere quanto fatto proprio a Bologna la scorsa stagione, quando con un rigore al 40′ del primo tempo decise la gara del Dall’Ara del 7 maggio. Il Milan che sogna ancora un piazzamento europeo non può che dipendere dai gol del colombiano che nelle ultime settimane ha detto no a offerte cinesi per giocarsi ancora le sue chance in rossonero. Montella ha chiesto che rimanesse a gennaio, la società ha deciso di non venderlo e pure i futuri proprietari cinesi hanno posto il veto sulla sua partenza. Ma adesso, oltre alle parole, alle scuse e alle cene da offrire, servono i fatti. Ovvero i gol. Per lasciare un segno su questa stagione e nel ricordo dei tifosi, visto che a fine campionato l’addio è comunque un’opzione da non trascurare, dato che il duo Fassone-Mirabelli punta su un top player per il ruolo di centravanti (Simeone è un’opzione, ma i profili sul taccuino sono anche altri e di spessore).

Careces a Southampton

A proposito di mercato, Caceres, dopo aver detto no all’offerta economica del Milan, ieri ha svolto le visite mediche col Southampton: si attende il permesso di lavoro per ufficializzare l’ingaggio. Intanto il duo Fassone-Mirabelli avrebbe anche avuto un contatto con l’entourage dell’atalantino Kessie per capire se esistano ancora i margini per inserirsi nella trattativa fra Atalanta e Roma. In casa giallorossa rimane alta la fiducia sull’esito dell’affare per giugno.

BOLOGNA  L’ideale per il Bologna e per Roberto Donadoni sarebbe osservare il camion della nettezza urbana portare via tutti i ricordi legati all’1-7 col Napoli, differenziati tra l’umido degli errori a catena, e la carta delle parole con cui si è cercato – sbagliando – di minimizzare l’epocale batosta. Non è facile girare pagina, ma l’occasione si presenta a soli quattro giorni di distanza. Il fatto è che il Milan, ferito dal poker di sconfitte consecutive, tutto è tranne un sacco da boxe su cui sfogare le frustrazioni accumulate. «Per la gara col Napoli – analizza il tecnico rossoblù – non si può più rimediare a nulla. Loro avevano colpito in determinate situazioni anche prima. Pur conoscendoli, abbiamo ugualmente subìto. La squadra è cosciente di come sia maturato il risultato. Il Milan viene da un momento complicato. E siamo in due. Il Bologna deve dare una prestazione di spessore, con lo stesso piglio della vittoria sul Torino».

A tenere banco alla vigilia c’è un nodo estremamente spinoso, legato alla designazione arbitrale. Vista da Bologna, l’attribuzione della gara a Daniele Doveri appare chirurgica: con l’arbitro romano, il Milan ha ottenuto 10 vittorie su 11 partite dirette (più un pareggio), statistica inquietante per gli avversari. L’anno scorso diresse proprio Bologna-Milan in maniera poco felice, condendola con un rigore negato in avvio su Floccari, l’espulsione discutibile di Diawara, più altri episodi mal giudicati. Rimandarlo al Dall’Ara in questa occasione appare quanto meno inopportuno. Dopo aver brontolato a Cagliari e pure in coda alla disfatta col Napoli, Donadoni offre fiducia preventiva. Che altro potrebbe fare, del resto? Tuttavia non evita il delicato argomento: «E’ giusto avere memoria. Non posso non pensare che una persona non faccia il suo mestiere nella maniera più corretta possibile. Magari uno può anche sorridere di fronte a questi numeri. Ho vissuto sulla mia pelle l’atteggiamento nei confronti di una squadra come il Milan, rispetto a quando giocavo nell’Atalanta. E’ un discorso umano. Ma sono certo dell’assoluta onestà e correttezza, senza che l’ago della bilancia alla fine penda dalla parte della sudditanza psicologica. Ben venga Doveri. Sarà un test importante per noi, per il Milan e anche per lui».

In attacco il Bologna potrebbe rilanciare Verdi dal primo minuto. E naturalmente ci si attende un contributo fattivo e l’atteggiamento giusto da Mattia Destro, icona del Bologna senza ombrello di fronte alla tempesta perfetta azzurra: «Deve ripartire stringendo la mandibola» è la felice metafora di Donadoni. In porta ci sarà Da Costa. Mirante tornerà tra due settimane, causa lesione muscolare al gluteo destro che lo ha fatto uscire nel finale col Napoli. A buoi scappati da un pezzo.

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Un po’ per scelta, un po’ per necessità. Un po’ perché gli tocca, un po’ perché un segnale bisogna darlo. Il Bologna che domani sera affronterà il Milan sarà di sicuro inedito, certamente più offensivo, o almeno: con più soluzioni d’attacco, pensate anche per correre in aiuto di Destro. Dunque: il Destro migliore degli ultimi tempi si è visto nella mezzora finale di Cagliari. Vivo in area di rigore avversaria, brillante nella lettura delle giocate, pronto a dare profondità alla manovra, capace di segnare un gol e di piazzare un assist. In campo, quel giorno, con Destro c’erano Verdi e Krejcì. L’azione che portò in vantaggio il Bologna nasce proprio dalla triangolazione tra questi tre giocatori. Verdi nelle vesti dell’uomo che sulla trequarti trova il corridoio di luce, Krejcì che recita da consumato assistman (già sei in questa stagione) nel movimento che gli riesce meglio (scatto sulla sinistra, corsa sul fondo e cross in mezzo) e Destro – finalmente – da utilizzatore finale. E’ da lì che riparte Donadoni, per cercare di risollevare un Bologna «ferito eumiliato» (copyright Marco Di Vaio) dalla disfatta epocale contro il Napoli. Da questi uomini, da queste situazioni. Verdi, cresciuto nelle giovanili del Milan, club in cui è rimasto undici anni prima di essere ceduto in via definitiva al Bologna per 1,5 milioni, è il valore aggiunto di una squadra che senza di lui difetta di fantasia e imprevedibilità. «Ho finalmente rotto il cordone ombelicale con il Milan», disse con sollievo e sincerità Verdi la scorsa estate, in sede di presentazione tra i monti di Castelrotto. Ritrovare la sua vecchia squadra sarà, per Simone, carburante per la rivincita.

PORTE GIREVOLi. Intanto: esce Mirante, entra Da Costa. Il portiere titolare era uscito nel finale contro il Napoli, a fuochi d’artificio già (quasi) spenti. Dolore muscolare. Gli esami hanno detto: risentimento al gluteo. Due settimane di stop. Niente Milan. Salterà anche la Sampdoria. Mirante potrebbe tornare domenica 19, nella sfida all’ora di pranzo al Dall’Ara contro l’Inter, o al massimo la domenica successiva, il 26, a Marassi, contro il Genoa. In ogni caso, contro i rossoneri a difendere la porta del Bologna ci dovrà pensare Da Costa, questo professionista esemplare, pronto allo stesso tempo a rispondere alla chiamata nel momento del bisogno (il problema cardiaco di Mirante lo catapultò in porta) e a (ri)seder- si in panchina quando il titolare si ristabilisce. Da Costa quest’anno ha giocato 12 partite, da Bologna-Cagliari 2-1 (11 settembre 2016) a Bologna-Palermo 3-1 (20 novembre 2016). Settanta giorni, undici partite, una sola chiusa senza prendere gol ma tutte giocate senza commettere errori gravi, o comunque determinanti per il risultato finale. Questo per dire che: Da Costa è una certezza. Lo è per Dona- doni e lo è per una difesa che – molto probabilmente – ritroverà al centro capitan Gastaldello, assente nelle ultime tre partite, andando a ritroso: Napoli, Cagliari e Torino. Gastaldello non è ancora al 100%, ma si potrebbe fare un tentativo per dare più stabilità ad una squadra che rischia di essere choccata dal 7-1 subito sabato sera contro il Napoli.

Riveriani si nasce, milanisti si diventa. Così Roberto Donadoni, primo acquisto della gestione Berlusconi, che nel 1986 lo soffiò alla Juventus, già d’accordo con l’Atalanta, intravedendo in quell’osso di ragazzo poco più che ventenne un campione che avrebbe fatto la storia. Donadoni riveriano, fin da bambino, quando partiva in dribbling e tutti dietro, nella scia di quel ragazzino con i ricci. Il motivo? «Rivera era grande perché era semplice», e in questa risposta c’è tutta la filosofia (di gioco, di vita) di un uomo che cerca la bellezza nella semplicità, così come quando giocava: artista del dribbling mai fine a se stesso, pittore di giocate essenziali, per questo definitive. Lì dentro c’è tutto quello che serve, oltre c’è il superfluo. Donadoni e il Milan, prima insieme, dodici campionati con una breve interruzione per andare a scoprire l’America, fin dalla prima amichevole tra i monti, Vipiteno-Milan del luglio dell’86, 390 partite ufficiali, sei scudetti, tre coppe dei campioni, due coppe intercontinentali, tre supercoppe europee e tanto altro, a riempire una bacheca unica. Donadoni e il Milan, contro, da quando siede in panchina, otto sconfitte, due pareggi e quattro vittorie, la prima col Livorno, un paio col Parma, l’ultima tredici mesi fa, a San Siro, decise Giaccherini e quel giorno Donadoni scivolò beato nella commozione, quando il popolo rossonero intonò il suo nome, prima e dopo, tanto da fargli ammettere pubblicamente che «…avrei fatto le capriole» a testimonianza di un legame forte, che dura da trent’anni e resiste a tutto.

ALTA E BASSA MAREA. Un legame da alta e bassa marea, che va a ondate, prima di arrivare a Bologna ci fu un momento in cui sembrava che il matrimonio dovesse celebrarsi, sempre e comunque una storia sensibile al meteo-mercato che ogni tanto accosta il nome del tecnico del Bologna alla panchina rossonera, come da catalogo nei momenti in cui al Mi- lan parte e riparte la giostra della panchina che balla. Quello tra il Donadoni- allenatore e il Milan è un amore mai consumato, e chissà mai se. Ma poco importa. «Non è un obiettivo allenare il Milan», ha detto a novembre. «Il Milan rappresenta molto, ma sto bene a Bologna», ha ripetuto un paio di settimane fa. C’è da credergli. Per Donadoni il presente è il Bologna, una squadra prese a sberle e andata a tappeto soltanto pochi giorni fa, ora da risollevare; una squadra di giovani cui dare certezze, punti di riferimento, strumenti utili per crescere. Farlo contro il suo Milan, per Donadoni, significherebbe vincere non una, ma due volte.

Disse Roberto Donadoni con quel solito aplomb che lo contraddistingue: «Mi sembra che Doveri abbia un ottimo score con il Milan». Più letale della cicuta, lo 0-1 di un anno fa a Milano contro i rossoneri (gol di Bacca, espulso Diawara, rigore negato al 6′ al Bologna: ok, prendete fiato) – quella sconfitta, dicevamo, segnò un altro punto sul ruolino di marcia tra gli arbitraggi di Daniele Doveri e il Bologna Football Club. I precedenti parlano chiaro: Doveri con il Milan ha un bilancio di 10 successi e un pareggio, e magari è un caso (e sicuramente lo è) ma quando vede rossonero qualcosa scatta. Sarà feeling o chissà che altro. Anche perché con il Bologna il bilancio è diverso: 5 pari e 5 sconfìtte. Per questo la designazione di Doveri è stata accolta con malumore a Casteldebole.

STATISTICHE. Piove sempre sul bagnato e, statistiche alla mano, quella di Doveri non è una designazione fortunata. Nelle ultime due partite di campionato il Bologna ha recriminato. A Cagliari per due episodi (il rosso di Viviani e quello a Krafth) e al Dall’Ara contro il Napoli (mancata espulsione di Callejon che avrebbe potuto, ma anche no, deviare il corso dell’incontro).

Mettiamola così: è un momento in cui le cose girano malaccio e spesso gli arbitri contro il Bologna hanno il cartellino facile. E dunque: Oh no, eccone un altro. Doveri nelle ultime 28 partite ha concesso 15 rigori, una media sorprendente, un trend ai limiti del preoccupante. L’arbitro romano avrà a coadiuvarlo gli assistenti Cartolato e Peretti e il quarto uomo Po- sado. Addizionali Giacomelli e Russo.

RIGORI. In generale il Milan di penalty ne ha battuti 6 quest’anno come Lazio e Pescara, quarto posto in classifica dietro a Roma (10), Torino (8), Fiorentina (7). Soltanto 2 invece il Bologna (uno segnato da Krejcì e l’altro sbagliato da Destro). Rigori contro? Milan e Bologna 4 tutte e due. Ieri il diesse Bigon: «Nessuno cerca scuse, la sconfitta contro il Napoli è stata netta. Lo ripeto: abbiamo perso meritatamente. Ma se mi chiedono dell’arbitro, beh, oggettivamente gli episodi delle due espulsioni, quella non data a Callejon e quella di Masina, sono stati due errori. Doveri? Forse non è appropriata la designazione dopo la partita dell’anno scorso. Ma sono ottimista e non sono preoccupato, anche se i numeri non sono a nostro favore…Farsi sentire dalla Lega? Oggi non è più possibile, per fortuna visto quello che è successo in passato».