Partite Calcio Juventus – Palermo Streaming Gratis Diretta Tv Rojadirecta

By | 17/02/2017
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Dopo mesi di complimenti caldi come il sole estivo, dal «Sarà il grande acquisto di gennaio» al «predestinato» di poche settimane fa, ieri le parole di Massimiliano Allegri su Marko Pjaca sono sembrate una di quelle secchiate d’acqua fredda che ti centrano mentre ti abbronzi su un lettino: «Deve cominciare a capire che per raggiungere certi livelli bisogna che incominci a pedalare, perché il calcio non è fatto solo di tecnica ma anche di sacrifici e disponibilità». Una bella sferzata, ma che non è affato segno di un cambiamento del giudizio di Allegri sul croato. Anzi, è una fase del processo di trasformazione da promessa a campione a cui il tecnico aveva già sottoposto Alvaro Morata.

Pagato 20 milioni al Real Madrid nell’estate 2014, Morata all’epoca era stato l’acquisto più costoso dell’era Andrea Agnelli (dato eloquente sulla crescita della Juventus, se confrontato con le spese dell’estate scorsa). Frenato anche lui da un infortunio all’inizio della stagione, per un bel po’ venne impiegato col contagocce dal tecnico bianconero: appena tre presenze da titolare nel girone d’andata di campionato, due nel girone di Champions. Un minutaggio che, vista la spesa per il cartellino, suscitava perplessità e interrogativi. «Al Real era considerato un ragazzino – spiegava la sua scelta Allegri – Ora deve crescere e diventare un giocatore importante». Ebbene, quel gradino a cui l’allenatore faceva spesso riferimento, il ragazzino lo salì e nella seconda parte della stagione divenne protagonista in campionato e soprattutto in Champions: gol all’andata e al ritorno col Borussia Dortmund negli ottavi e col Real in semifinale, poi la rete dell’1-1 e della speranza (vana) col Barcellona in finale. Merito anche del lavoro specifico svolto alla fine degli allenamenti con il preparatore tecnico: conclusioni, smarcamenti, controlli, cross, dribbling, passaggi. Una cura a cui Allegri, maniaco della qualità nel trattamento del pallone, sottopone tutti i giovani. Pjaca compreso.

.Non sorprenda, quindi, il bastone usato ieri dal tecnico dopo tante carote verbali regalate al suo puledro di razza. Pjaca deve salire quello stesso gradino che separa le promesse dai campioni e questo è il momento giusto per farlo, con la Champions che entra nella fase a eliminazione diretta, il campionato che offre chance di fuga e la Coppa Italia che adesso inizia a luccicare: «Ora se si entra si deve determinare. Marko ha grandi qualità, ma siamo alla Juve e se vuoi diventare un grande giocatore devi avere la giusta mentalità».
Quasi certamente stasera il croato potrà dimostrare di possederla fin dal primo minuto, complice la squalifica di Mandzukic, in quella che sarebbe la sua seconda partita stagionale da titolare. Novanta minuti (potenziali) in cui dovrà «pedalare», per usare il termine utilizzato da Allegri, avanti e indietro sulla fascia, oltre a mettere in mostra dribbling e accelerazioni. E magari mostare anche un po’ di precisione e cattiveria in più nel chiudere l’azione, per segnare il suo primo gol in bianconero.

Con Pjaca, a cercare di far breccia nella difesa del Palermo, ci saranno sicuramente Gonzalo Higuain e Paulo Dybala, mentre è in dubbio la presenza dal primo minuto di Cuadrado. Allegri potrebbe decidere di far tirare il fiato al colombiano, tornando al 4-3-3 o al 4-3-2-1 e inserendo Sturaro a centrocampo, accanto a Marchisio e a uno fra Khedira e Pjanic. Una soluzione a cui, se non dovesse sceglierla dall’inizio, l’allenatore bianconero farebbe probabilmente ricorso durante la partita, come lui stesso ha anticipato nel corso della conferenza stampa della vigilia.

Qualunque sia l’assetto, Pjaca occuperà il settore di sinistra lasciato libero da Mandzukic, in una staffetta croata che offrirà al ventunenne talento il modello perfetto da imitare. Non a livello tecnico, visto che i due hanno caratteristiche profondamente diverse, ma sul piano della mentalità: sui tre termini usati da Allegri, «pedalare», «sacrificio» e «disponibilità», Mandzukic potrebbe scrivere un trattato.

E’ un serial bomber, spietato e micidiale. Ha iniziato il 2017 con otto gol in sette partite di campionato e sta contrassegnando il filotto di vittorie che stanno tenendo a distanza la Roma e il Napoli. E stasera Gonzalo Higuain vuole preovare la fuga: nella classifica di campionato trascinando a un virtuale +10 la Juventus (mettendo un minimo di pressione psicologica su chi insegue e giocherà domenica) e nella classifica dei cannonieri nella quale ha agganciato Dzeko a quota 18 con la doppietta al Cagliari, che gli ha permesso di superare Belotti rimasto a 17. Questa sera contro il Palermo scenderà in campo ancora più affamato del solito. Nella parte decisiva della stagione ha trovato la forma migliore e la vuole sfruttare fino in fondo: la Juventus gli sta dando quello che aveva sempre sognato in termini di solidità sotto ogni punto di vista. Il modo con cui sta gestendo la testa della classifica è stata un’illuminante conferma dei motivi che lo hanno spinto a scegliere il bianconero quest’estate, quando sognava di approdare in un club che gli consentisse di vincere qualche trofeo. Il bello è che era pronto pure l’amata sacrificare la classifica cannonieri, comprendendo che il gioco della Juventus non poteva ruotare solamente intorno a lui. Alla fine si è invece ritrovato come terminale del nuovo gioco di Allegri che lo mette sicuramente in condizioni migliori per concludere a rete. Lui, poi, ci mette del suo, riuscendo a massimizzare il rifornimento di assist, tutto sommato meno abbondante di quanto accadesse al Napoli, ma nella nuova Juventus ci sono almeno altri tre che possono potenzialmente concludere a rete ogni azione (Cuadrado, Dybala e Mandzukic), per tacere di Alex Sandro e Pjanic.

E adesso la sfida al suo record, di 36 gol in campionato, diventa un’impresa stuzzicante per il Pipita, che a quota 18 reti dovrebbe segnarne altrettante nelle 14 partite di campionato rimanent. Oggettivamente un piccolo Everest, ma considerata l’attitudine di Higuain alle segnature multiple, potrebbe anche essere un obiettivo scalabile. Lui ovviamente nega anche solo di pensarci: per lui l’obiettivo è sempre stato e rimane quelo di alzare un trofeo imporante, che sia lo Scudetto o la Champions League, palcoscenico dove farà ritorno mercoledì prossimo contro il Porto. Nei giorni scorsi ha visto gli exploit di Benzema e di Lewandowski, entrambi mattatori di coppa e gli è venuta una gran voglia di emularli. Allegri, per altro, ci conta e lo lucida in vista di mercoledì. Tuttavia, il pragmatismo del tecnico livornese chiede a HIguain di non trascurare l’impegno in campionato. Se la Juventus dovesse battere il Palermo questa sera e poi l’Empoli (sempre in casa) e l’Udinese (al Friuli), si ritroverebbe con almeno gli stessi 7 punti di vantaggio sulla Roma, con undici giornate da disputare e, quindi, un margine del tutto amministrabile anche nei due scontri diretti con i giallorossi e il Napoli, che rappresentano i due veri grandi ostacoli fra la Juventus e lo Scudetto, il primo di Gonzalo Higuain che spinge sui pedali come un matto e si prepara a fare un’altra vittima.

Era il 28 giugno 2010, non si aveva ancora esattamente idea di chi, realmente, stesse “presentandosi” davanti alla sede della Juventus e di cosa, costui, avrebbe rappresentato nella storia del club. Ai tempi si trattava… semplicemente di Leonardo Bonucci.
Aveva fatto abbastanza bene nel Bari (ma «quello veramente buono è Ranocchia» dicevano “quelli che ne sanno”). Era da poco entrato nel giro della Nazionale di Marcello Lippi (giusto in tempo per prender parte alla figuraccia collettiva in Sudafrica, pur senza scendere mai in campo…). Per lui la Juventus aveva fatto un investimento ingente di addirittura 15,5 milioni di euro (tuttavia nelle gerarchie sarebbe stato ai primi posti soltanto per pochi mesi, fino all’acquisto di Andrea Barzagli).
Insomma, un ragazzo di belle speranze e non necessariamente molto di più, le cui prime parole potevano tutto sommato lasciare il tempo che trovavano ed essere etichettate nelle classiche frasi di rito. «Le vacanze possono aspettare, non vedo l’ora di iniziare. Da giovane ero interista? Posso solo dire che da oggi per me esiste solo la Juve, l’Inter è un’avversaria da battere. Non vedo l’ora di diventare grande insieme a questa squadra anche in Europa».

E invece no. A distanza di poco meno di 7 anni (2.426 giorni, per l’esattezza) e la bellezza di 300 partite ufficiali in bianconero, si può capire che Leonardo Bonucci ai tempi sapeva ciò che diceva ed era effettivamente deciso a trasformare in realtà i buoni propositi. Altroché se era deciso a farlo.
Oggi, contro il Palermo, non a caso, avrà modo di tagliare questo particolare traguardo in termini di match disputati che di fatto lo renderà un “pezzo da museo”, nel senso che il difensorone entrerà di diritto nel novero dei big della storia bianconera la cui maglia è esposta al J-Museum. Una sorta di hall of fame juventina che – impossibile dire il contrario – Bonucci ha guadagnato di diritto in virtù di caratteristiche, personalità, modo di porsi, esultanze. Sì, Bonucci è ormai un simbolo di juventinità riconosciuto come tale sia dai sostenitori bianconeri, che lo adorano, sia dalle tifoserie opposte e dagli avversari, che non a caso lo prendono spesso di mira e lo patiscono.

Bonucci del resto è personaggio sopra le righe (oltre che con le righe…) e non passa inosservato. Le sue 300 sfumature di bianconero sono varie e variegate: spiccano i 18 gol (alcuni anche preziosissimi e decisivi contro Roma, Napoli, Lione, Fiorentina…) conditi da classica esultanza in stile “sciacquatevi” la bocca, spiccano innumerevoli salvataggi effettuati in campo, spiccano i lanci in verticale che hanno risolto partite altrimenti cristallizzate. E ancora, spicca il no alle avances di Pep Guardiola e al suo City (8 milioni di ingaggio all’anno). «All’inizio qualche pensiero c’è stato, ma poi ho scelto con il cuore. E pure la campagna acquisti e la voglia di Champions della Juventus hanno influito». L’aveva detto, del resto: voglio diventare grande con questa squadra anche in Europa.

Diego Lopez è alla sua terza esperienza da subentrante nella sua ancor giovane carriera da allenatore. Al tecnico uruguaiano è già successo a Cagliari e a Bologna e quindi è consapevole delle difficoltà psicologiche prima che tecniche che deve affrontare per rivitalizzare una squadra data per spacciata. Conoscendolo da anni so per certo che non avrà costruito particolari artifizi per conquistare o compiacere i giocatori. L’allenatore rosanero pensa che la sincerità sia l’arma vincente.
Lopez non è un grande oratore, del resto da giocatore non apprezzava particolarmente gli allenatori assillanti, preferisce traferire i concetti attraverso la pratica e la sperimentazione diretta. Possiede una sensibilità particolare per far crescere il gruppo senza drammatizzare gli errori. Anzi l’errore è necessario nel percorso formativo. La correzione deve avvenire a livello individuale, soprattutto focalizzando i concetti di gioco, ed evitando l’umiliazione davanti a tutti. Un lavoro capillare portato avanti grazie all’aiuto dello staff, in particolare del suo secondo storico Michele Fini, bravo nel mettersi a disposizione sia in campo sia nella preparazione di video specifici. L’altro collaboratore chiave di Lopez è Maurizio Di Renzo (già al Palermo ai tempi di Zenga) che si occupa della preparazione fisica e della articolazione dei carichi di lavoro della squadra. Si tratta di una gestione democratica dello spogliatoio, dove la credibilità si conquista con le idee giuste e non con le imposizioni.

E quali sono quindi queste idee? Innanzitutto passaggi veloci grazie a ragionamenti veloci. Avere una mentalità costruttiva, cercare fraseggi rapidi per far arrivare la palla pulita agli attaccanti nella metà campo avversaria. Questi devono essere coraggiosi e abili nell’ “1 contro 1”, ma devono sapersi muovere anche senza palla. Il compito dell’allenatore è proprio quello di convincere il giocatore a fare qualcosa in più (un taglio, una copertura) rispetto a quello a cui è abituato, facendogli capire l’utilità del sacrificio per sé e per i compagni.
Il pensiero tattico di Lopez nasce da una sintesi tra il vissuto da ragazzo in un calcio sparagnino dove la marcatura stretta era un assioma e gli insegnamenti ricevuti a fine carriera quando ebbe come maestro di tattica Marco Giampaolo e se all’inizio Lopez non capiva come si potesse difendere avendo la palla e non l’avversario come riferimento, alla lunga si è fatto convincere e ora da tecnico ha adottato molti di quei principi. Il suo ultimo allenatore fu proprio Massimiliano Allegri con cui si soffermava spesso a parlare di calcio e che lo avrebbe voluto nel suo staff proprio per fargli addestrare il reparto difensivo. «Mi ha spinto ad allenare», ha detto ieri in conferenza stampa il neo tecnico del Palermo.

Spesso Lopez preferisce la linea a 4, rispetto alla difesa a 3, proprio per una maggior facilità nella copertura degli spazi. L’attenzione alla sincronia coi compagni e al viaggio della palla non deve mai distogliere il focus del difensore dall’avversario: muoversi prima, anticiparne le mosse, orientarsi preventivamente col corpo e coi piedi, non perdere il contatto fisico e visivo, sono alcuni suoi insegnamenti per arrivare ad avere un difensore che sa marcare e coprire al tempo stesso, senza mai farsi sorprendere alle spalle. Se si trova a correre all’indietro il difensore è spacciato, anche perché gli attaccanti sono sempre più veloci. Su questi dettagli lavora durante la settimana costruendo così, mattone su mattone, la strategia di gara. Esercitazioni analitiche di reparto il mercoledì, globali e dinamiche (10 contro 10) il venerdì.

Palermo  Lunedì un appuntamento al telefono per concordare il luogo in cui vedersi, poi l’incontro che deciderà il futuro del Palermo. L’era Zamparini potrebbe essere davvero al capolinea, il fondo d’investimento americano che vuole il club rosanero ha deciso di accelerare e la prossima settimana è previsto l’incontro definitivo. Il presidente è ottimista, anzi è sicuro che la trattativa andrà in porto, ma bisogna restare… calmi. L’affare è più complesso di quanto sembra, in quanto va oltre il Palermo calcio. Gli americani, infatti, entrebbero con una quota di maggioranza nell’intero gruppo Zamparini, che ha affari variegati e che vanno oltre il calcio (turismo e agricoltura soprattutto). Gli investimenti riguarderebbero anche il famoso progetto di Grado (terme e offerta residenziale) ancora fermo al palo, per il quale Zamparini aveva già cercato di coinvolgere in passato anche businnes-men russi e libanesi. Adesso l’imprenditore friulano avrebbe trovato le persone giuste.

Nelle settimane scorse ci sono stati diversi incontri, gli ultimi a Londra, il fondo americano attraverso il suo rappresentante italiano avrebbe anche fatto un’offerta in cui è compresa la quota per il Palermo calcio e tutto quello che gravita attorno. Agli americani interessa fare calcio e soldi, il loro progetto prevede la costruzione del nuovo stadio, di cui in passato si è tanto parlato, e anche del centro sportivo. In più dovrebbero anche realizzare un albergo in pieno centro cittadino. Insomma, le idee sono chiare, adesso è «solo» questione di mettere nero su bianco. Lunedì è previsto un contatto telefonico, dopodiché si deciderà dove incontrarsi. Di sicuro la prossima settimana sarà quella decisiva: gli americani hanno fretta e vogliono chiudere, ma è chiaro che vorranno essere loro a dettare le condizioni. Zamparini sa che non può tirare la corda a lungo, il rischio è di mandare tutto in fumo, così come avvenuto in passato con la famiglia Viola (dagli States hanno fatto sapere che non ci sono loro dietro il fondo d’investimento) e i cinesi. Ma stavolta forse è la volta buona.

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La Champions comincia a insinuarsi nei pensieri bianconeri, ma Massimiliano Allegri non ammette distrazioni: «li Porto va tenuto lontano, per forza: concentriamoci sui Palermo perché le vittorie dei campionati passano da partite come queste. Oltretutto, da quando è arrivato Lopez, i siciliani hanno più ordine e non concedono spazi: a quattordici giornate dal termine non possiamo scherzare, ogni errore può costarci chiaro, l’atteggiamento non va sbagliato».

BACCHETTATA. Allegri sorride, scherza quando fa il punto sugli infortunati: «Pjanic sta bene, il dottore non mi ha chiamato… Ogni mattina mi arriva la sua telefonata, stavolta no e allora mi sono detto: è morto il dottore. Scherzi a parte, mancheranno Barza-gli e Chiellini: entro fine settimana vedremo se torneranno per la Champions». Be-natia si candida con Rngani per affiancare Bonucci in difesa, mentre per sostituire lo squalificato Mandzukic, sono il lizza Sturaro e Pjaca, quest’ultimo destinata-rio di una bacchettata niente male: « Bisogna che cominci a pedalare: deve capire che il calcio non è soltanto tecnica, ma fatica, disponibilità, sacrifìcio. Ha grandi qualità, ma siamo alla Juventus: se vuoi diventare un grande giocatore, devi avere la giusta mentalità».

COMPLIMENTI. Testa al Palermo, ma la Champions non può rimanere sullo sfondo: «Mi sono divertito molto in questi due giorni: guardando le partite si può imparare. I Io visto valori tecnici elevati, assoluti, e ho avuto la dimostrazione che il Paris Saint Germain, fisicamente e tecnicamente, è ai livelli delle prime. Complimenti al Napoli per la partita che ha fatto contro giocatori che hanno un altissimo livello tecnico. Basta solamente vedere Modric, tre passaggi di esterno e poi ha messo la palla davanti a Ronal-do. Là non c’entrano il pressing e la tattica: là c’è solo la tecnica dei singoli, spettacolo puro, cose piacevoli da vedere». Gli chiedono delle parole del presidente Aurelio De Laurentiis: «Non ho mai polemizzato su quello che può dire e non può dire un presidente, però a Sarri bisogna fare i complimenti per il lavoro che sta svolgendo e per la partita del Bema-beu: il Napoli non è ancora battuto, ha la possibilità di ribaltare il risultato in casa. Di fronte aveva il Reai Madrid, ogni tanto bisogna guardare anche la realtà delle cose».

VELOCITA. Sulla Juve favorita in Europa, non si sbilancia: «Dovremo essere all’altezza delle altre, soprattutto a livello mentale. Abbiamo cambiato sistema di gioco e abbiamo grandi margini di miglioramento, bisogna spingere sulla velocità e sulla qualità del gioco: i calciatori sono in grado di farlo. Tra cinque giorni c’è il Porto: abbiamo il dovere di lavorare per passare il turno e prepararci poi agli eventuali quarti, ma non sarà semplice perché affronteremo una squadra che ha calciatori tecnici e non dà riferimenti, abituata a giocare in campo europeo: non sarà assolutamente un ottavo da sottovalutare». Allegri inserisce però la Champions tra gli obiettivi quando il discorso cade sulle sue cento vittorie: «Sono felice dei miei numeri, ma lo sarò di piti se vincerà la Juve a fine stagione. La cosa importante è portare a casa il sesto scudetto di fila, che sarebbe leggenda, e provare a vincere Champions e Coppa Italia». Infine, una battuta sulle scuse pubbliche di Paulo Dybala per la mano negata dopo la sostituzione con il Sassuolo: «E’ un ragazzo intelligente».