Tiziana Cantone: Suicida per video hot Il giudice chiede indagini su Facebook

By | 12/04/2017
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Il gip di Napoli ha disposto l’archiviazione per le sei persone indagate per diffamazione nell’ambito del procedimento avviato a fine 2015 dalla 31enne di Mugnano di Napoli suicidatasi nel settembre scorso dopo la diffusione online di video hot che la ritraevano. Il magistrato ha però disposto un supplemento di indagine chiedendo alla procura di verificare eventuali responsabilità del legale rappresentante di Facebook Italia. La vittima aveva querelato un gruppo di ragazzi responsabili, a suo dire, della diffusione dei video sul web. La Procura partenopea non ha però trovato elementi che dimostrassero la responsabilità degli indagati e invece ha aperto un altro fascicolo per calunnia a carico dell’ex fidanzato della giovane, ipotizzando che fosse stato lui a convincere la ragazza a indicare i querelati come i responsabili della diffusione online dei video incriminati.

La decisione del gip ha provocato la rabbia della madre della vittima che ha attaccato duramente la magistratura. «Sono molto amareggiata per l’archiviazione – ha detto – se mia figlia è morta la colpa è dei magistrati che non hanno fatto il loro dovere, in particolare del pm Alessandro Milita che per primo ha indagato». Non replica Milita, oggi procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere. «Non rispondo a queste parole – dice – mi riservo solo di valutare con i miei legali se presentare querela per diffamazione dopo che avrò letto le sue dichiarazioni».

Nel novembre scorso era stata la procura di Napoli a presentare istanza di archiviazione al gip per i cinque ragazzi cui la ragazza poi suicidatasi aveva inviato i suoi video hot; tra gli indagati c’era anche il padre di uno di loro cui era intestata l’utenza telefonica alla quale erano arrivate le immagini. Il gip Tommaso Perrella però decise di non pronunciarsi e di fissare un’udienza, celebratasi il 7 aprile scorso, in cui sentire tutte le parti in causa; la Procura, rappresentata dal sostituto Valeria Fico, ha depositato atti di indagine provenienti dalla Procura di Napoli Nord, dove è
aperto sulla vicenda un altro fascicolo, senza indagati, per istigazione al suicidio, mentre Giuseppe Marazzita, avvocato penalista della madre, ha sollecitato il gip a respingere l’archiviazione ordinando alla procura di proseguire le indagini.

«Ho sostenuto la necessità di accertare eventuali responsabilità di Facebook, anche perché il calvario della vittima è iniziato
proprio quando ha visto il suo nome sul social associato ai suoi video pubblicati su siti porno soprattutto americani. Se quei video fossero stati immessi solo su questi siti, senza alcun collegamento con una piattaforma così diffusa come Fb – spiega il legale – probabilmente lei non ne avrebbe saputo nulla. E in ogni caso Facebook fu diffidato, ma non fece nulla».

A PROPOSITO DI TIZIANA CANTONE

Proprio Sergio Di Palo pochi giorni fa, ha sentito bussare alla porta della sua abitazione, ma non gli è bastato nascondere la paura mostrando una normalità di facciata. Quando ha aperto il cancello di casa si è trovato di fronte i Carabinieri che gli hanno notificato un atto giudiziario. L’ex fidanzato di Tiziana Cantone, indicato dalla madre della bella trentunenne di Mugnano come colui che avrebbe indotto la figlia a girare filmini porno con uomini diversi, è attualmente indagato per “calunnia” . La notifica dell’invito a comparire in Procura è stato recapitato – nella sua villetta del parco con la vista sul mare tra Licola e Pozzuoli – dai militari dell’ Arma della compagnia di Giugliano, ed era firmato dal pm Alessandro Milita della Procura di Napoli e dall’aggiunto Fausto Zuccarelli. Di Paolo avrebbe scritto a Tiziana Cantone in un messaggio “Per me sei solo un buco”. Quella frase scritta con rabbia è adesso inserita negli atti che sono nelle mani del gip Tommaso Perrella del tribunale di Napoli. Sergio Di Paolo, al momento è stato iscritto nel registro degli indagati per aver calunniato i due ragazzi di Battipaglia e gli altri due di Napoli ed Aversa, denunciati in Procura da Tiziana quando era ancora in vita. Dovrà rispondere anche del reato di “falso” per aver indotto la fidanzata a dichiarare, nella prima denuncia, di aver smarrito il cellulare. Circostanza falsa, raccontata probabilmente soltanto per allontanare il sospetto dalla coppia di aver pubblicato volontariamente i video. Circostanza questa che al momento però, non è stata ancora verificata.

Resta quasi scontata l’archiviazione da parte del gip Perrella del procedimento per diffamazione aperto nei confronti dei quattro ragazzi che avrebbero chattato con Tiziana per venire poi incolpati da lei stessa. La prossima udienza è fissata per il 5 aprile. L ’avvocato Bruno Larosa difensore di Sergio Dio Paolo, precisa: “In questa vicenda ha già risposto il gip nel rigettare la formulata richiesta di archiviazione del pubblico ministero, in relazione alle indagini dello stesso pm che oggi iscrive nel registro degli indagati Di Palo per altri reati”.

I Carabinieri della sezione cyber-crime del Comando Provinciale di Napoli con la collaborazione di un consulente, l’ingegnere Carmine Testa, sono riusciti a sbloccare il telefono cellulare di Tiziana Cantone, la ragazza di 31 anni che si è tolta la vita a Mugnano (Napoli), evitando che il cellulare si bloccasse, dopo il decimo tentativo di accesso, sfruttando un “bug” del sistema operativo dell’apparecchio, ed hanno estrapolato alcuni file audio risalenti alle ore precedenti alla morte che potrebbero dare importanti informazioni su quanto accaduto. I dati recuperati, comunque, potrebbero dare importanti contributi a tutte le attività investigative in corso che vedono impegnate, in coordinamento, entrambe le Procure.

C’è dunque, la svolta in almeno una delle indagini , mentre l’altro filone investigativo, quello sull’istigazione al suicidio, difficilissimo da dimostrare aperto dalla Procura di Napoli nord procede spedito verso la ricerca della verità. Tiziana Cantone si era tolta la vita nello lo scorso mese di settembre, dopo la diffusione in Rete di alcuni suoi video hot. Le indagini contro ignoti sulla morte della ragazza, per “istigazione al suicidio” sono coordinate dal procuratore capo Francesco Greco e dal sostituto procuratore Rossana Esposito della Procura della Repubblica di Napoli Nord. Contemporaneamente è in corso un’altra indagine per “diffamazione” da parte della Procura di Napoli, che coinvolge i quattro destinatari dei video hard (attualmente indagati) , partita dalla denuncia presentata da Tiziana Cantone e dal suo ex fidanzato Sergio Di Palo contro chi ha diffuso in rete i video. Infine, c’è una terza indagine, sempre coordinata dalla Procura di Napoli, che ipotizza il reato di “calunnia“. Nei prossimi giorni il pm Esposito ascolterà alcune persone convocate in veste informati sui fatti, ma che non sono quelle persone che sono ritratte nei video .Tra i file ci sarebbero le telefonate fatte da Tiziana prima di morire, alcuni messaggi con Di Paolo e un altro ex fidanzato, e un ultimo messaggio che lascerebbe presagire l’intento di suicidarsi.

“La mia vita era cambiata già prima, con un uomo pessimo da cui sono andata via e che si è vendicato in mille modi. Poi hanno tentato di distruggermi, ma non gliel’ho data vinta. Adesso è in corso un complesso processo penale. Spero che quel mostro finisca in galera. E questa è la mia storia”. Una storia raccontata dal settimanale L’ESPRESSO a proposito di brodi di coltura dello stupro, di cyberbullismo a sfondo sessuale e di quei gruppi privati misogini e sessisti che infestano Facebook, La chiamano “revenge porn” la condivisione sui social (e su Telegram e Whatsapp) di scatti di vita intima di coppia da parte di ex fidanzati vigliacchi e psicopatici e dei branchi di squallidi uomini che riescono ad aggregarsi online in Gruppi che i socialnetwork dovrebbero bloccare immediatamente e fornire alla Polizia immediatamente tutti i dati possibili per identificarli. Per rappresaglia, senza nessun consenso femminile. Parecchie donne, messe alla gogna su Internet, meditano ogni giorno di farla finita. Temono di essere entrate in un tunnel della vergogna senza uscita. Credono di dover espiare una colpa arcana. Si sentono gli sguardi morbosi estranei puntati addosso.

Foto private rubate che si diffondono in ogni angolo della Rete dove si annidano maniaci sessuali e uomini repressi, mentre sono ancora poche le donne che hanno coraggio e trovano la forza di reagire, di denunciare. Marta, (il nome è di fantasia) ha un po’ più di trent’anni è una di queste eccezioni: “Ho convissuto con un uomo. Lo amavo moltissimo. Era geloso e irascibile, ma lo chiamava amore. Diceva che era geloso perché mi amava troppo. Era iscritto a una serie di gruppi Facebook più o meno segreti. Passava tantissimo tempo attaccato al cellulare. Ero infastidita da questa sua ossessione per Facebook, ma di tanto in tanto mi faceva vedere i contenuti. Ancora non si parlava di donne e di sesso, o forse me lo ha tenuto nascosto, ormai non so più dirlo”.

Il rapporto tra i due si è logorato e quando la ragazza ha deciso di lasciarlo, è iniziato il suo incubo. “La situazione si fa subito oscura. Lui comincia a contattare chiunque potesse conoscermi riversando bile, odio e insulti. Inizia a minacciarmi di utilizzare le foto intime che aveva scattato nei due anni trascorsi insieme se avessi osato raccontare di lui. Io taccio, non proferisco sillaba. Una mattina però mi chiama un mio conoscente, dicendomi: “Guarda che mi è arrivata una tua richiesta d’amicizia su Facebook, ma con un altro tuo profilo, pieno di scatti non proprio edificanti. Sei davvero tu quella?”. È l’inizio del suo inferno mediatico: “Diciassette account con il mio nome e cognome, affollati sia di foto prese dalla mia pagina Facebook ufficiale che dal suo cellulare. E queste ultime contengono anche scene di sesso, o con me nuda: immagini immortalate dal suddetto nel corso della nostra relazione sentimentale. Diciassette profili falsi in un solo mese”. Fantasmi maligni, contagiosi e per lo più anonimi sbattono le loro mani luride intorno alla preda: “Io li segnalo uno dopo l’altro. Mi faccio aiutare dagli amici. E si trasformano tutte le mie abitudini quotidiane. Ogni mattina, per esempio, ora cerco ossessivamente le mie generalità su Facebook. Trovandomi spesso riprodotta come natura mi ha fatta e bersagliata da commenti sprezzanti: umiliata e offesa”. Cronaca di una spirale perversa: “A quel punto il mio ex prende a pubblicare le foto su un gruppo Facebook. Me lo riferisce una persona fidata a cui era stato chiesto: “Ma quella non è la tua amica?”. Cliccando su un link ben visibile si è rimandati a un post farcito di mie istantanee, corredate da storie inventate di sana pianta su miei presunti rapporti lascivi e su un mio fantomatico passato di pornostar involontaria. Non mancano dettagli inerenti la mia famiglia e il mio indirizzo di casa, con tanto di street view di Google Maps. Il bastardo intanto se la ride e mi dipinge come una sgualdrina. Parallelamente, continuano a giungermi messaggi e richieste di amicizia da perfetti sconosciuti con battute triviali, allusioni, foto mie, foto loro (o meglio dei loro genitali), ingiurie di ogni genere, minacce e richieste esplicite di sesso. Almeno un migliaio i contatti di questo tenore. Io che su Facebook nemmeno li ho mille amici”.

Facile…. in teoria, affidarsi alla legge: “Alla fine vado in questura, all’anticrimine. Non alla Polizia Postale: gli uffici del mio capoluogo di provincia sembrano inaccessibili e se chiami spiegando l’accaduto devi innanzitutto illustrare come funziona Facebook e i suoi gruppi. Provo a denunciarli questi gruppi, ma incorro in risposte disarmanti come “Eh ma lei non doveva farsi fare queste foto”. Alla fine cambio Questura; ma anche lì sulle prime fanno storie, questa volta adducendo ragioni giurisdizionali perché io risiedo da un’altra parte. Eppure Internet non è una città, non ha localizzazioni geografiche precise e se devi spiegarlo alla Postale, è grave”. La via crucis di Marta dura mesi : “ero distrutta, tutte le persone che mi conoscono mi hanno vista fare sesso, e non per mia scelta. Ho perso molti pseudo-amici” finché un tribunale non emette un’ordinanza e l’ex di Marta si vede sequestrare tutti i devices connettibili a Internet. Ha inizio un procedimento giudiziario con diversi capi d’accusa: dalla sostituzione di persona alla diffamazione ai maltrattamenti fisici. Il gip dispone il suo divieto di avvicinamento alla ragazza che millantava di amare. E il processo è ancora in corso. Le foto di Marta finiscono nel frattempo in uno sconcertante “archivio”, in un “dossier” tuttora scaricabile da Google di video e immagini hard che hanno come “star” anche minorenni.

Mittenti, i partner vendicativi; destinataria, l’orda famelica del web; esecutori materiali, malati sessuali, uomini dalla libido repressa magari di buona famiglia. Qualche nome di queste cartelle dell’infamia? Da “Il canile” a “Bagasce con nome e cognome”, passando per “Degradoland”. “Io ero nella directory “Cagne con nome e cognome” – dice Marta – E spiega che segnalare ed ottenerne la rimozione da Facebook non è semplice. Quasi impossibile. Google e Dropbox invece eliminano quasi sempre i file contestati, una volta descritto il contenuto. Facebook invece non li rimuove quasi mai i suoi gruppi più volgari, e quando prova a farlo, quelli rinascono di nuovo sotto ritoccate spoglie. Per perseguirli legalmente bisognerebbe aprire rogatorie internazionali, ma sarebbe molto più facile se i socialnetwork collaborassero realmente con le forze dell’ ordine. Marta – racconta L’ESPRESSO – ha visto molto da vicino l’occhio di uno dei più terribili ciclopi del nostro tempo. Si è salvata soltanto perché è di temperamento e carattere forte, perchè ha una famiglia che ha capito, che l’ ama e non la molla mai ed ha una “fede brutale che invece di spingermi al suicidio mi tiene in piedi in questa guerra, per ottenere giustizia per me e le altre”.

Per tanti mesi non ha trovato però il coraggio di uscire di casa, ha avuto paura “perché quegli imbecilli depravati sapevano dove abitavo e non pochi sono arrivati fin sotto casa mia. Ho dovuto imparare a difendermi, anche nella vita reale, da chi mi urlava “troia” per strada. Ho cambiato molte abitudini, non faccio più lavori a contatto col pubblico per timore di essere riconosciuta. E se qualcuno mi chiede l’amicizia su Facebook, invece di pensare di potergli piacere sospetto che voglia accedere al mio privato per brandirlo contro di me”. Marta non si fida più degli uomini, non ha una relazione, “loro non vogliono una donna con un peso così grande sulle spalle. E io non sarò serena fino a quando il mio ex non sarà punito”. Marta combatte anche per le tante ragazze più giovani che stanno rivivendo la sua stessa odissea ancestrale, nonostante vada in scena su potenti, candidi computer di ultimissima produzione: “Ho bisogno di sapere che la mia sofferenza aiuterà altre come me”. Nel nome di chi non ce l’ha fatta e di tragedie da scongiurare come quella di Tiziana Cantone.

Sono tutti gruppi Facebook chiusi, ad iscrizione e l’unico modo per introdursi è quello di fingersi uno di loro. Un “vero maschio” che parla come un giornale porno anni ‘70 e per cui la parità tra i sessi è la più grande mistificazione. Eccoci precipitati nel gorgo dell’ultra-misoginia 2.0. Il gruppo Cagne in calore conta oltre 18 mila iscritti. Christian C. B., un libero professionista di Reggio Emilia che come tanti nemmeno prova a camuffare il suo nome e cognome autentico, come se non ci fosse nulla di sbagliato in quello che fa, scrive: “Come dorme la mia dolce metà! Cosa ne dite?”. E posta una foto della sua compagna immortalata a sua insaputa mentre sonnecchia, in mutandine, con le lenzuola scostate. Si accende la rituale canea di commenti. Scrive un certo Danilo: “Se vuoi vengo a darti una mano, e mentre me la faccio (…): vedrai che dopo i primi colpi comincia a godere come non ha mai goduto”.

A inizio anno è stato rimosso il gruppo francofono Babylone 2.0: migliaia di uomini vi condividevano foto delle loro presunte conquiste, corredate da testi oltraggiosi e sessisti. La notizia ha fatto il giro del mondo. Ma di gruppi simili ne esistono a decine soltanto in Italia. Nascono e rinascono in continuazione. Uomini che umiliano le donne sfruttando l’effetto gogna sconfinata dei social network. Uomini che bersagliano le donne con epiteti rancidi e vili. Quando le nostre mogli, figlie, amiche sono al mare o in palestra, in ufficio o alla stazione, un numero considerevole di insospettabili sta lì a fotografarle di nascosto per riversare le immagini sul loro Facebook parallelo. Scatti normalissimi, spesso a figura intera e col viso scoperto; istantanee di quotidianità rubate anche dalle pagine social, che rimbalzano di bacheca in chat e infine su Whatsapp. Basta poco per trasformare un semplice selfie in un pretesto di lapidazione morale. In un gruppo – come rivela L’ESPRESSO – dal nome tragi-grottesco (Seghe e sborrate su mie amiche) Giovanni S. un ragazzo piemontese dall’aria perbene, posta l’immagine di una ragazza comune in jeans e canotta che commette però l’impudenza di sorridere: “Labbra da pompinara da riempire” è il suo pensiero istantaneo. Come se la sua unica colpa fosse quella di essere una donna: una merce sempre in fregola e sempre in saldo sotto la scorza di fuorviante normalità. Qualche tempo fa lo stesso Giovanni aveva condiviso un articolo sul suo account personale Facebook che sensibilizzava contro la violenza sulle donne. Oppure sono scatti privati, inviati in buona fede ma dati poi in pasto con l’inganno a una marea di sconosciuti.

Gigi P. da Palermo ama scambiare momenti intimi della sua fidanzata “con chi mi fa vedere la propria”. Lo contattiamo. Quanti anni ha la tua ragazza? “Venti”, e ci sfodera un ricco album di suoi primissimi piani anatomici. “Ma lei lo sa?”. E lui: “Ovvio che no. Pubblico in giro le foto che lei mi manda per eccitarmi”. Pure Flavio F., un impiegato di Torino, vorrebbe scambiare “figurine di famiglia” con noi: “Ti mando foto della mia amante, della mia ex o delle mie amiche. Dipende da come mi contraccambi”. Nel gruppo Zozzoni e Zozzone quasi hot (7 mila iscritti) tale Frank Jo Jo C., che nella vita gioca a calcio a livello professionistico, inserisce uno scatto della moglie a bordo piscina e un po’ si strugge: “Sto cercando di coinvolgerla con un altro uomo, ma non è facile”. Gli viene in soccorso Pierpaolo (“Dammi il numero così la chiamo”). Ma Frank non si dà pace: “è troppo seria purtroppo”. Certe volte la molla scatenante è invece una turpe vendetta da consumare gettando fango su qualche vecchia fiamma. Qui siamo dalle parti del “revenge porn”, come nel drammatico caso di Tiziana Cantone. In La esibisco, foto amatoriali e avvistamenti (un’altro gruppo Facebook blindato ed amministrata da Sabatino B, autotrasportatore di Civitavecchia e Pietro M, catanese con tatuaggi e sopracciglia ad ali di gabbiano) si produce, ad esempio, Claudio: “E che ne dite di questa che per otto anni me la sono scopata? Se c’è qualcuno interessato, in privato posso dire dove può trovarla”. La cessione di un diritto feudale. L’ottimo collega Maurizio di Fazio sull’ ESPRESSO rivela un mondo ben noto, che purtroppo le Autorità, la Polizia Postale, gli amministratori di Facebook ben conoscono, e non fanno nulla per contrastarlo Ci spostiamo nel gruppo Mogli e fidanzate Napoli esibizioniste e troie, 15 mila fedelissimi. Un tale Ralph M. mette all’asta sua sorella e i convenuti intraprendono la consueta geolocalizzazione del tesoro. Perché il fine ultimo è la caccia reale alla preda. Si cerca perciò di carpire le generalità dell’ignara protagonista di turno: le sue abitudini, il suo indirizzo. E dall’abuso verbale alla violenza fisica, il passo può essere breve.

Andrea P. è un habitué del gruppo Giovani fighette per porci bavosi (11 mila membri) e carica il file jpeg di una ragazza castana in costume sul letto: “Altra bella fighetta” è il suo contrassegno da gentleman. Daniele minaccia: “Io la rompo una cosi”. Un altro: “Per i capelli: bocca aperta, pene fino in gola”. E la fantasia di stupro è servita. L’abisso è vicino anche in Scatti per le strade italiane e non. Riccardo V. sciorina il suo atout: una ragazza di spalle in supermini jeans al supermercato. Si infuriano tutti. Giulio: “Una zoccoletta”. Uno sulla settantina: “Merita di essere sbattuta per bene a pecora”. Claudio: “Sto arrivando troia”. Nel frattempo, Marco da Napoli: “Mia cognata riposa inconsapevole di non essere sola” et voilà due immagini dell’attempata parente intenta nella siesta pomeridiana. Tanto basta a fomentare gli animi. E c’è chi vomita oscenità da bagno pubblico all’indirizzo fotografico di ragazzine che paiono minorenni. L’articolo 167 del codice della privacy prevede la reclusione da uno a sei mesi per chi pubblica foto senza consenso. Ma di fatto viene garantita l’impunità a questi nuovi primitivi che vedono “zoccole e vacche” ovunque. Tante donne soffrono in silenzio, e l’umiliazione del cyberbullismo a sfondo sessuale si mescola alla paura e alla frustrazione. Denunciare alla Polizia Postale sembra inutile, e su Facebook nessuna grande campagna di pulizia e polizia interna è in corso. L’importante, si sa, è rispettare i suoi “standard specifici”. La dignità femminile non fa parte dell’algoritmo.

Mentre la Magistratura nel caso di Marta è intervenuta, resta da chiedersi :quante altre Marta, Tiziana, ecc. sono o saranno vittime di questa gentaglia, che non si possono definire uomini ? Non è vero che i socialnetwork non possono fare niente. La verità è che non vogliono fare niente, preferiscono girarsi dall’altra parte, organizzare convegni pseudo ridicoli, e mantenersi questi gruppi e questi profili falsi che generano traffico internet, contatti, che per i socialnetwork significa soldi. Un Paese serio farebbe una legge stringente a tutela del rispetto della persona, della dignità di ognuno. Ed un social network chiederebbe un documento a tutti coloro che si iscrivono, con opportune procedure di verifica imponendo di indicare un numero di telefono cellulare per tracciare le persone. Quando lo capiranno i nostri politicanti ? O dobbiamo aspettare che capiti a qualche donna politica, o qualche figlia dal cognome illustre o alle loro mogli ?

Il collegio presieduto dal giudice Marcello Sinisi del Tribunale civile di Napoli Nord, con una ordinanza ha rigettato il reclamo di Facebook Ireland, dando invece ragione a Teresa Giglio madre di Tiziana Cantone, la 31enne di Mugnano (Napoli) suicidatasi il 13 settembre scorso dopo la diffusione sul web a sua insaputa di video hard che la ritraevano, ha stabilito che i link e le informazioni relativi alla ragazza napoletana una volta che ne era emersa l’illiceità dei contenuti, dovevano essere rimossi da Facebook , a prescindere da un preciso ordine dell’autorità amministrativa o giudiziaria. I legali italiani del social network americano avevano presentato reclamo contro l’ordinanza emessa il 10 agosto scorso del giudice civile Monica Marrazzo, alla quale si era rivolta Tiziana quando era ancora in vita, che aveva disposto l’ obbligo di alcuni social, tra i quali Facebook, a rimuovere video e commenti relativi alla 31enne.

Al momento del deposito dell’ordinanza del Giudice di Napoli tre link che permettevano l’accesso ai video “hot” di Tiziana erano stati rimossi da Facebook dopo le pressanti richieste della ragazza, mentre un quarto, denominato “Tiziana sei tutti noi“, era ancora attivo, ma secondo gli avvocati della società guidata daMark Zuckerberg “non presentava contenuti a sfondo sessuale“, né “profili di illiceità“. Andrea Orefice, l’avvocato che segue la mamma di Tiziana nei ricorsi civili ha commentato “È una pronuncia molto equilibrata perché introduce il principio, rigettando quanto asseriva Facebook, secondo cui un hosting provider deve rimuovere le informazioni illecite, quando arriva la segnalazione di un utente, come nel caso di Tiziana. E non deve attendere che sia il Garante della Privacy oppure il giudice ad ordinargliene la rimozione” aggiungendo “Adesso Facebook deve collaborare: dopo la pronuncia della sentenza del giudice civile del Tribunale di Napoli Nord parzialmente a favore della mamma di Tiziana, serve una svolta decisiva. Deve darci i nomi e i cognomi delle persone che, nascosti dietro falsi profili, hanno aperto le pagine su cui c’erano i contenuti che hanno diffamato la ragazza ed hanno contribuito a renderla vulnerabile a tal punto da suicidarsi. I link, le immagini, le foto e gli spot che in pochi mesi sono diventati virali” raccontando lo stato della madre di Tiziana, “Lei è addolorata, ma auspica che Facebook adesso collabori con la Procura nelle indagini penali in corso“. Dichiarazioni a cui si è associato anche l’avvocato Andrea Imperato, che invece assiste penalmente la famiglia della vittima, e commenta l’incredibile decisione del pm Alessandro Milita del pool guidato dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli della Procura di Napoli di chiedere l’archiviazione per i quattro amici di Tiziana sospettati di aver diffuso in rete i video hot: “Mi auguro che i pm abbiano vagliato attentamente tutti gli elementi della denuncia di Tiziana prima di fare questo passo“.

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