Bufale sul web? ecco come smascherarle

By | 24/02/2017
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Possiamo chiamarle bufale, notizie false, bugie della Rete o leggende metropolitane, ma il succo del discorso non cambia. Come ha affermato anche la Presidente della Camera Laura Boldrini, «le bufale oggi fanno male». Questa dichiarazione pubblica, rilasciata dalla giornalista e politica italiana all’inizio di gennaio, fa riferimento al pericolo che le false notizie possano influenzare e manipolare i cittadini, al punto tale da condizionare eventi molto importanti, come le elezioni. Persino sul risultato delle presidenziali americane aleggia (almeno nel momento in cui scriviamo) il dubbio che gli elettori siano stati spinti, attraverso un sistema di false notizie diffuse soprattutto tramite social network, a preferire Donald Trump piuttosto che Hillary Clinton.

Un pericolo concreto
Indipendentemente dalla personale fede politica di ciascuno, la questione è molto spinosa. Se non dobbiamo mai fidarci di quello che leggiamo in Rete, come possiamo approfondire un argomento che ci interessa e cercare informazioni utili alla vita quotidiana, sfruttando al meglio i nostri dispositivi e Internet? Capita a tutti noi, prima di prendere una decisione che può riguardare sfere importanti della nostra vita (come la carriera o la salute), di fare ricerche sul Web per saperne il più possibile. Pensiamo così di poter decidere con maggiore libertà e consapevolezza.

Se Internet è costellato di bugie, siamo costretti a tornare in biblioteca per poterci fidare di quello che leggiamo? No. Basta usare buon senso, spirito critico e stare un po’ più attenti alle fonti che scegliamo di utilizzare. In più, oggi, ci vengono in aiuto una serie di servizi anti-bufala che smascherano quotidianamente decine di false informazioni.

Bugie di tutti i tipi
Le bufale, in Rete, spaziano a 360 gradi su ogni argomento possibile e immaginabile. Dalla politica alla religione, passando per l’attualità e la salute pubblica. Facciamo qualche esempio, chiamando di nuovo in causa la Presidente della Camera Laura Boldrini, sulla quale molti detrattori politici si sono davvero scatenati. C’è chi ha scritto online che stava cercando di imporre a tutte le donne il burqa, di promuovere una legge per insegnare il corano nelle scuole pubbliche e persino di applicare una tassa sulla carne di maiale.

Niente di tutto questo è vero. A farci ancora più paura, però, sono le bugie che potrebbero spingerci a scegliere una cura medica al posto di un’altra. Circolano in Rete molte testimonianze falsate sulla correlazione tra autismo e vaccini, oppure sulla possibilità di guarire dal cancro esclusivamente seguendo una dieta specifica. Per tornare in un campo che ci riguarda da vicino, sono tantissime anche le bufale che chiamano in causa i computer e che possono mettere a rischio la nostra sicurezza quando navighiamo, ma non solo. Smascheriamo una volta per tutte alcuni dei peggiori falsi miti su PC e tecnologia.

Antivirus: non è essenziale per tutti
Falso! Al contrario, chi conosce in modo approfondito i computer e la Rete non solo utilizza sempre un antivirus, ma sceglie di investire (almeno) alcune decine di euro per acquistarne uno che sia il più completo, efficace e affidabile possibile. È comunque vero che, se quando compiamo operazioni potenzialmente rischiose come navigare in Internet, scaricare programmi gratuiti o cliccare su un link che ci ha inviato un amico, teniamo sempre gli occhi ben aperti, il pericolo di incappare in una minaccia informatica si riduce.

Ma non si azzera mai. Per questo serve un antivirus che vegli su di noi. Altrimenti, può bastare un momento di distrazione per ritrovarsi in grossi guai. Anche perché i criminali della Rete escogitano continuamente nuovi metodi per colpirci, rubando dati sensibili, compromettendo il funzionamento dei nostri dispositivi e persino prendendo in ostaggio tutti i nostri dati.

Antivirus: gratis è meglio
Purtroppo non è così. Gli antivirus gratuiti, che possiamo scaricare comodamente dal Web a costo zero, ci offrono un’accettabile livello di protezione di base, ma non possono difenderci al meglio da alcune minacce, come gli attacchi di phishing, progettati dagli hacker per impossessarsi dei nostri dati, tra cui quelli della carta di credito e del conto bancario. Chiariamo anche un altro punto: nessun programma antivirus è imbattibile al 100%.

Un software a pagamento, però, sviluppato da un’azienda all’avanguardia nel campo della sicurezza informatica (come Eset, Kaspersky, Norton, McAfee) e costantemente aggiornato, ha molte meno probabilità di essere “raggirato” dal più furbo dei virus. è dimostrato che gli antivirus a pagamento sono decisamente migliori nell’individuare le nuove minacce rispetto a quelli gratuiti, anche se sviluppati dalla stessa società. Inoltre, di solito, sono più veloci nelle operazioni di scansione, non ci stressano con inutili pubblicità e spesso offrono assistenza in caso di problemi che non riusciamo a risolvere da soli.

Virus: i Mac non vengono colpiti
I sistemi operativi Windows sono i più diffusi del mercato. Per anni i criminali informatici si sono concentrati sulla progettazione di minacce per infettarli, “trascurando” iOS, con l’obiettivo di colpire il numero maggiore possibile di computer e dispositivi in circolazione. Questo significa non che i Mac fossero immuni ai virus, ma semplicemente che circolavano meno minacce in grado di attaccarli. Da alcuni anni, però, le cose sono cambiate. Da una parte perché i prodotti di Apple, pur restando gli articoli preferiti da una nicchia di persone, si sono diffusi maggiormente. Dall’altra, perché gli hacker hanno modificato (almeno in parte) le proprie strategie e deciso di orientare i propri sforzi a colpire tutti i sistemi operativi in circolazione. La stessa cosa vale per i dispositivi mobile. Android, essendo il sistema più diffuso al mondo su smartphone e tablet, è il più colpito tra quelli mobile, ma chi possiede un iPhone o un iPad non può solo per questo sentirsi al sicuro. Qualsiasi dispositivo va protetto, che sia un PC, un notebook, un tablet o uno smartphone, indipendentemente dal sistema operativo su cui è basato.

Web: in incognito siamo invisibili
Falso! La navigazione in incognito è una funzione inclusa in tutti i browser web. Ci permette di passare da un sito all’altro senza lasciare tracce sul dispositivo che stiamo utilizzando: gli indirizzi non vengono salvati nella cronologia, così come i dati relativi ai cookie, i suggerimenti per le ricerche correlate o le informazioni che inseriamo nei moduli (ad esempio quelli che servono a iscriversi nei portali che ci interessano). Questo tipo di navigazione, però, non ha nulla in comune con quella anonima, di cui abbiamo più volte parlato su queste pagine, e che si ottiene con i sistemi come Tor, www. torproject.org. Questi ultimi ci consentono di nascondere la nostra identità mentre navighiamo online, agendo direttamente sull’indirizzo IP del nostro dispositivo, che viene reso non tracciabile. Pensare che attivare la modalità incognito del browser protegga la nostra privacy come quando navighiamo in modo anonimo sarebbe molto rischioso. Ricordiamoci, inoltre, che neppure Tor e i programmi simili ci rendono davvero irrintracciabili al 100%.

Computer: meglio lasciarli accesi
Non serve. Sospendere o ibernare PC e notebook al posto di spegnerli del tutto non è affatto necessario. È vero che lasciare acceso il computer in modalità sleep riduce al minimo l’attività dei componenti hardware della macchina e consente di consumare molta meno energia, ma non c’è ragione per farlo a meno che non sia una necessità. Se per motivi di lavoro dobbiamo lasciare acceso il computer per lunghi periodi di tempo, inoltre, è meglio mettersi al riparo dai problemi che potrebbero essere causati da eventuali sbalzi di corrente o interruzioni del servizio. Acquistiamo un gruppo di continuità che fornisca energia in caso di guasti, dandoci il tempo di ripristinare al più presto la corrente.

Riconoscere le bufale
A molti sarà successo di scorrere la home page di Facebook e cliccare su una notizia con un titolo sensazionalistico, spesso corredato dalle parole “Vergogna, Diffondete”, o qualcosa di simile. Leggendo la news, si scopre presto che il testo è poco credibile, pieno di inesattezze e scritto male. Si tratta di una bufala. Controllando la fonte, nella maggior parte dei casi scopriamo che il sito che l’ha diffusa ha un nome simile a quello di portali riconosciuti e affidabili. Simile, ma non identico.

Anza al posto di Ansa, Liberogiornale che suona come una sintesi dei quotidiani Libero e Il Giornale, oppure il Fatto Quotidaino che vuole spacciarsi per il Fatto Quotidiano e così via. Purtroppo, di portali “acchiappa clic” come questi ne esistono centinaia, in tutte le lingue. La motivazione è semplice: ad ogni clic questi siti guadagnano qualcosa attraverso le piattaforme pubblicitarie come Google AdSense e simili. Spesso, grazie ai social network, le finte notizie che hanno i titoli più incredibili e riescono a incuriosire migliaia di persone in poche ore diventano virali, diffondendosi a macchia d’olio. Risultato? Molte persone disattente credono veri fatti che non sono mai accaduti e qualche sedicente finto giornalista si arricchisce alle nostre spalle. Per difenderci teniamo gli occhi ben aperti e leggiamo con attenzione nome della fonte e contenuto della notizia.

Chi ci guadagna e come
I creatori di false notizie, se riescono a trovare la bufala giusta che fa il giro del Web e dei
social, possono guadagnare diverse migliaia di euro in un giorno solo. Il segreto di questo losco business è stato svelato da più di un “professionista delle bugie”, in occasione di alcune interviste. È il caso, ad esempio, di due ragazzi statunitensi, Paris Wade e Ben Goldman, che hanno fondato un sito rivolto ai sostenitori di Trump e hanno poi raccontato il proprio lavoro al quotidiano Washington Post.

Il titolo fa la differenza
Wade sa che un titolo come “Non ci si può fidare di Obama. Guardate che cosa orrenda ha appena fatto per pugnalare Trump alle spalle” attirerà migliaia di clic. Non importa che il testo non contenga neppure un briciolo di verità. Wade ha imparato, come spiega al giornalista del Washington Post, a mescolare abilmente opinioni, pettegolezzi e allusioni. Spesso non serve neppure che il titolo di un pezzo abbia a che fare con il suo contenuto. In alcuni casi, Wade si ispira ad altri articoli fasulli che girano sul Web, in altri inventa tutto di sana pianta. I titoli che hanno avuto maggiore successo, inoltre, vengono riciclati più e più volte, accoppiati ad alcune espressioni chiave come “Ecco la verità!” oppure “Ecco le prove!”.

Paris Wade e il suo socio, Ben Goldman, hanno rispettivamente 27 e 26 anni
e sono entrambi laureati: in pubblicità il primo e in gestione aziendale il secondo. Dopo una serie di stage gratuiti nel loro settore sono finiti a lavorare in un ristorante messicano. Dal 2015 hanno iniziato a guadagnare con le bufale. “Siamo la nuova stampa scandalistica. Siamo come quelli che girano per le strade urlando che il mondo sta per finire”
ha dichiarato Wade. Con la vittoria di Trump, i due stanno pensando di aprire un sito di fake news per chi vota a sinistra, con l’idea di sfruttare la rabbia dei perdenti. Il loro business potrebbe presto finire (anche in Italia più di un blog di bufale è stato chiuso dalla Polizia Postale) ma nel frattempo stanno mettendo da parte un bel gruzzolo.