Ricoverato in ospedale per il mal di stomaco perde mani e piedi per batterio killer

By | 21/03/2017
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Prima di Natale l’uomo è stato ricoverato per forti crampi addominali, tutti pensavano che fosse una banale appendicite ma non era stato così. Kevin Breen, un 44enne originario del Michigan si è immediatamente recato all’ospedale per sottoporsi ad alcuni controlli. Medici che lo avevano in cura lo hanno rassicurato rispedendo la casa sottoponendolo a una terapia farmacologica contro la nausea.

La mattina seguente Kevin avvertiva dolori ancora più forti e si è recato immediatamente al pronto soccorso.  È stato a quel punto che i dottori hanno scoperto qualcosa che davvero non si aspettavano: l’uomo aveva contratto una forma di infezione da streptococco alla gola, particolarmente rara, e il batterio aveva già raggiunto il suo stomaco.

Lo stomaco, infatti, si era gonfiato di pus e il batterio si stava diffondendo sempre di più, fino a bloccare la circolazione del sangue e provocare una necrosi a mani e piedi. O medici a quel punto non hanno avuto altra scelta che amputare tutti e quattro gli arti.
L’uomo alla fine è ritornato a casa privo di mani e piedi. E meno male che ad essere scongiurata era l’appendicite!
Lo Streptococco Agalactiae, o di gruppo B (SGB), detto anche beta emolitico, rappresenta una delle infezioni più comuni nei neonati. Il contagio avviene dalle madri, nel passaggio attraverso la vagina durante il parto, o per contagio all’interno dell’utero: circa il 15 di donne adulte, peraltro sane, hanno questo batterio nel basso tratto vaginale e/ nell’intestino. Per fortuna solo 3 bambini su 1.000 nati da donne portatrici sane sviluppano segni di malattia. Questa si verifica quando il batterio riesce ad entrare nel circolo sanguigno del neonato (ossia quando si realizza una sepsi). Per quanto rari gli effetti possono essere gravi: una condizione di shock, una polmonite o una meningite. Mentre molti neonati sopravvivono senza alcuna conseguenza, per altri possono esservi esiti gravi come la morte del neonato o handicap permanenti (danni cerebrali che vanno da lievi disabilità dell’apprendimento ai più severi ritardi mentali, perdita di udito o della vista). Lo SGB è anche responsabile di malattia puerperale con febbre, infezione uterina specie dopo taglio cesareo la cui esecuzione non elimina il rischio infettivo neonatale. Inoltre, la infezione materna può favorire l’insorgenza di alcune patologie ostetriche quali: – Il travaglio prematuro – La rottura prematura delle membrane – La presenza di febbre poco prima o durante il travaglio di parto Ed è facilitata da alcune condizioni predisponenti quali: – Una storia di precedente infezione da SGB – La rottura delle membrane prolungata oltre le 12 ore prima del parto Fortunatamente c’è la possibilità di fare un trattamento preventivo. Alcune ricerche mediche indicano che somministrando antibiotici in vena alla madre durante il travaglio si può ridurre significativamente l’incidenza dell’infezione e della malattia nei neonati. Il trattamento antibiotico orale in gravidanza, può ridurre la quantità di batteri per un breve periodo ma non eliminerà il batterio completamente e lascerà il bambino non protetto al parto. Il trattamento antibiotico dopo il parto è invece spesso inefficace perché tardivo. Esiste anche la possibilità di effettuare una valutazione diagnostica mediante dei tamponi. Si ritiene che sia preferibile eseguire questi tamponi verso la fine della gravidanza eseguendo un esame colturale. Queste colture devono essere prelevate dal tratto vaginale più vicino all’esterno (quindi senza inserire il tampone troppo in profondità) e rettale. Malgrado la coltura riesca ad evidenziare quasi la totalità delle infezioni, circa il 93% dei casi, vi sono casi in cui l’esame, come per ogni altra infezione, risulta falsamente negativo (perché ad esempio in quel giorno vi era una bassa carica batterica): ossia che una persona risulti non infetta, pur essendolo. Questo significa che una coltura negativa purtroppo non può garantire che non vi sia rischio di contaminazione. Per le donne che risultassero positive all’esame colturale c’è la possibilità di effettuare un trattamento antibiotico, ma i pareri medici non sono unanimi: poiché a fronte di molte donne portatrici del batterio vi sono, per fortuna, solo pochi bambini malati, molti medici ritengono che non sia opportuno trattare con terapia tutte le madri portatrici, bensì solo quelle più a rischio, ossia donne con membrane rotte, o con minaccia di parto prematuro, etc. Altri, considerando che l’infezione può trasmettersi, da madre a feto, anche in assenza di altri fattori di rischio, propendono per una maggiore larghezza nel numero di donne da bonificare. Secondo i Center for Desease Control a Prevention degli Stati Uniti se tutte le donne positive venissero trattate adeguatamente, sarebbe possibile prevenire 3 infezioni su 4. E, una autorevole associazione di pediatri, l’American Academy of Pediatrics, raccomanda che le gravide si sottopongano ad esame colturale tra la 35a e la 37a settimana di gravidanza, proponendo a tutte le donne positive, non solo a quelle più a rischio, la possibilità di fare una terapia antibiotica in travaglio. A me sembra giusto seguire questo orientamento.

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