“Qual è la tua malattia, Silvio?”: la rivelazione di Vittorio Sgarbi sulle parole di Berlusconi

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Vittorio Sgarbi e Silvio Berslusconi

Che Vittorio Sgarbi stia mantenendo la sua carriera in auge più sulle provocazioni che non sulle sue competenze artistiche, e politiche, ormai è fatto noto e consolidato. Far parlare di sé è l’essenza stessa del successo, ma far parlare, sempre e comunque, di sé di riflesso ad eventi o a persone importanti è un vero e proprio dono, più che un lavoro; le recenti critiche a Fedez e a Roberto Benigni sono solo le ultime delle sue dimostrazioni. Nei giorni scorsi Silvio Berlusconi si è rifiutato, infatti, di sottoporsi ad un’illimitata perizia psichiatrica voluta dai giudici di Milano in merito al processo Ruby Ter.

Stando alle parole dell’ex premier, accettare la perizia avrebbe significato ledere la propria storia ed onorabilità, eppure il leader di Forza Italia continua a non presenziare in tribunale proprio per legittimo impedimento legato a motivi di salute. Una scusa o verità? Insomma, imputato e giudici si sono ingarbugliati in un loop continuo di reciproci rimandi, senza mai davvero arrivare al dunque.

Se la scelta dei giudici è opinabile, risolvere il processo invocando l’infermità mentale, infatti, ha il sapore di una miracolosa scorciatoia che spazzi via tutte le grane, l’intervista di Sgarbi a Libero, invece, è condannabile: “Io ho partecipato a tutti i Bunga Bunga– ha esordito il sindaco di Sutri – e quelle erano mantenute, non prostitute! È come processare qualcuno perché ha tanti dipendenti. So bene di cosa parlo: alcune di quelle ragazze ho provato a portarmele a letto: non ci sono mai state.” Insomma, il fatto non sussisterebbe per mancanza di sfruttamento della prostituzione, solo perché le ragazze avrebbero declinato le avances di Sgarbi, ma rimanevano tuttavia “dipendenti” di Berlusconi, a quale titolo non è lecito sapere.

Ma Sgarbi non si è di certo abbattuto per il rifiuto: “Portavo ad Arcore dieci amiche, volevo dimostrargli che avevo anch’ io la mia armata. Lui si faceva trovare con le solite venti giovani, tutte bellissime. Il presupposto della prostituzione è del tutto infondato. Berlusconi non ha mai pagato una donna, ha sempre avuto un grande orgoglio.”

Questione di orgoglio

Tra l’armata e l’orgoglio una cosa è chiara: ammesso e non concesso che tutte le ragazze, rigorosamente bellissime, ad Arcore fossero lì di loro spontanea volontà, consapevoli delle loro azioni, l’arringa difensiva di Sgarbi all’ex patrono del Milan si macchia di arroganza e superficialità. Mercificare impunemente le donne presenti a quell’incontro dimostra solo, nel caso in cui non fosse già così abbastanza evidente, la scarsa considerazione del critico d’arte, riducendole ad oggetti, figurine di una collezione privata, quando forse dall’altra parte queste giovani donne non speravano in altro se non di entrare nelle grazie di Berlusconi, scendendo a patti con loro stesse.

Ma l’ex premier ha liquidato la questione negando la perizia che per Sgarbi sarebbe anche legata ad altro: “Penso che abbia fatto di testa sua, d’altronde la richiesta dei magistrati era offensiva. Se tu dici “devi fare la visita psichiatrica” vuoi dire “possiamo salvarti soltanto se affermi che sei un deficiente”- il che ha un fondo di verità – “Se avessero potuto dimostrare che era preda di raptus sessuali probabilmente avrebbero chiuso la vicenda. Peccato però che Berlusconi non sia un grande amatore e che le ragazze fossero lì per fare canzonette, ballare… Non erano puttane. Berlusconi ha mantenuto delle donne per puro divertimento, ma non per affari sessuali.”

E chiudere frettolosamente la vicenda con l’ipotesi di instabilità mentale non fa fare una bella figura nemmeno al tribunale di Milano, malgrado Berlusconi continui a non presentarsi; eppure, in qualche modo, si cerca anche di salvare il personaggio pubblico, simbolo del potere per tutti gli anni Novanta e non solo, un po’ per sudditanza, un po’ per compassione verso un uomo di 85 anni perseguitato dai suoi “demoni”: “Voleva sapere come stessi dopo il cancro. “Sono ammalato anch’ io”, mi ha detto. “Qual è la tua malattia, Silvio?”. “I giudici”.

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