La storia di Filippo Addamo e dell’omicidio della madre Rosa: stasera a Che fine ha fatto Baby Jane

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A Catania 21 anni fa accadde qualcosa che smosse l’opinione pubblica, all’epoca si parlò solo di omicidio. Non si sapeva ancora cosa fosse il femminicidio o, addirittura, il matricidio. In televisione  non se ne discuteva, i social nemmeno esistevano.

Rosa Montalto era prigioniera di un matrimonio infelice e vittima di una famiglia che non comprendeva il suo dolore e la sua voglia di rinascita. Era rimasta incinta a soli 15 anni e a 35 era già diventata nonna: nella sua breve esistenza tutte le sue attenzioni sono sempre state rivolte ai figli e ai nipoti, quando non lavorava come addetta alle pulizie per una cooperativa. E’ stata costretta a crescere in fretta, ma ora, che grande lo era davvero, desiderava essere un’adulta che viveva all’altezza dei propri sogni, lontana da un marito che semplicemente non amava più.

La sua “grave colpa” fu solo questa: non aveva rinnegato i figli o la vita che aveva vissuto, eppure, proprio la famiglia, le persone più vicine a lei che avrebbero dovuto sostenerla, nonostante tutto, la abbandonarono condannando fortemente la sua scelta: aveva deciso di lasciare il marito, ottenendo la separazione, e i quattro figli per andare a vivere con Benedetto, 24 anni, amico del figlio Filippo.

La cultura della vergogna che sfocia in un’esecuzione

La vergogna, il pettegolezzo e le apparenze crollate all’improvviso, in una Catania che quando vuole sa essere molto spietata, instillarono un profondo senso di odio e livore in Filippo che detestava profondamente la madre per quello che aveva fatto. Malgrado la storia con Benedetto fosse durata meno di un mese, per Filippo ciò che contava era il gesto e quello non poteva cancellato o risanato in nessuno modo.

Rosa, forse per il rimorso o per un crescente senso di colpa, aveva deciso di tornare a casa, ma non dal marito. Filippo restò a casa col padre, mentre la donna si trasferì altrove con gli altri tre figli. Ma questo non bastava. Il ventenne era sempre più geloso, ossessionato dallo spirito indipendente della madre che aveva deciso di ricominciare a frequentare altri uomini; arrivò addirittura a pensare che Rosa si prostituisse.

E così, all’alba del 27 marzo 2000, si consuma la cronaca di una morte già annunciata. Filippo l’aveva aspettata sotto casa. La donna era salita sulla sua 126 gialla, stava per mettere in moto quando il figlio le si mise davanti, impedendole di partire. Discussero animatamente per un’ultima volta, prima che Filippo, con un colpo solo alla nuca, uccidesse la madre: un’esecuzione mafiosa per Rosa che aveva 38 anni.

Il 20enne andò al lavoro, dove fu raggiunto dagli investigatori. “Sono stato io, ero geloso”, confessò subito il ragazzo. La figlia della vittima, cui chiesero se sarebbe andata a trovare la madre al cimitero, con disprezzo rispose: “Cosa dovrei andare a fare? A sputare sulla tomba di mia madre?”, anche ora che era stata uccisa Rosa non veniva assolta. Il marito non andò al funerale della moglie; non ci fu nessuna fiaccolata per la vittima.

Che fine ha fatto Filippo Addamo?

Ma ora che sono passati tanti anni, che il tema della violenza sulle donne ha finalmente ricevuto la giusta attenzione in politica, dopo i tantissimi casi di mogli uccise dai mariti, dai figli o da chiunque non sopporti scelte di vita differenti, Filippo come sta? Si è pentito? Il carcere gli è servito per riflettere sui propri errori?

Adesso Addamo ha 41 anni e dal giugno del 2019, dopo diciassette anni di carcere, è un uomo libero, ha scontato la sua pena per l’omicidio della madre e si è rifatto una vita: è sposato e ha un bambino piccolo, ma il rimorso lo perseguita ancora.

Stasera, in prima serata su Rai Due, sarà ospite nella prima puntata del nuovo programma televisivo condotto da Franca Leosini “Che fine ha fatto Baby Jane?“, format pensato come un secondo atto di storie sospese, in cui la giornalista riaccenderà i riflettori sui protagonisti di Storie Maledette, ora usciti dal carcere, per sapere cosa fanno e come si comportano da uomini liberi, ma soprattutto per interrogarli su come vivano questo delicatissimo equilibrio tra la loro vicenda drammatica e la società.

Reinserirsi, infatti, all’interno di una comunità che comunque è andata avanti non è semplice, lo stigma di assassino rimane addosso come un marchio a fuoco sulla pelle, a prescindere dal pentimento personale.

La Leosini introdusse così il caso: “Alle 5 di quel tragico mattino Filippo andò dalla madre, che amava profondamente, per affrontarla dopo aver scoperto che era l’amante di un suo amico di 25 anni … Voleva compiere un gesto di intimidazione? Ci andò però con la pistola carica.

Sempre a Storie Maledette Filippo, nel penitenziario Bicocca di Catania, disse alla stessa Franca Leosini che la famiglia lo aveva perdonato, ma precisando: “A dire il vero, non so se lo hanno fatto per me, perché mi vogliono bene o se lo hanno fatto per perdonare in questo modo anche se stessi” .

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