Le conseguenze della guerra spaventano come le bombe: quanto sta rischiando Unicredit?

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Non è la prima volta che se ne parla, tuttavia l’invasione dell’Ucraina ha accelerato un processo che diventa giorno dopo giorno sempre più plausibile. Le sanzioni economiche alla Russia, infatti, hanno effetti anche, se non soprattutto, fuori dai confini nazionali. Vivere in un mondo globalizzato significa, di contro, dipendere – così come abbiamo visto in Italia per il gas russo – da altri; un’interdipendenza, insomma, che se mina la stabilità di un Paese, porta a picco anche gli altri. Ecco perché si fa sempre più insistente la voce che l’Unicredit sia sull’orlo del fallimento, e la colpa è tutta della Federazione russa. Ma andiamo con ordine.

Unicredit

Sono state applicate alla Russia sanzioni mai viste né paventate prima del febbraio scorso, ma servono sforzi straordinari per evitare di innescare un conflitto ancora più duro, crudo e sanguinoso di quanto già non sia: l’operazione militare “speciale”, volta a denazificare il paese colpendo solo obiettivi governativi e militari, non ha risparmiato i civili, soprattutto nell’Est dell’Ucraina, con conseguenze disastrose dal punto di vista umano, tant’è che la Corte penale internazionale, il principale tribunale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, ha già cominciato ad occuparsi delle presunte violazioni del diritto internazionale da parte del Cremlino, accusato da Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino, di perpetrare crimini di guerra sul suo popolo.

Quindi, per evitare un’escalation irreversibile, le sanzioni restano al momento il deterrente maggiore e più incisivo per il presidente russo Vladimir Putin ed il suo fedele gruppo di oligarchi che, in virtù delle restrizioni, stanno cominciando anche a mal digerire l’ingerenza della comunità internazionale sui loro affari nettamente in perdita, basti pensare alla strana situazione della squadra di calcio inglese, il Chelsea, sotto proprietà di Roman Abramovich.

Il governo britannico, infatti, ha congelato i beni dell’oligarca, vietando ogni tipo di transazione a lui riconducibile verso privati e aziende nel Regno Unito: questo significa che al momento la squadra allenata da Thomas Tuchel non potrà essere venduta né fare tante altre cose, compreso acquistare o vendere giocatori, un guaio non indifferente per una delle squadre più rinomate, a ragione, della Premier League. Ma il vortice della guerra non si ferma solo al calcio, motivo per cui l’Unicredit ha cominciato a tremare.

Quanto sta rischiando Unicredit?

Nei giorni scorsi l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno preso la decisione più difficile in assoluto, consapevoli della bufera che si sarebbe scatenata. E’ stata estromessa, infatti, la Russia dallo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication).

Lo SWIFT non è un sistema di pagamento, né una banca, ma una rete di comunicazione per gli istituti bancari e, in quanto tale, graverebbe enormemente sull’economia russa. Come riportato dal New York Times, infatti, di fatto si escluderebbe la Russia dal sistema finanziario internazionale, un danno dalle conseguenze incalcolabili.

Se si decidesse di applicare la sanzione senza eccezioni, infatti, molti esportatori e importatori russi sarebbero costretti a trovare soluzioni alternative ai pagamenti, più costose, macchinose e meno sicure: cosa che inevitabilmente impatterebbe l’economia locale, sì, ma anche chi nel resto del mondo esporta beni in Russia o deve importarne. A cominciare proprio dal gas russo, il tallone d’Achille dell’Europa. Ma non solo.

Le banche, in questo caso, sono direttamente colpite dallo SWIFT, in particolar modo l’Unicredit, così come spiegato da Huffington Post: “Unicredit ha una rete in Russia di 72 sportelli e, stando a un report Interfax di fine 2021, è la quattordicesima banca nel Paese, considerando quelle europee, alle spalle solo di SocGen e Raiffesen.” Sono tante, insomma, le filiali della banca italiana presente sul territorio. E il colpo inferto al circuito bancario russo ha quindi avuto delle ricadute anche su una banca italiana come è l’Unicredit che insieme ad Intesa San Paolo è la più esposta in questo senso.

Per avere un’idea dei soldi di cui si parla, basti sapere stiamo parlando di prestiti e finanziamenti complessivi per 25,3 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono quasi 6 miliardi di garanzie. Una cifra rilevante che sembra aver già destato l’attenzione della Banca centrale europea.

Il futuro di Unicredit

Eppure, stiamo parlando sempre di ipotesi e di rischi presenti anche prima che si scatenasse la guerra in Ucraina. L’ Unicredit non proviene da una situazione florida: poca trasparenza e tanti “salvataggi” dovuti a più di un paio di rischi default, hanno caratterizzato gli ultimi anni dell’Istituto di credito che si trova, tuttavia, adesso a dover affrontare una situazione sicuramente complicata e dal futuro estremamente incerto, ma che è ancora tutto da scrivere.

Il prezzo degli ultimi giorni relativo alle azioni Unicredit è sceso di molto. Nel solo mese di febbraio, il titolo ha perso il 35,66%, passando da un massimo di 15,93 euro a un minimo di 8,97 euro. Ma oltre ad un elevato crollo dei profitti, al momento Unicredit si è vista costretta ad interrompere eventuali investimenti e progetti futuri che la legavano a Mosca.

Un incidente economico questo che ha già trascinato in parte i clienti russi nel panico, costretti ad interminabili file ai bancomat che erogano ormai solo rubli. Ma la banca italiana si è anche ritirata da alcune trattative che aveva in corso nelle scorse settimane con Otkritie, ottava banca del Paese russo per asset, per paura delle conseguenze possibili se la guerra dovesse continuare.

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