Ma Orsini può davvero parlare di guerra in TV? Scoppia la polemica sulla formazione del docente

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Le posizioni del Professor Orsini in TV sul conflitto in Ucraina hanno fatto così tanto discutere da aver sollevato un dubbio atroce: ma Orsini ce li ha o no i titoli per definirsi esperto in materia? Dalla mancanza di pubblicazioni scientifiche sul tema alla mancata produzione scientifica dei Centri Studi di cui è ed è stato direttore fino alla confutazione delle sue teorie socio-politiche sul terrorismo, ecco il parere di alcuni sociologi italiani sull’attendibilità del professore e la questione della chiusura del Centro Studi di cui Orsini è direttore…

Mai come in quest’ultimo periodo i talk show sono stati oggetto di polemica per la tipologia di ospiti invitata a discutere di argomenti quanto mai delicati e cedevoli.

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L’esempio limite è stata la pandemia, dove affaccendati virologi e non hanno dato vita a querelle più mediatiche che scientifiche come mai, fino a ora, era successo.

E’ stato labile il limite fra le decisione che spettavano alla politica, una politica che, in questo argomento, ha delegato in toto anche sbagliando, e ciò che invece dovesse essere deciso sulla basse di valutazioni di natura strettamente scientifica.

Sembra un po’ accadere la stessa cosa per la guerra. Anche in questo caso esperti, o sedicenti tali, sono venuti fuori per fornirci delle chiavi di interpretazione dei fenomeni in corso d’opera. 

Un compito arduo, che chi vive nell’ambito accademico conosce bene, quello di individuare il giusto paradigma di interpretazione di eventi che sono in corso e che gli stessi esperti vivono sulla loro pelle.

Fra le voci considerate più autorevoli in materia che hanno fatto la loro comparsa nei talk show televisivi c’è il Professor Alessandro Orsini, docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss.

La sua figura è stata quanto mai oggetto di discussione e polemica a causa delle sue posizioni ritenute da molti, forse erroneamente, pro Russia.

Ma non è questo il punto che vogliamo indagare né, tanto meno, confutare anche in minima parte le sue posizioni in merito a questo evento geopolitico che è la guerra.

La cosa che sta facendo, ancor di più delle sue posizioni, discutere nelle ultime ore è una domanda: Orsini è titolato a parlare di conflitto in Ucraina?

A sollevare la questione, come spiega Claudio Gatti per La Stampa, è il sociologo Francesco Ramella, professore presso l’Università di Torino.

“Dietro l’assertività di Orsini, nei Cv che ho potuto visionare online non trovo una singola pubblicazione scientifica sulla materia in cui si cimenta in Tv” – fa notare il docente – “Allora mi domando: lo si invita per l’originalità o la profondità del suo sapere scientifico, o perché sa creare un meccanismo morboso di attenzione mediatica?” pungola il docente, avanzando una forte critica nei confronti della “commistione che avviene in alcuni talk-politici tra il ruolo dell’esperto e quello dell’opinion maker”.

In cosa è specializzato Orsini? La polemica sulla formazione del docente spiegata passo passo

Specifichiamo, prima di procedere altri aspetti critici, quale sia la specializzazione di Orsini dal punto di vista accademico.

Il Professore ha conseguito una laurea in sociologia e un dottorato in Teoria e storia della formazione delle classi politiche, sviluppando nel corso dei suoi studi una specializzazione in materia di terrorismo.

Per la precisione, in qualità di docente associato presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss, Orsini ha pubblicato diverse monografie e ricerche sul terrorismo di matrice rossa, nera e jhadista.

Fra le monografie pubblica un volume dal titolo ‘Anatomia delle Brigate Rosse’, pubblicato in Italia e negli Stati Uniti dalla prestigiosa casa editrice Cornell University Press.

Un testo, il suo, che si pone come obiettivo l’analisi dei fenomeni terroristici attraverso una innovativa metodologia sociologica.

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Per essere più chiari, si tratta, come riporta sempre La Stampa, del paradigma interpretativo detto Dria, che sta per Disintegrazione, ricostruzione, integrazione, alienazione.

Con questo modello Orsini interpreta il fenomeno del complesso processo di radicalizzazione dei brigadisti costruito attraverso “testimonianze” dirette di questi ultimi ma anche attraverso l’analisi documentale di deposizioni processuali, scambi epistolari, documenti di varia tipologia e risoluzioni.

Un modello che si pone l’ambizioso obiettivo di essere “universale”. Il che significa che può essere utilizzato per analizzare tanto il terrorismo rosso italiano quanto quello jhadista che ha portato alle stragi sul territorio europeo.

Renato Curcio, dunque, dopo gli studi di sociologia conseguiti presso la prestigiosa facoltà omonima a Trento, ha messo a punto un modello di reclutamento e attacco che sarebbe praticamente identico a quello ideato da chi ha commesso la strage del Bataclan.

Orsini, dunque, ha l’obiettivo di dar vita a una sorta di teoria generalista applicabile su fenomeni apparentemente simili ma profondamente differenti per la loro natura, tanto storica quanto geografica oltre che politica.

Dalle nostre parole può emergere una sorta di dubbio, per lo meno strettamente metodologico, su come questo paradigma interpretativo possa essere applicato tanto al terrorismo politico italiano quanto a quello jhadista.

Dubbi condivisi anche da Brian Sandberg, storico dell’Università dell’Illinois, che fa notare di avere l’impressione che “[…] con il suo lavoro, Orsini voglia costruire delle tipologie e dinamiche generali, per poi applicarle anche in contesti storici dove non funzionano”.

La questione dell’abilitazione scientifica

Dato che tali dinamiche possono risultare complesse per chi il mondo accademico non lo vive, prima di procedere ulteriormente facciamo una premessa.

Per poter diventare un professore universitario ogni candidato dovrà ottenere l’abilitazione scientifica.

A stabilire chi possa ottenerla o meno è una commissione di professori universitari ordinari che, valutando il curriculum del candidato e la sua produzione scientifica, valutano se quest’ultima sia all’altezza o meno di criteri stabiliti a livello ministeriale e dalle commissioni.

Insomma, dopo aver fatto ricerca per anni e aver prodotto tanto libri quanto articoli scientifici, questi ultimi saranno sottoposti a un’attenta analisi della loro attendibilità e rigorosità scientifica.

Il metodo di Orsini, che non spetta a noi in tale sede valutare, non ha convinto la commissione del concorso nazionale di abilitazione scientifica all’insegnamento, che per due volte non è stata accordata al Professore.

Orsini ci riesce a luglio del 2020, al terzo tentativo, abilitandosi come docente di prima fascia, ossia ordinario, in Sociologia generale.

Non si abilita, dunque, in Sociologia Politica, e a negargli l’abilitazione in questo Settore Scientifico Disciplinare, noto come SSD, è il collega Raffaele De Mucci, il quale motiva che “contrariamente all’insegnamento di Weber, è la realtà che deve adattarsi al modello, non viceversa” definendo l’approccio metodologico di Orsini come “improbabile”.

Riflessioni della stessa natura arrivano anche da Franco Pina, Professore ordinario di Sociologia presso l’Uni Torino, il quale afferma, come riporta sempre La Stampa, che Orsini appaia più propenso “a cercare conferme dei suoi schemi interpretativi che a mettere alla prova ipotesi teoriche definite sulla scorta della letteratura o di proprie elaborazioni”.

Una sorta di “riduttivismo interpretativo”, dunque, come lo ha definito il sociologo perugino Roberto Segatori.

La polemica sui Centri di Studi: l’Osservatorio che dirige è stato chiuso?

Un altro aspetto, importantissimo, messo in luce da quelli de La Stampa riguarda i centri di Ricerca e gli Osservatori che Orsini dirige e a ha diretto.

Sebbene il professore non abbia voluto rilasciare dichiarazioni in merito, si legge dal suo CV che dal 2013 al 2016 ha ricoperto il ruolo di direttore del Centro per lo studio del terrorismo dell’Università di Roma Tor Vergata.

Dagli inizi del 2017, invece, è “direttore dell’Osservatorio per la sicurezza internazionale della Luiss”.

Ma la vera questione è: cosa hanno prodotto, scientificamente parlando, questi due centri di studio?

A quanto pare, nulla. Della prima esperienza, quella a Tor Vergata, emerge solo una Conferenza svoltasi agli albori della nascita del centro.

Un Centro di Studi, quello di Tor Vergata, che è rimasto tale solo “sulla carta”, e che dunque non avrebbe fatto seguito a pubblicazioni scientifiche, come riporta Franco Salvatori, che in quegli anni era direttore del Dipartimento a cui il Centro Studi di Orsni era affiliato.

A differenza dell’Osservatorio di cui è attualmente direttore, che come chiarito dalla stessa Luiss non è “supervisionato dal Dipartimento”.

In altre parole: chi monitora se Orsini produce articoli scientifici o meno attraverso l’Osservatorio di cui è rappresentante? 

Ma soprattutto, perché tutti i canali di comunicazione dell’Osservatorio non sono più attivi dal 30 aprile, risultando dunque chiuso?

E’ un mistero.

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