Professoressa transgender si toglie la vita ardendo viva | La storia di Cloe Bianco, sospesa da scuola dopo il coming out

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Lo sfogo sul blog, poi il tragico gesto avvenuto dopo anni di discriminazione e isolamento subiti a causa della scelta di rendere nota la sua identità di genere. La storia, e il suicidio, di Cloe Bianco

Lo ha annunciato con un comunicato sul suo blog che si sarebbe tolta la vita, ma non senza essersi goduta l’ultimo pasto con un buon calice di vino Cloe Bianco, professoressa transgender di 50 anni.

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L’ex docente transgender si è tolta la vita dandosi fuoco all’interno del camper in cui viveva lasciando, sempre sul suo blog, anche le volontà testamentarie.

Il corpo carbonizzato – su cui manca solo il test genetico di riconoscimento ufficiale – è stato rinvenuto sabato scorso nel camper costeggiato sul lato di una regionale di Belluno, per la precisione fra Auronzo e Misurina.

Stando alle prime ricostruzioni si tratterebbe di suicidio a tutti gli effetti. E’ stata lei a togliersi la vita a seguito dell’isolamento in cui versava dopo aver scelto di farsi vedere come la persona che realmente era e voleva essere: Cloe, e non Luca.

Una scelta obbligata quella di dare spazio alla sua vera identità di genere, ma che ha portato con sé una serie di conseguenze che l’hanno man mano portata ad essere allontanata e discriminata tanto nella vita privata quanto in quella lavorativa.

Come nel 2015, quando decise di entrare in classe con abiti femminili, scatenando l’ira della dirigenza e di un assessore comunale che definì quel gesto una “pagliacciata”.

Sono tante, troppe le sofferenze inflittale da parte di chi le stava intorno, come lei stessa scrive nel suo blog, e l’essere progressivamente allontanata da tutti a spingere Cloe al tragico e ultimo gesto.

La storia di Cloe Bianco, la prof transgender che venne sospesa da scuola dopo il coming out

Ad annunciarlo era stata lei stessa nel suo blog il 10 giugno:

“Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato – si legge nel post – porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte. In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Ciò è il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto“.

Accanto a queste parole le sue ultime volontà testamentarie e le disposizioni di trattamento.

Era lì che Cloe sfogava il male che l’affliggeva quotidianamente, riferendosi ai costanti “tentativi di annientamento” della sua persona da parte di chi le stava attorno.

E soprattutto delle persone con cui lavorava.

Cloe, infatti, era una docente presso l’istituto di Agraria “Scarpa-Mattei” di San Donà di Piave.

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Nel 2015 entrò in classe con indosso abiti femminili, ed esordì con i suoi studenti dicendo: “Da oggi mi chiamarete Cloe”.

Una delle sue studentesse si disse scioccata da quell’evento, decidendo di riferire al padre la faccenda.

Fu quest’ultimo a rivolgersi all’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan, definendo quell’episodio una “carnevalata” ed esordend: “Ma davvero la scuola si è ridotta così?”.

Fu a seguito di quell’episodio che per Cloe iniziò il calvario. Neanche il tribunale del lavoro di Venezia le venne incontro, stabilendo che la sospensione di tre giorni che la scuola aveva inflitto alla docente era da definirsi come “giusta” pur senza criticare una “legittima scelta identitaria”.

Il commento del ministro D’Incà sul suicidio di Cloe Bianco

“Una storia terribile che impegna ognuno di noi a non voltarsi dall’altra parte e a lavorare per costruire un Paese realmente inclusivo e senza pregiudizi”.

Sono queste le parole sull’accaduto da parte del ministro Federico D’Incà, che aggiunge ancora: “Una storia di sofferenza, emarginazione, diritti negati e solitudine che nessuno è stato in grado né di capire, né di risolvere attraverso il sostegno e la comprensione di cui Cloe aveva chiaramente bisogno” auspicandosi poi che “ognuno si senta libero di esprimere la propria sessualità e la propria affettività pienamente e senza alcuno stigma. Le mie condoglianze a tutte le persone – conclude il ministro – che le volevano bene”.

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