Desolati, sfiduciati e stressati: i lavoratori italiani sono i più tristi d’Europa | Ecco perché odiamo il nostro lavoro

Dopo il progressivo, oltre che anomalo, aumento del numero di dimissioni, la situazione che emerge dal Global Workplace Report descrive un quadro a dir poco desolante per i lavoratori italiani, che ci chiarisce, in parte, cosa ci spinga a mollare il posto di lavoro anche davanti a una mancanza di alternativa

Desolati, tristi, sfiduciati e stressati. Sono questi gli aggettivi che descrivono lo status psicologico in cui versano i lavoratori italiani.

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A rivelarlo è il ‘Global Workplace Report’, un rapporto realizzato dal centro di ricerche Gallup che ogni anno conduce una serie di indagini sul benessere dei lavoratori.

La ricerca, condotta su un campione mondiale 150mila persone in 160 paesi diversi, fotografa lo status psico-fisico dei lavoratori nel mondo, e mostra un quadro a dir poco desolante.

E non solo sul territorio nazionale. A livello mondiale, infatti, emerge una generale insoddisfazione nei confronti del lavoro, una sofferenza trasversale che sembra, di fatto, non conoscere confini.

Un trend, questo, che ha visto timidi miglioramenti dal primo rapporto realizzato nel 2009, ma che, a seguito della pandemia, ha subito una battuta d’arresto.

I lavoratori italiani sono i più tristi e sfiduciati d’Europa

Il quadro più problematico, oltre che sintomatico, è quello dell’Italia.

Fra i lavoratori intervistati solo il 4% è risultato coinvolto sul posto di lavoro, il dato più basso di tutta l’Europa.

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Quasi un lavoratore su due, invece, si è detto stressato al punto da arrivare quinti a livello mondiale, e il 45% preoccupato su quello che è il quadro lavorativo proprio e generale.

Ma l’elemento forse più indicativo di tutti è quello che riguarda la tristezza.

Siamo al secondo posto in Europa per livello dei tristezza dei lavoratori, e a sentirsi così è più di una persona su quattro.

Altro indicatore tutt’altro che positivo è quello che riguarda la nostra percezione delle opportunità del mercato del lavoro.

Solo il 18% dei lavoratori italiani intervistati, infatti, ritiene che sia un momento ottimale per cambiare posto di lavoro.

Lavoro: perché la gente lo odia? Ce lo dicono i dati

Un elemento di assoluta rilevanza da prendere in esame dal rapporto Gallup è quello che riguarda la fiducia nel futuro e il proprio benessere.

Guardando i dati, infatti, si può notare come le persone che percepiscono un aumento del loro benessere generale e quelle che ripongono fiducia nel futuro rimangono, per un certo lasso di tempo, invariate, con una media del 30% che oggi sale persino a 33.

Come è possibile, allora, che la media di lavoratori soddisfatti aumenti ma non il loro benessere effettivo umano?

La risposta è da rintracciarsi, a nostro avviso, nelle modalità in cui il tema lavoro è stato affrontato con annesse problematiche e metodi di risoluzione a dir poco parziali oltre che superficiali.

Una progressiva miglioria dei luoghi di lavoro, l’aumento delle occasioni di socialità e di formazione (vedi la business School realizzata da Taco Bell o le feste ricreative e di compleanno realizzate dal McDonald del Colorado per scongiurare il fenomeno statunitense delle great resignation, ossia delle grandi dimissioni, a poco valgono nella sostanza.

Sembra, infatti, che le grandi catene soprattutto stiano cercando una cura più omeopatica che effettiva in sé.

Un modo per ridipingere la facciata ma non sistemare le fondamenta della casa.

Rimane aperta la questione centrale: quella della cultura tossica del lavoro.

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Come ha brillantemente titolato la giornalista Sarah Jaffe, ‘il lavoro non ti ama’.

L’idea dilagata negli ultimi anni e proprio della cosiddetta Hustle Culture per la quale dobbiamo amare quello che facciamo è una favola senza riscontro nella realtà.

Nelle relazioni d’amore il sentimento è reciproco. E a noi, invece, il lavoro non ci ama affatto.

E questo fenomeno ce lo chiariscono, ancora una volta, anche i dati.

Le persone che avvertono un fortissimo livello di stress sul luogo di lavoro nel giro di un decennio sono passate dal 31% al 44%; quelle preoccupate dal 30% al 40%, per non parlare di quelle tristi che passano dal 16% al 23%.

Rimane stabile, invece, il sentimento di rabbia, che si attesta al 20%.

Dati, questi, che parlano chiaro e dai quali emerge, almeno in modo parziale, una possibile spiegazione del fenomeno delle grandi dimissioni.

Quest’ultimo negli Stati Uniti ha raggiunto livelli di una certa importanza, nonostante l’economia non sia in una fase di assoluta crescita.

Anche l’Italia è stata toccata da questo fenomeno, ed è forse proprio la nostra nazione l’eccezione che conferma la regola.

Nonostante, infatti, il mercato del lavoro sia in uno stato che potremmo definire senza esagerazioni disastroso, il boom di dimissioni è avvenuto anche qui.

Una persona su quattro, infatti, è alla ricerca di un nuovo lavoro con cui sostituire quello precedente.

Fra aprile e giugno 2021, si sono registrati quasi 500mila casi di dimissioni, con una media di aumento rispetto ai tre mesi precedenti del 37%.

Se confrontiamo questo dato con quello del 2020, l’incremento è dell’85%.

Viene allora spontaneo chiedersi quanto sia effimera la retorica del cosiddetto ‘work-life-balance’, ossia l’equilibrio vita privata-lavoro.

Siamo esausti, tristi, sfiduciati nel lavoro e questo porta con sé una serie di ripercussioni non solo a livello personale, ma soprattutto collettivo.

Gallup consiglia un “trattamento più equo dei lavoratori” da parte dei datori di lavoro, che dovrebbero diminuire il carico delle mansioni, creare condizioni di flessibilità per le esigenze dei lavoratori attraverso una pratica misteriosa ai manager di oggi che si chiama ‘ascolto’.

Ma la vera sfida è interpretare i cambiamenti del lavoro, e il rapporto di quest’ultimo con la vita degli esseri umani, che invece che beneficiare delle nuove tecnologie e dei processi di automazione, lavorano più che mai.

In Italia, soprattutto, rimane aperta la questione dei salari, che secondo uno studio OCSE, invece di crescere, sono diminuiti dal 1990. Caso unico in Europa.

Come rimane aperta la partita del salario minimo.

Forse, e non c’è bisogno del rapporto per rifletterlo, non siamo mai stati così tristi.

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