La storia di Anteo Zamboni, linciato dalla folla dopo l’attentato a Mussolini | Ma fu davvero il 15enne?

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A ridosso della marcia su Roma e in occasione dell’anniversario, ricordiamo la vicenda di Anteo Zamboni, il 15enne linciato per aver tentato di assassinare Mussolini. Il suo linciaggio e la rivendicazione dell’uccisione di Andreotti furono, più di tutti (o per lo meno secondo lo storico Carlo Greppi) i due momenti che segnarono la svolta del fascismo verso la dittatura. Ma fu davvero lui a cercare di uccidere il duce?

Negli ultimi giorni stanno facendo particolarmente discutere alcuni eventi legati al centenario della marcia su Roma.

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Dai tentativi di qualche nostalgico di Casa Pound fino alla parata a Predappio, in questo periodo sono stati vari i tentativi di riproporre una commemorazione dell’evento che, più di tutti, segnò simbolicamente l’inizio di quello che diventerà la dittatura fascista.

In questi giorni, però, ricorre un altro anniversario: quello del tentato omicidio di Mussolini per mano (si suppone) del giovanissimo anarchico Anteo Zamboni, che avvenne proprio il 31 ottobre del 1926.

Ripercorriamo quell’evento e la tragica fine di Zamboni, il cui linciaggio, assieme alla rivendicazione dell’omicidio Andreotti, segnarono in modo irreversibile la svolta del fascismo verso la dittatura.

Anteo Zamboni e la storia dell’attentato a Mussolini: luci e ombre dietro

Erano le 17.40 circa del 31 ottobre del 1926 quando a Bologna era in procinto di concludersi la visita del Capo del Governo Benito Mussolini.

Sfila per la città un corteo di auto che, diretto verso la stazione centrale, imbocca Via dell’Indipendenza fra una folla acclamante e in delirio per l’arrivo del Duce.

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Mussolini a Bologna poco prima dell’attentato

A un certo punto irrompe un’Alfa rossa, guidata da Arpinati con accanto Mussolini e, sul sedile di dietro, il sindaco Umberto Puppini e Dino Grandi.

L’auto, a tutta velocità, rallenta verso il Canton dei Fiori, ed è in quel momento che si sente esplodere un colpo di pistola.

Il proiettile esploso sfiora il Duce ma non lo colpisce, ed è in quel momento che il tenente Pasolini, padre di Pierpaolo, fra la folla identifica l’attentatore afferrandolo per il braccio: è Anteo Zamboni.

Il giovane ha soli 15 anni e 8 mesi, ma la giovane età non basta a placare l’ira fascista che, sfoderando le armi, urla al grido di “Morte!”.

Zamboni viene colpito, come riportato dal portale Città Metropolitana di Bologna, a gragnola dai pugnali, prima di essere scaraventato dall’altra parte di Via Ugo Bassi, per poi accasciarsi ai piedi di Palazzo d’Accursio.

ATTENZIONE: IMMAGINI FORTI

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E’ all’obitorio in Certosa che il padre, Mammolo Zamboni, effettua il riconoscimento del corpo senza vita del figlio.

Il mistero dietro l’attentato a Mussolini: complotto fascista o gesto anarchico?

Su questo attentato aleggia ancora un mistero, sebbene alla fine fu poi identificato come un atto isolato di un giovane ragazzo che voleva rovesciare l’avvento del regime.

Le indagini, infatti, furono svolte esclusivamente all’interno degli ambienti squadristi bolognesi, che inizialmente avevano ipotizzato il coinvolgimento di alcuni capisquadra locali come Arpinati che era, a sua volta, un ex anarchico e amico di Mammolo Zamboni.

In seguito, su volontà del Ministero dell’Interno, fu avviata una nuova inchiesta che vide coinvolti Roberto Farinacci e seguaci.

Il ras cremonese, infatti, ai tempi era caduto in disgrazia, ragione per la quale venne identificato come mandante.

Tale sospetto, secondo Brunella Della Casa che guida l’Istituto per la storia della Resistenza, era molto più fondato rispetto a quello su Arpinati ma, non appena vi fu menzione del complotto fascista, le autorità decisero di non procedere in ulteriori indagini, considerando l’impatto che questo evento avrebbe potuto avere sull’opinione pubblica.

La sua lapide presso il sacrario dei Partigiani lo ricorda così: “Vittima giovanetta immacolata” e all’angolo Nettuno-Bassi nella via omonima come “Martire… per audace amore di libertà”.

I genitori di Anteo, Mammolo Zamboni e Virginia Tabarroni, vennero condannati a 30 anni per aver influenzato il figlio.

I due fratelli, Lodovico e Assunto, furono assunti dalle responsabilità ma vennero comunque condannati a 5 anni di confino in quanto ritenuti elementi pericolosi.

Dopo un primo periodo in cui la famiglia, per proteggersi, rinnegò ogni coinvolgimento della famiglia in questo atto, persino dello stesso Anteo, rivendicò il gesto del figlio che aveva agito “con pieno senso di responsabilità”.

Sebbene Mussolini condannò in seguito l’atto di linciaggio dalla folla del giovane attentatore, quell’evento assieme ai fatti riguardi l’omicidio Matteotti (poi rivendicato pubblicamente dal Duce) segnarono in modo indelebile la svolta del fascismo verso una dittatura vera e propria.

E mai più si fece menzione a un complotto interno al regime.

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