“La Rai ci sta insegnando che facciamo bene a dubitare”: polemica sui finti stupri in televisione

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Mina Settembre

E’ accaduto già tre volte in un mese che in diverse fiction Rai venga rappresentato, in una delle puntate, uno stupro che si rivela essere inventato. Quella che probabilmente è una coincidenza è stata percepita come un disegno politico ed ha provocato diverse polemiche sul web.

Le fiction incriminate sono tre e tra queste c’è anche la seguitissima Mina Settembre, nella quale si vede una giovane estetista accusare un ginecologo di una violenza sessuale mai avvenuta. La medesima cosa si ripete anche nella serie Le indagini di Lolita Lobosco, in cui la protagonista  Luisa Ranieri scopre che la giovane donna che accusa un uomo di averla stuprata, lo fa su richiesta della moglie dell’uomo, la quale vuole incastrarlo per poter vivere con il suo amante. Il terzo episodio incriminato lo troviamo invece nella fiction Che Dio ci aiuti 6: anche qui una donna denuncia uno stupro subito che si rivela ancora una volta falso.

Un messaggio sociale controverso, la denuncia di Aestetica Sovietica

Il messaggio che emerge attraverso le puntate analizzate, risulta inadeguato in un contesto sociale che già fa fatica a sradicare idee e concezioni della donna ancora saldamente ancorate al passato; simili scene potrebbero contribuire ad incentivare il pregiudizio sulle donne che denunciano, ovvero esattamente l’opposto di ciò che una serie televisiva trasmessa su una delle maggiori emittenti dovrebbe fare.

Che la televisione abbia un’influenza importante sul pensiero collettivo è indubbio, specie se si tratta di programmi trasmessi sulle emittenti nazionali. Ci si aspetta quindi che il tipo di influenza esercitata, sia improntata sull’abbattimento dei preconcetti e di comportamenti che minano la serenità e la credibilità delle vittime di violenza. Ciò che invece potrebbe dedursi dalle puntate discusse è un messaggio opposto, per questo motivo l’editoriale indipendente Aestetica Sovietica ha prontamente elaborato una lettera pubblicata online diretta ai vertici dell’azienda:

“Quella che poteva sembrare una coincidenza appare sempre più come un disegno politico, o quantomeno come un retaggio culturale imperdonabile in un Paese che già fa molta fatica a credere alle violenze sessuali. Il servizio pubblico dovrebbe aiutare l’opinione pubblica nel debellare i pregiudizi nei confronti delle vittime di abusi. Adesso basta. Pretendiamo spiegazioni. Queste coincidenze sono imperdonabili. Non tollereremo della retorica spicciola il prossimo 8 marzo. Il supporto a una battaglia lo si dà anche attraverso una rappresentazione veritiera del mondo in cui viviamo. E nel mondo in cui viviamo, quando una ragazza denuncia uno stupro, le si chiede se è sicura, se avesse bevuto, se avesse dato modo di credere al suo carnefice di starci, quanto corta fosse la gonna che indossava. Si dubita. E la Rai ci sta insegnando che facciamo bene a dubitare.”

Sicuramente una lettera di grande impatto, poiché evidenzia la delicatezza di una problematica attuale e dolorosa, a causa della quale soffrono quotidianamente tantissime donne. Oltre a sottolineare l’importanza del ruolo dei media sul pensiero collettivo, non dimentica tutte le vittime di stupro che potrebbero aver avvertito una mancanza di rispetto da parte dall’emittente Rai.

Non solo falsi stupri: abbondano gli steriotipi

Ebbene sì, i falsi stupri non sarebbero le uniche inadeguatezze notate dai telespettatori: nella serie Lolita Lobosco, ispirata ai romanzi di Gabriella Genisi, la concezione della donna corrisponde al perfetto modello stereotipato che tanto si cerca di estirpare e che fra l’altro non dovrebbe essere proposto ad un pubblico che comprende anche i più giovani, inculcando loro ideologie contrastanti con la lotta infinita verso il raggiungimento dell’uguaglianza socio-culturale di tutte le donne.

 

 

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