“Mi chiedo come ti addormenti la sera”: malata di tumore tradita una seconda volta dalla madre biologica

Una malattia infame, una cura sperimentale e un unico modo per accedervi: ritrovare la madre biologica per procedere a una mappatura genetica completa. Qualche tempo fa un’infermiera di Como, Daniela Molinari, aveva lanciato sul web un appello per chiedere aiuto alla madre naturale che l’aveva affidata in adozione non appena la bambina era nata. A distanza di tempo dalla richiesta, la donna è stata trovato ma ha rifiutato di sottoporsi al prelievo di sangue che potrebbe salvare la vita della figlia.

L’appello e il silenzio

Abbandonata appena nata all’orfanotrofio di Rebbio a Como, Daniela non ha mai preteso nulla dalla madre biologica fino a due mesi fa, quando come unica soluzione per curarsi dal cancro che l’ha colpita le è stata proposta una cura sperimentale. Le condizioni d’accesso prevedono una mappatura genetica della donna ed è dunque necessario sottoporre a prelievo di sangue i suoi parenti più prossimi.

L’eco mediatica dell’accorato appello di Daniela aveva raggiunto la madre biologica, ben prima che le istituzioni la rintracciassero: “Quando l’hanno chiamata dal tribunale, ha detto che si era riconosciuta negli articoli che aveva letto e che sapeva già che la stavo cercando. Semplicemente non voleva essere rintracciata“.

Infatti contatta dal tribunale dei minori di Milano, la madre natura di Daniela, che mantiene l’anonimato, si è rifiutata di sottoporsi al prelievo, che sarebbe stato eseguito in forma anonima e quando avesse deciso lei.

La donna adduce come giustificazione la sua volontà di non rivivere un periodo brutto della sua vita. Quando consegnò in adozione la bambina, la donna pretese che i suoi dati non fossero inseriti nel certificato di nascita, come la legge allora vigente consentiva.

Problema etico e vuoto normativo

La decisione ha lasciato tutti spiazzati e i motivi non servono a placare il clamore e la critica conseguente la scelta. La stessa Daniela ha indirizzato una lettera alla madre, rivolgendole parole dure, parole vere che descrivono le conseguenze della scelta della donna: “Mi chiedo come tu ti addormenti la sera, come fai a vivere sapendo che hai negato senza possibilità di ripensamento la cosa che ti è stata chiesta: un prelievo di sangue in totale anonimato organizzato secondo le tue regole e la tua volontà, che non andrebbe a cambiare nulla della tua situazione di vita attuale, perché nessuno saprebbe, e che a me invece consentirebbe di far crescere la mia bambina che ha solo 9 anni e ha il diritto di avere al suo fianco la sua mamma“.

 

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Oltre al lato etico della questione, si mette in discussione anche la norma che permette un gesto moralmente discutibile: la donna capace di intendere e di volere non può in nessun caso essere costretta ad effettuare le analisi del sangue. Le leggi di tutela della privacy sanciscono il diritto della donna a non voler salvare la vita di sua figlia, per non avere ricordi spiacevoli.

Daniela commenta: “Però una legge che mette il diritto alla privacy di una persona davanti a quello alla vita di un’altra è assurda e sbagliata”.

E non è sola.

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