“Fu Genocidio”: dopo aver massacrato oltre 8000 persone, passerà il resto della sua vita in carcere

Ratko Mladić, 79 anni, passerà il resto della sua vita in carcere. A confermare la condanna, per tutti gli undici capi d’imputazione, all’ergastolo la corte d’appello del tribunale dell’Aja.

Una sentenza storica troppo attuale

Chi si macchia dell’uccisione di 8.372 persone, sebbene quei puntini scolpiti nella lapide del memoriale fanno dubitare del numero, marcisce in carcere, poco importa se dai i fatti di quel luglio 1995 sono passati 26 anni.

Ratko Mladić, il generale dell’assedio di Sarajevo, il padre che regala alla figlia le pistole da pulire, finché lei in piena consapevolezza di quel che il padre ha fatto si suicida, è stato, senza possibilità d’appello, condannato al carcere a vita per genocidio.

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Adesso è stanco e malato e non ha avuto la forza di reagire alla pronunciamento della corte, che però è stata risoluta nell’elencare tutti i capi d’accusa: genocidio, assassinio, sterminio, persecuzione, terrorismo…

La guerra nei Balcani fu un orrore difficile da comprendere per chi non l’ha vissuta e questa condanna, benché non risarcirà nulla, emana un forte odore di giustizia, se non per i sostenitori di Mladić che gridano al ‘revisionismo storico’. “È una giornata difficile”, ha dichiarato a Belgrado infatti il premier serbo Aleksandar Vucić, le cui idee nazionaliste e l’avversione al tribunale dell’Aja non sono ignote.

Adesso gli atti del processo, si aspettano ancora le motivazioni della sentenza, assumono valore di documento storico, che attesta con certezza che sì, è stato genocidio. Una sentenza importante proprio in questi giorni in cui si tende, da parte serba, a ridimensionare l’accaduto, a negare gli stupri etnici, i campi di concentramento e tutto ciò di cui Mladić si è reso responsabile.

Mladic

Purtroppo l’influenza di Mladić è stata pessima quanto la sua agenzia: sia le stragi del 2019 a Christchurch che quella norvegese compiuta dal suprematista Anders Breivik sono state ‘ispirate’ proprio dalle gesta del comandante serbo, l’ultimo sopravvissuto di quei giorni, l’unico del cui riconoscimento di colpevolezza sono paghe le Mamme di Srebrenica: “Aspettavamo la parola fine. Le nostre vite si sono fermate quel giorno. Ma serve un futuro, per chi è sopravvissuto».

 

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