Coming out e LGBTQ+, quali paesi sono più tolleranti? Gli (incredibili?) risultati di Spagna e Italia

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Sondaggio LGBTQ+

Quando si parla di comunità LGBTQ+, si tende a vivere di pregiudizi, luoghi comuni o “sentito dire”, senza mai davvero soffermarsi sulla complessità di una collettività nata per celebrare orgogliosamente la diversità come elemento di forza e di coesione, una ricchezza non scontata se si considera il fatto che ancora oggi, nonostante siano stati fatti notevoli passi avanti, la comunità LGBTQ+ viene appena tollerata o, addirittura, discriminata.

Per questo, in questi casi, è utile rivolgersi ai dati, per capire quanto si sia fatto o quanto ancora si debba raggiungere. Un nuovo sondaggio lanciato da YouGov, infatti, società internazionale britannica di ricerche di mercato e analisi dei dati, su otto paesi occidentali (Spagna, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Svezia, Italia, Danimarca) rivela il modo in cui differiscano gli atteggiamenti nei confronti delle comunità LGBTQ+.

Tra i paesi intervistati, la cattolica Spagna ha la più alta percentuale di persone che si identificano come membri LGBTQ+ (10%), l’unica a due cifre. La maggioranza degli spagnoli eterosessuali (54%) ha anche un parente stretto o un amico appartenente alla comunità LGBTQ+.  Un ottimo risultato perché solo una persona su tre (33%) non ha alcun tipo di rapporto con persone non binarie o bisessuali, gay o lesbiche.

Per gli Stati Uniti l’8% fa parte della comunità LGBTQ+, mentre il 37%, uno stacco notevole rispetto alla percentuale spagnola, ha contatti diretti con parenti o persone LGBTQ+; e di contro, cresce il dato degli americani che non ha relazioni personali con loro (47%).

In Gran Bretagna, una persona su quattordici (7%) si identifica come LGBTQ+, mentre altre tre su dieci (31%) sono vicine a qualcuno che è gay, lesbica, bisessuale, trans o non binario. Tuttavia, la maggioranza dei britannici (55%) non ha alcuna relazione personale con la comunità LGBTQ+.

Due terzi degli svedesi (65%), invece, non ha amici intimi o familiari LGBTQ+, la percentuale più alta tra i paesi del sondaggio presi in considerazione, con un’importante sproporzione rispetto a chi si professa apertamente membro della comunità LGBTQ+, solo il 6%. La domanda però sorge spontanea: a cosa è dovuta questa asimmetria? Paura del coming out o semplice ignoranza del fenomeno?

L’importanza del sostegno

Fare coming out è una scelta così delicata che avere la certezza di non essere giudicati, piuttosto accettati per quello che si è, fa in molti casi sicuramente la differenza. In paesi ostili e retrogradi, infatti, in cui l’omosessualità viene ancora riconosciuta come un reato o una “deviazione”, ammettere la propria sessualità è un lusso che molti LGBTQ+ ancora non possono permettersi.  Basti pensare allo scalpore che ha destato questa estate l’approvazione da parte del parlamento ungherese della legge “anti-pedofilia” che di fatto, però, paragona l’omosessualità alla pedofilia e vuole impedire che si parli di persone gay e transgender con i minori.

Tornando ai dati però, tra gli otto paesi presi in esame, ci sono alcune conferme ed alcune sorprese. Gli spagnoli sono i più propensi tra le nazionalità intervistate a dire che sarebbero di supporto sia che un membro della famiglia si dichiari lesbica, gay o bisessuale (91%) sia transgender/non binario (87%), limitando solo al 5% la mancanza di aiuto.

Circa l’85% del pubblico britannico, al secondo posto, afferma che sarebbe di supporto se il proprio figlio, fratello o parente stretto si dichiarasse lesbica, gay o bisessuale, mentre il 6% non sarebbe di supporto. Sette su dieci (71%) si sentirebbero allo stesso modo riguardo ai parenti che affermano di essere transgender o non binari, mentre uno su otto (12%) che afferma di non essere di supporto.

Nel frattempo, stupisce l’ultima posizione della Francia per i livelli di supporto più bassi di tutti. Solo circa tre persone su cinque (57%) affermano che sarebbero d’aiuto se un familiare stretto si dichiarasse lesbica, gay o bisessuale, mentre una su cinque afferma di no (19%). Circa la metà (47%) sarebbe favorevole se il proprio parente si dichiarasse transgender o non binario, ma uno su quattro (27%) non lo farebbe.

Il punto sull’Italia

Tra gli otto paesi partecipanti al sondaggio troviamo anche l’Italia. In questi mesi è stata al centro di un polverone mediatico per la mancata calendarizzazione in Senato del DDL Zan prima, tutti ricordiamo ancora infatti Fedez scagliarsi contro la destra italiana durante il concerto del Primo Maggio, e per le poco convincenti confutazioni in parlamento, dopo, da parte di Lega e Fratelli d’Italia, nonostante Renzi col suo partito, Italia Viva, avesse fornito un buon assist sull’identità di genere. Ma davvero in tanti ancora non sanno quale sia la differenza tra identità di genere e sessualità.

Nel sondaggio di Yougov, tuttavia, alcuni risultati fanno ben sperare per il futuro. Anche se solo il 5% si dichiara apertamente di essere LGBTQ+, con di contro, il 61% degli intervistati né appartenente alla comunità né a stretto contatto con qualcuno gay, lesbica, trans o non binario, il supporto degli italiani è estremamente positivo. L’82%, infatti, sarebbero d’aiuto nel caso in cui un membro della famiglia si dichiarasse gay, lesbica o bisessuale. Per quanto riguarda le persone transessuali o non binarie il dato scende di poco, ma è comunque più alto di altri paesi occidentali, come la Svezia, la Gran Bretagna o la Francia stessa, sempre ultima. Il 78% li sosterrebbe, mentre solo il 9% ha dichiarato un secco no.

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