“Il terrorismo in Italia è un rischio imminente. Abbiamo un problema…”: le parole di Gabrielli

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Sarà che la ripresa di Kabul da parte dei talebani, oltre allo sconcerto, ha suscitato nuovi timori in tutta Europa; sarà che il recente ventennale dalla caduta delle Torri Gemelle ha rinnovato sentimenti di paura mai del tutto sopiti contro il terrorismo islamico, ma Franco Gabrielli, ex direttore della Protezione civile, ex capo della polizia, oggi sottosegretario alla Presidenza con delega ai servizi segreti, non ha dubbi e sulla Stampa avverte sul rischio imminente di un nuovo attacco terroristico: “Se recentemente ho detto che c’è un rischio immanente del terrorismo islamico, non l’ho certo fatto, come qualcuno maliziosamente ha suggerito, per mettere le mani avanti. Del tipo “io l’avevo detto” a scanso di responsabilità. Anche perché, se accadesse un qualcosa, le responsabilità sarebbe ben difficile scansarle.”

Eppure Gabrielli ci tiene a precisare come il suo allarme sia più un richiamo alla consapevolezza da parte dei cittadini, italiani e non, che non una certezza incombente; insomma, bisogna essere preparati nel caso in cui avvenga qualcosa, per non lasciare che panico e risentimento prendano il sopravvento: “Abbiamo un problema che è la vulnerabilità psicologica. Io credo che sia un bene preparare le persone alla consapevolezza per gestire anche le emozioni. È ovvio che fa un certo effetto, un evento terroristico. Però dobbiamo anche dire che in Europa, dal 2015 a oggi, diciamo dopo la strage a Parigi di Charlie Hebdo, si sono registrate oltre 350 vittime per attentati”,

“Ora, soltanto sulle strade italiane, ogni anno dobbiamo lamentare 3400 morti per incidente stradale – precisa il sottosegretario – Questo non per fare paragoni impropri, ma per dire che nella realtà ci sono dei rischi che accettiamo. Se vogliamo salvaguardare i valori delle nostre società occidentali, libere, aperte, democratiche, dobbiamo da un lato pretendere che gli apparati di sicurezza facciano il massimo per proteggerci, ma dall’altra dobbiamo anche accettare un margine di rischio.”

Tuttavia, ad una prima lettura rapida, più che la presa di consapevolezza, a Gabrielli preme “proteggere” le forze dell’ordine da una loro possibile disfatta, nel caso di un attacco terroristico, sottolineando anche come il prezzo da pagare per la nostra “libertà” sia proprio questa spada di Damocle, dalle venature islamiche, sulle nostre teste, pronta a colpire in qualsiasi momento. Insomma, qualsiasi coda accada, sembrerebbe meglio rivolgere la nostra rabbia ai terroristi che vogliono minare la nostra società democratica, che non allo Stato.

Franco Gabrielli
Franco Gabrielli

Lezioni di pericolo, quanto è concreta la minaccia talebana in Europa?

Convivere col pericolo è un rischio che, più o meno, si prende per quello che è una volta venuti al mondo, ma spingere all’alba di nuove possibili minacce islamiche, sulla loro accettazione, nonché rassegnazione, non è il migliore dei servizi resi alla popolazione italiana.

L’imprecisione, l’impreparazione e l’imperfezione esistono, ma la velata richiesta di indulgenza, mostrano una falla di fondo, non conoscere il proprio avversario, come ha specificato Gabrielli: “Dobbiamo riconoscere che abbiamo di fronte un avversario sfuggente. Ricorro a una definizione dello studioso francese Gilles Kepel: esiste il “jihadismo d’ambiente” che va al di là dei “lupi solitari”. Nel jihadismo d’ambiente non occorre un’attivazione da lontano. Né ci sono filiere da ripercorrere.”

Un discorso cinico a tratti, ma che mostra comunque la realtà dei fatti: “la possibilità di intercettarli e prevenirli è molto più complicata. E quindi la risposta degli apparati in questo caso dev’ essere tesa soprattutto alla riduzione del danno, ovvero intervenire e neutralizzarli il prima possibile.” Alla luce del fatto che la resa dell’Afghanistan ai talebani è stata così repentina e devastante, da dare alla propaganda jihadista nuova linfa vitale: “La narrativa jihadista se ne è subito impadronita e tende a raccontare che non soltanto è possibile resistere agli eserciti più potenti del mondo, ma addirittura vincere. Nella loro propaganda, un esercito approssimativo, quasi un esercito di straccioni, il che non è, può combattere alla pari con un esercito super-armato e super-tecnologico perché motivato da qualcosa di più grande, che è questa perversa visione religiosa.”

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