Trapani e tronchesi in uno scenario agghiacciante: la stanza delle torture della banda che terrorizzava Roma

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L’operazione di arresto a Roma della banda de La Rustica apre uno spaccato sui terribili e crudeli metodi di Daniele Carlomosti, detto ‘il Gigante’, e affiliati, di cui aveva paura persino Carminati. Dalle camere di tortura per chi non pagava al tentato omicidio del fratello, tutto quello che c’è da sapere su una delle operazioni più grosse degli ultimi anni che ha sgominato una delle 4 bande che si spartiva gli affari illeciti nella Capitale

“Quelli so brutti forte compà”: è così che Massimo Carminati “Er cecato”, narcotrafficante e terrorista nero noto come il re “della terra di mezzo”, ha definito il clan di Daniele Carlomosti, che, in poco tempo, si è preso tutto il quartiere de la Rustica nella capitale per farne il suo fortino.

Il Nucleo dei Carabinieri al momento dell’arresto di Carlomosti

Si erano divisi Roma in quattro con altre bande, come emerge dalle intercettazioni del Nucleo Investigativo romano, che nel periodo 2018-2019 iniziava ad attenzionare il gruppo di criminali fino all’arresto di stamane all’alba.

Chi era la Banda de La Rustica: crudeli, spietati e dediti alle torture (tanto da far paura a Carminati)

“Zia siamo quattro in tutta Roma, ci siamo uniti in quattro gruppi. Quindi se arriva o l’uno o l’altro…”. 

La Capitale spartita come fosse un pezzo di torta fra bande criminali, il tutto con il benestare di Diabolik, “nome d’arte”, oseremo dire, di Fabrizio Piscitelli, l’ultrà che rimase ucciso in un agguato a Parco degli Acquedotti il 7 agosto del 2019.

Crudeli e senza scrupoli, al punto di arrivare a tentare di uccidere lo stesso fratello pur di non avere rivali e concorrenza, e forse il motivo principale per cui tutti, a Roma, gli portavano rispetto.

Persino Er Cecato.

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Massimo Carminati detto “Er Cecato”

“Sono andato da questi prima che prendono la pistola e sparano”, disse Carminati ad alcuni complici mentre veniva ascoltato attraverso una intercettazione ambientale mentre parlavano della loro crudeltà.

Questi, sono Daniele Carlomosti e Tomislav Pavlovic, che stamane sono stati arrestati all’alba assieme ad altri 12 durante un blitz anticrimine che ha smantellato, almeno per ora, una delle quattro organizzazioni criminali che comandavano a Roma.

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L’identificazione di Pavlovic in occasione di un’altra operazione

Almeno la più spietata in termini di metodi. Al vertice “Er Gigante”, già conosciuto dai magistrati antimafia, pugile dilettante nonché commerciante in un’attività di vendita di pellet a Carsoli, in Abruzzo.

Per l’accusa è lui, come riporta Il Messaggero, che importava droga dal Marocco ed aveva il compito di occuparsi dei rivali. E nel modo più spietato.

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Crudeli a tal punto da aver allestito una vera e propria “stanza delle torture”, nella quale venivano portati quelli che non pagavano i debiti di droga per essere seviziati con forbici, tronchesi e trapani.

Una stanza dell’orrore rivestita con teli di plastica in pieno stile Dexter al fine di proteggere le mura dagli schizzi di sangue dei malcapitati.

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Il Nucleo dei Carabinieri al momento dell’arresto di Carlomosti

Fra i membri della banda è stato arrestato anche Armando De Propris, qualche anno fa imputato e assolto per l’omicidio di Luca Sacchi.

Era lui, secondo l’accusa, il proprietario dell’arma utilizzata dal figlio Marcello e dai due pusher usata per freddare, nel 2019, il personal trainer romano.

Persino Carminati, come si diceva, aveva timore di loro. Al punto che, già 9 anni fa, riteneva necessario trovare quanto prima un accordo con loro per evitare che “sparassero”.

E, infatti, gli incontri a seguire sono stati tanti, molti dei quali documentati e avvenuti, come si apprende dal risultato delle indagini dei Carabinieri, nel Bar Trendy ai Parioli.

Un rispetto derivante dalla paura di reazioni imprevedibili ce lo avevano anche da parte di Diabolik, che chiese persino a Carlomosti l’autorizzazione di “terrorizzare” uno che aveva debiti con la banda.

E’ nelle 359 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che si può leggere quello che è emerso dalle indagini e le raccolte di prove che vanno avanti dal 2018, nel quale gambizzazioni, torture e tentati omicidi sono stati i metodi per regolare i conti che si sono susseguiti all’ordine del giorno.

Le torture e il sequestro di Maurizio Cannone

Un sistema ben congegnato, nel quale bisognava anche per loro, però, tener conto di chi aveva realmente il potere: Michele Senese.

Dal carcere il boss ha continuato a comandare, ed è alla sua famiglia che si rivolse il braccio destro de Er Gigante, Fabio Pallagrosi, per avere l’autorizzazione di sequestrare e far fuori Maurizio Cannone, un tempo molto legato al boss ma con una mannaia che pendeva sul collo: un debito di 64mila euro non onorato.

Pallagrosi ottiene il benestare dalla famiglia, ma non solo: è sempre il Messaggero a riferire come, dalle intercettazioni, emerge che la famiglia di Senese consiglia al Pallagrosi di far fuori Cannone con “uno stiletto”, ossia l’arma utilizzata di solito per uccidere i rivali.

“Questo te lo devi fare di stiletto… perché sennò non lo paghi intero”.

Cannone viene poi rinchiuso nella stanza delle torture l’11 dicembre del 2018, che vengono ascoltate in diretta dai Carabinieri grazie a un Trojan piazzato nel telefono di uno degli indagati.

Cannone era stato legato, denudato e seviziato per ore, al punto che dirà: “Basta Daniè… Mi gira la testa mi stai ammazzando”.

La vittima era stata persino filmata e fotografata, e tutto il materiale era stato inviato alla famiglia e agli amici per ottenere un riscatto, alla fine ottenuto.

“Ti taglio prima a pezzi e poi mi vado a prendere i soldi dalla famiglia tua… ti sto ammazzando, stai per morire, ora telefoni a casa e dici di farmi entrare”, disse nell’occasione Carlomosti.

Il tentato omicidio del fratello

Parole che lasciano i brividi, ma fanno capire quanto il capo della Rustica possa aver avuto il sangue freddo.

Al punto di tentare di uccidere il fratello Simone – anche lui fra gli indagati – cercando di sparargli mentre quest’ultimo era affacciato alla finestra.

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Daniele Carlomosti e la moglie Romina Faloci, anche lei indagata

E’ dalla loro competizione – si apprende – che è scaturita una guerra fra bande che ha avuto seguito fra il 2017 e il 2019, in cui torture e ritorsioni di ogni tipo si sono susseguite per almeno due anni.

Del sodalizio facevano parte anche due donne, la moglie di Carlomosti, che si occupava principalmente di aspetti logistici, e la zia.

I dettagli dell’operazione

Il provvedimento cautelare è stato messo in atto a seguito delle risultanze acquisite dal Nucleo Investigativo di via in Selci fra il 2018 e il 2019.

Risultanze che hanno potuto comprovare l’esistenza dell’organizzazione criminale e la struttura verticista a capo della quale c’era, ovviamente, Carlomosti.

Ed è proprio dalla gambizzazione di un uomo legato alla banda del fratello nel 2017 che le indagini hanno preso il via.

Nello specifico sono state documentati l’acquisto di più di un chilo di hashish dal Marocco, sequestro di persona a scopo estorsivo con annesse torture (Cannone), oltre che ulteriori condotte estorsive.

Oltre all’arresto di 14 persone i Carabinieri hanno proceduto al sequestro di 11,400 kg di hashish.

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