“Ho perso la mia Aurora a causa della malasanità”: la storia di Katia Garzotto, una mamma coraggiosa

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Una storia di malasanità, mancanza di una rete di sostegno e protezione del paziente oltre che di sensibilità quella che ci racconta Katia e che porta, soprattutto, a un interrogativo: se si fosse agito nel modo giusto, la sua bimba oggi sarebbe viva?

Si chiama Oltre l’impossibile il libro di Katia Garzotto, e d’altronde il titolo non potrebbe essere più pregnante.

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Perché, infatti, è proprio l’impossibile e oltre che Katia e suo marito hanno fatto per salvare la vita alla piccola Aurora, nata con una malformazione congenita che è stata ignorata da tutti i medici.

Una storia dura anche solo da ascoltare, figurarsi a viverla, e che, come scrive Katia, un lieto fine non ce l’ha.

Perché dunque scriverne, si chiede Katia, e perché dare spazio a questa storia, ci chiediamo noi?

Per due ordini di motivi: per lei, in quanto madre, si tratta di informare, informare anche per attutire un dolore così grande da non poter essere descritto. Per noi, per informare, sì, ma anche per denunciare.

E per sollevare l’interrogativo che campeggia su tutti: Aurora, con le giuste attenzioni mediche, si sarebbe potuta salvare?

Quando la malasanità colpisce anche i più piccoli: la storia di Katia Garzotto e la lotta per salvare la sua piccola Aurora

Quella di Katia è una storia che inizia come quella di tantissime altre coppie.

La donna, originaria della zona di Roma, si sposa e, subito dopo il matrimonio, prova ad avere un figlio con il marito.

Come si diceva, come accade a tante altre coppie, questo progetto di vita risulta più arduo di quanto previsto.

I coniugi, infatti, non riescono ad avere subito un bambino, e dopo tanto provare Katia finalmente rimane incinta a distanza di 5 anni dal primo tentativo.

Una gioia immensa, una gravidanza tanto desiderata quanto difficile da avere, ma, fortunatamente, i due riescono a concretizzare il loro più grande desiderio.

Le insidie, però, non sono terminate, e questo è solo l’inizio di una storia che, come anticipato, non terminerà con un lieto fine.

A raccontarcela è Katia stessa, e il suo racconto ha un ritmo incalzante, lo stesso di chi, nonostante il dolore vissuto, ha trovato il coraggio di condividere la sua storia.

Anche dal suo tono di voce traspare tantissimo. Emerge, soprattutto, la forza di una donna estremamente risoluta, che davanti alle difficoltà non ha pensato, neanche per un momento, di mollare. 

In ballo non c’era solo la sua stessa vita, ma quella di Aurora, ed è per lei che Katia e il marito lottano e lotteranno fino all’ultimo momento.

Il perseguimento di quel nobile obiettivo, però, inizia fin da subito a rivelarsi quanto mai arduo.

E’ durante la nona settimana di gravidanza che Katia ha una minaccia di aborto che si manifesta con una grave emorragia.

Fa un’ecografia d’urgenza dalla quale emerge un importante distacco della placenta, ma c’è una buona notizia, la più importante: il feto sta bene.

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La donna si sottopone a una cura di progesterone per tre mesi, e continua, in quel periodo, a fare i controlli standard a cui ogni donna si sottopone nel periodo della gestazione.

Tutto prosegue normalmente fino al momento dell’ecografia morfologica, un esame diagnostico da eseguirsi nel secondo trimestre attraverso il quale è possibile valutare lo stato di salute del feto e che la gravidanza prosegua regolarmente nella sua evoluzione.

Katia vuole vedere il profilo della bambina, che però si trova in una posizione girata per la quale risulta difficile poterlo vedere.

Il medico, en tranchant, le dice è non possibile vedere l’esame essendo la bambina girata nonostante l’insistente richiesta della madre.

Un atteggiamento, questo, assolutamente inconcepibile da parte di un medico, il quale, a prescindere, avrebbe dovuto comunque mostrare dal vivo quello che dalla morfologica si vedeva.

Rivela solo il sesso del feto, ma fa alcuni gesti strani durante l’esame.

Con il mouse, infatti, continuava ad indicare la testa della bimba, quasi stesse concentrandosi su quella.

Non dice però nulla, e rimanda a casa Katia tranquillamente.

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Esegue poi un esame diagnostico detto flussimetria, finalizzato ad accertare, attraverso lo studio del flusso sanguigno della madre e del feto, il benessere del feto e la funzionalità della placenta.

Si reca in un centro medico molto rinomato della zona, dove ad accoglierla per fare la flussimetria è una dottoressa molto giovane.

Durante lo svolgimento dell’esame nota qualcosa di strano, e decide di chiedere consulto con un medico più anziano del centro.

Si mettono in disparte rispetto a Katia che, stesa sul lettino, riesce a sentire la dottoressa che dice al collega: “Non mi convince la circonferenza del cranio”.

Il dottore, con fare superficiale, dice è tutto ok e si rivolge alla donna dicendole di mangiare di più perché il feto è ancora troppo piccolo.

Un parere, questo, che lascia palesemente interdetta la giovane dottoressa, che continua a manifestare dei dubbi palesi sulle parole del collega ma, nonostante questo, lascia correre.

E’ dal corso pre parto in poi che inizia, per Katia, un vero e proprio calvario. Si reca in un altro ospedale rispetto a quello dove era sempre stata visitata, ed è lì, dove svolge il corso, che decide di partorire.

E sarà l’assenza del ginecologo che fino a quel momento l’aveva seguita ad aggravare la situazione della donna che, purtroppo, non sentiva le contrazioni in vista del parto.

Già nelle ultime settimane prima del periodo del parto Katia non sentiva la bimba muoversi nel grembo. Un elemento, questo, che aveva già iniziato a far sospettare la futura madre che qualcosa non stesse andando per il verso giusto.

I dottori si rendono conto che, arrivati alla 42esima settimana, era grave il fatto che non ci fossero le contrazioni, e decidono gli indurgliele attraverso alcuni farmaci.

Decidono di attaccarla al monitor fetale, ma viene abbandonata a sè stessa e ignorata dai medici che, il giorno di San Giuseppe, secondo il racconto della donna, stavano bivaccando nell’altra stanza ignorando i ticket informativi che stava generando la macchinetta.

E’ un’ostetrica che si accorge della sofferenza fetale in corso, ma i dottori la tranquillizzano e le dicono che va tutto bene.

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Dopo l’ennesima stimolazione non partita gliela inducono con un altro metodo, quello della fettuccia, e ad effettuare quest’operazione è un’ostetrica nota, nel reparto, per i suoi metodi decisamente poco di tatto.

Con brutalità e indelicatezza le inserisce la mano nell’utero durante i momenti della contrazione, generando un fortissimo dolore alla donna che, in risposta, urla.

L’infermiera, dal canto suo, con una incredibile delicatezza risponde: “Mentre lo concepivi però non gridavi no?!”.

Un fatto già di per sé gravissimo, ma non è finita qui.

La sanitaria dice alla donna di fargliela bastare questa induzione di gravidanza, perché quello della fettuccia è un metodo costoso e lei ha fatto già sprecare fin troppi soldi con le precedenti 5 induzioni di gravidanza, e riporta persino il costo di ciascuna.

Un atteggiamento, questo, estremamente grave.

Dopo questo calvario Katia viene lasciata 15 ore sulla sedia a rotelle per mancanza di posti letto, fino a quando arriva, al cambio turno, un’infermiera gentile che la fa accomodare sul lettino e si rende conto che le contrazioni di Katia erano talmente forti che doveva recarsi in sala parto d’urgenza.

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L’infermiera lo riferisce al medico che, di tutta risposta, afferma: “Non possiamo aspettare un po’ che sto per staccare?!”.

Incuria, indelicatezza e disinteresse sono gli atteggiamenti subiti da Katia, che si è ritrovata, prima e dopo la nascita della figlia, a lottare sola con il marito contro un sistema sanitario che non ha minimamente avuto le accortezze che un caso come il suo richiedeva.

Alla fine la piccola Aurora viene alla luce, ma le viene subito tolta per i successivi cinque giorni per essere monitorata.

Nasce, infatti, con una malformazione laterale su tutto il corpo, senza un orecchio, con un occhio chiuso e naso e bocca completamente aperti a causa di una labiopalatoschisi.

Anche l’atteggiamento dopo la nascita è stato a dir poco grottesco. La piccola viene isolata dagli altri bimbi quasi come a non volerla far vedere, nascosta all’angolo sotto la finestra.

Viene dimessa dopo 5 mesi ed è in quel momento che iniziano le crisi respiratorie causate dalla mancanza del cervelletto e una condizione nota come Mega cisterna magna, una malformazione rara.

Lottano tutti per far sopravvivere la piccola Aurora, vittima di un altro episodio di malasanità. A causa delle crisi respiratorie viene intubata d’urgenza, ma male.

Ad accorgersene, però, non sono i medici ma Katia, che segnala immediatamente come il processo di intubazione fosse errato in quanto non avevano fatto prima uscire l’anidride carbonica.

E la figlia, infatti, inizia a gonfiarsi e ad avere le convulsioni. Presa dalla rabbia e dalla risperazione mamma Katia interviene da sola, e riesce a salvare la figlia togliendole da sola tutta l’intubazione e tornando a farla respirare.

E’ in quel periodo che la risonanza magnetica dà come risultato un quadro a dir poco terribile: Aurora non sarebbe sopravvissuta più di 7 mesi.

Quella piccola guerriera, forte come la mamma e il papà, ha lottato alla fine per 13 mesi grazie al supporto che i suoi coraggiosi genitori le hanno dato per permetterle di vivere più a lungo possibile.

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Non è dato sapere se Aurora sarebbe potuta sopravvivere, ma la domanda resta sicuramente aperta: se i medici si fossero degnati di accorgersi prima della sua condizione, quante cose sarebbero potute essere diverse? E la vita della piccola e dei suoi genitori sarebbe potuta essere più semplice?

Domande a cui dovrebbe essere la sanità a rispondere, ma ci sono due elementi certi.

Il primo è che Katia e suo marito hanno lottato da soli contro un sistema sanitario fatto di ingiustizie e mancate accortezze che avrebbe dovuto aiutare i genitori e la loro bambina.

E il secondo è che, nonostante il tempo passato insieme sia stato breve, Katia aveva già trasmesso a sua figlia il più importante dei doni: il coraggio e l’amore per la vita, assieme alla forza di non arrendersi mai e di tentare il tutto e per tutto, oltre l’impossibile.

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