Serena Mollicone, le testimonianze e la speranza della famiglia: “Vicini alla verità”

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La famiglia di Serena Mollicone rompe il silenzio sulle dichiarazioni rilasciate nel corso dell’udienza di venerdì scorso da parte della teste chiave, Rosa Mirarchi, la donna che ha svolto pulizie nella caserma fino al 2005 e che ha rimangiato quanto detto in precedenza. Il commento dello zio a il Messaggero: “Siamo vicini alla verità […] anche Santino disse la verità prima di suicidarsi”

E’ tornato sotto l’occhio dell’attenzione mediatica e nei tribunali il caso di Serena Mollicone, la 18enne di Arce scomparsa in circostanze misteriose nel giugno del 2001 e ritrovata senza vita in un bosco.

Al centro del dibattito un’unica, grande domanda, che torna sotto l’attenzione tanto degli inquirenti quanto dell’accusa: il primo giugno del 2001 Serena è entrata in quella caserma ad Arce dove sarebbe stata ipoteticamente uccisa prima che il suo corpo venisse abbandonato in un bosco?

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Questo quesito, come si diceva, è tornato al centro del processo soprattutto a seguito della testimonianza rilasciata dalla teste chiave: Rosa Mirarchi, che ha lavorato come donna delle pulizie nella caserma di Arce per dieci anni, precisamente fino al 2005.

Cinque gli imputati nel processo: il maresciallo Franco Mottola, la moglie Annamaria assieme al figlio Marco e il maresciallo Vincenzo Quatrale sono tutti accusati di omicidio, e infine Francesco Suprano, il carabiniere su cui pende l’accusa di favoreggiamento.

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La donna risulta essere la teste chiave in quanto il giorno della scomparsa di Serena, il primo giugno del 2001, stava facendo il turno delle pulizie.

Assieme a lei fondamentali, ai fini del processo, le dichiarazioni rilasciate da Santino Tuzi, il brigadiere morto suicida nel 2008 e per cui è indagato per istigazione al suicidio Quatrale.

Le dichiarazioni di Santino Tuzi prima di morire: “Era terrorizzato”

L’uomo, che era in servizio ad Arce, il 9 aprile del 2008 affermò di aver visto la ragazza in caserma proprio il giorno della scomparsa, come riportato da il Messaggero.

Una dichiarazione chiave, rispetto alla quale (ma non solo) ha rotto il silenzio Antonio Mollicone, lo zio della ragazza che, dopo la scomparsa del padre di lei, Guglielmo, ha portato avanti assieme alla famiglia l’accusa.

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“Chi è chiamato a difendersi vuole dimostrare che Santino era fuori dalla caserma. Ma Santino dice la verità e questo è emerso dalla testimonianza del maresciallo Evangelista e del colonnello Imbratta” – ha dichiarato lo zio, che ha poi aggiunto – “Il povero Santino era terrorizzato, il terrore è tipico di chi si sente pressato da agenti esterni, che è cosa diversa dall’ansia che è un fatto intimo. Santino ha avuto il coraggio di dire la verità. Questa è la grande novità”.

La testimone chiave sentita in aula si contraddice ma…

Morto Tuzi, la teste chiave rimane Rosa Mirarchi.

Non solo la donna, come si diceva, era presente in caserma la mattina della scomparsa, come risulta iscritto nel registro presenze, ma è considerata una teste chiave anche per il fatto che era amica della moglie di Mottola, stando a quanto riferito sempre da il Messaggero, e avrebbe pulito l’appartamento nel quale, a detta dell’accusa, sarebbe avvenuto l’omicidio di Serena.

Durante la testimonianza di venerdì scorso, rilasciata davanti alla Corte d’assise di Cassino, la Mirarchi ha dichiarato di non aver visto Serena la mattina della sua scomparsa in caserma. 

Una dichiarazione, questa, che di fatto contraddice quanto dichiarato dalla donna negli anni precedenti a detta dell’accusa. 

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La donna, infatti, è stata ascoltata dal 2007 al 2016 in diverse occasioni nell’ambito delle indagini.

Nel 2008, in particolare, a seguito delle dichiarazioni rilasciate da Tuzi prima di morire, dichiarò di ricordare anche lei, oltre al brigadiere, la presenza di una ragazza in caserma, e parlò del fatto con l’appuntato Ernesto Venticinque.

Quando venne ascoltata per rilasciare sommarie informazioni, la donna non fu però in grado di “determinare la data”, sebbene abbia fornito una descrizione che, a detta degli investigatori, corrisponderebbe a quella di Serena.

Fu poi nel 2016 che la Mirarchi evidenziò, nuovamente, le proprie incertezze in merito.

“Non sono in grado di affermare con assoluta certezza che la ragazza vista nella sala d’attesa fosse Serena, ma allo stesso tempo non lo posso escludere”, disse in quell’occasione.

Intervistato da il Messaggero, Antonio Mollicone, zio di Serena, ha rotto il silenzio commentato le dichiarazioni rilasciate in aula dalla Mirarchi.

“Credo che la verità, soprattutto in questo processo che arriva a vent’ anni dal fatto, si debba affiancare alla logica” – ha dichiarato lo zio, che ha specificato – “Se un teste descrive una ragazza con particolari importanti come ha fatto la signora Mirarchi tanto da sembrare l’identikit di Serena, se dice di aver incontrato il maresciallo sulle scale e se colloca la porta nell’alloggio della famiglia Mottola, ci dice cose importanti. Importantissime”

L’uomo ha poi aggiunto:

“Non dimentichiamo poi che la signora ha firmato al piantone l’uscita dal lavoro, per cui lei quel giorno era in caserma. Le dichiarazioni rese in aula venerdì scorso vanno apprezzate e ricollegate. Come famiglia ci sentiamo perfettamente soddisfatti della testimonianza, non la consideriamo affatto una ritrattazione. Ciò può essere considerata solo da chi non conosce l’andamento delle vicenda legata alla morte di mia nipote”.

Il mistero dell’incontro con Mottola e della porta rotta

Sempre nell’ambito delle indagini, mentre veniva ascoltata dagli inquirenti, la donna ricordò agli dettagli.

Due, in particolare, sono attenzionati da accusa e inquirenti.

Il primo riguarda l’incontro con Mottola: la donna, infatti, dichiarò di aver visto il maresciallo sulle scale e di aver bussato all’appartamento della famiglia senza, tuttavia, ricevere risposta, sebbene dall’interno dell’abitazione provenissero dei rumori.

Un tonfo, in particolare, si legge sul Messaggero.

Un ricordo che venne fuori, a quanto emerge, dopo le dichiarazioni di Luzi, ma che la Mirarchi, anche in quel caso, non riuscì a collocare precisamente a livello temporale.

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Un elemento, questo, nuovamente ribadito nel corso dell’udienza svoltasi lo scorso venerdì.

Altro elemento chiave la questione della porta rotta contro la quale, a detta dell’accusa, Serena avrebbe sbattuto perdendo conoscenza.

Secondo quanto ricostruito dalla Procura, questa porta sarebbe stata posizionata nell’alloggio in cui vivevano i Mottola, dove, sempre secondo l’accusa, sarebbe avvenuto l’omicidio.

Le dichiarazioni della Mirarchi, però, portano a una differente collocazione della porta.

La donna ne parlò per la prima volta nel 2007, una versione, la sua, ripetuta anche in seguito:

“Mi trovavo nell’alloggio dei Mottola e mi apprestavo a prendere l’asse da stiro riposta dietro la porta della camera da letto dei due figli maschi. La signora Anna Mottola mi aveva riferito che quella porta era stata rotta durante un litigio tra il marito e suo figlio Marco”. 

Anche qui, come riporta sempre il Messaggero, la donna non avrebbe indicato una cornice temporale nella quale avvennero gli eventi.

La prossima udienza è fissata a venerdì prossimo, nel corso della quale verranno ascoltati altri tre teste.

Per la famiglia, intanto, si è vicini alla verità, come dichiarato nel corso dell’intervista, nella quale lo zio ha dichiarato:

“[…] Tanti aspetti stanno emergendo. Basta saper fare i giusti collegamenti. Le difese fanno il proprio lavoro ed è giusto così. Ma questo non è un processo a Serena o ai suoi familiari, questo è il processo per Serena”.

 

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