Inchiesta Shock, Pestaggi nelle caserme, carabinieri indagati in Lunigiana per lesioni e falso

By | 02/03/2017
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Il primo episodio poco chiaro che la procura contesta ai carabinieri coinvolti nell’indagine sui presunti soprusi patiti da persone fermate e poi portate in caserma per essere picchiate risale alla fine del 2015. L’ultimo alla fine del 2016. Nell’arco di tempo di un anno – secondo l’accusa – i carabinieri delle caserme di Aulla, comandata dal maresciallo Andrea Tellini, Pontremoli, Licciana e Albiano Magra hanno pestato extracomunitari, violentato almeno una prostituta e fatto violenza privata su persone da identificare. Non solo: hanno falsificato i verbali degli interventi finiti nel mirino degli inquirenti. Insomma, un vero e proprio sistema Lunigia- na. Anche se gli inquirenti non contestano l’associazione a delinquere e quindi ipotizzano episodi slegati tra di loro. In tutto gli indagati però sono più di venti.

La prima condotta scorretta ha visto protagonista un cittadino marocchino, fermato in un’operazione di controllo per prevenire lo spaccio degli stupefacenti. Non è dato sapere se l’uomo sia stato trovato con la droga, ma a quanto pare è stato portato in caserma – in una delle quattro – e identificato. Durante l’interrogatorio i militari avrebbero usato metodi forti per farlo collaborare, tanto che l’extracomunitario era finito al pronto soccorso. Il referto dei medici è di quelli normali che non destano sospetto alcuno: cinque giorni di prognosi. Contusioni. Secondo la procura invece le botte erano state ben più mirate. E le conseguenze peggiori. Quindi quello che dice il rapporto è un falso. Va precisato però che nel registro degli indagati non ci sono dottori e che oltre ai carabinieri sono solo due i civili sotto inchiesta.

I legali che difendono i tutori dell’ordine finiti nei guai in questi due giorni sono impazziti per capire cosa rischiano i loro assistiti. In questa fase le contestazioni non sono chiare e più che altro ci si sta concentrando sui sequestri preventivi: tablet, computer e altro materiale trovato nelle abitazioni degli indagati. L’idea, per ora però non è stato fatto alcun passo in proposito, è quella di chiedere al riesame la restituzione di ciò che è stato acquisito. Ma ovviamente se ne saprà di più la prossima settimana. L’Arma ovviamente non commenta; il comando provinciale, da cui dipendono le quattro caserme finite nel mirino della procura, ha la massima fiducia nel lavoro della magistratura. C’è comunque da continuare a presidiare il territorio lunigianese, nonostante gli uffici siano chiusi. Oltre agli eventuali ricorsi al riesame per ottenere il dissequestro di ciò che è stato acquisito, la prossima settimana chiarirà qualcosa di più su dove potrà andare a parare l’indagine.

Ieri mattina nell’ufficio del procuratore capo Aldo Giubi- laro si è tenuta una riunione per fare il punto sull’indagine che coinvolge una trentina di carabinieri, tutti quelli in servizio nelle caserme di Aulla, Pontremoli, Licciana Nardi e Albiano Magra. Giubilaro ha convocato il sostituto Alessia Iacopini e il maresciallo Antonio Munda, responsabile della sezione di polizia giudiziaria. Un vertice che è durato un paio di ore e che è servito per fare il punto dopo che la notizia dell’indagine è diventata di dominio pubblico. Ma soprattutto è servita per studiare le prossime mosse. Da ieri pomeriggio infatti quelli della sezione di polizia giudiziaria si sono messi al lavoro spulciando i fascicoli che hanno acquisito nelle quattro caserme perquisite. Dai documenti cercano le prove per confermare le contestazioni che vengono fatte ai colleghi. E per i prossimi giorni non alzeranno la testa da quei fogli. Mentre la prossima settimana verranno mandati nei laboratori i supporti elettronici presi durante le perquisizioni, mentre per capire se sono state trovate tracce utili nelle macchine di servizio bisognerà pazientare almeno un mese.

Se da una parte l’accusa cerca conferme, dall’altra le difese stanno convocando i clienti negli studi per capire quale saranno i prossimi passi da fare. Inutile dire che i militari sono sotto choc per quello che gli è capitato. Bisogna acquisire le carte in mano agli inquirenti per ribattere punto su punto le contestazioni. Certo l’amarezza per il trattamento subito dai colleghi c’è e sarà difficile da cancellare.

«Per esigenze processuali abbiamo dovuto iscrivere nel registro degli indagati i nomi di tutti i carabinieri che lavorano nelle caserme coinvolte dalla nostra inchiesta, ma questo non vuol dire che siano tutti responsabili dei reati che stiamo cercando di accertare. E soprattutto non vuol dire che questi reati siano stati commessi. Si chiama indagine proprio per questo, noi stiamo indagando». A parlare è il procuratore capo Aldo Giubilaro, che insieme al sostituto Alessia Iacopini segue l’inchiesta (vedi pagina precedente) che la scorsa mattina ha sconvolto Aulla e tutta la Lunigiana. E che vede quattro caserme dell’Arma perquisite e decine di militari coinvolti.
Procuratore, venti carabinieri indagati è una notizia enorme…
«Proprio per questo non vorrei che assumesse una dimensione che poi col passare del tempo sarebbe difficile da ridimensionare. Insomma, non vogliamo creare dei mostri e soprattutto vogliamo rispettare l’Arma. I fatti se verranno accertati saranno circoscritti a pochi individui e se questi hanno sbagliato pagheranno, sia che indossino una divisa sia che non la indossino».
Beh il registro degli indagati è pieno di nomi, altro che pochi individui…
«Esigenza processuale, siamo dovuti entrare nelle caserme e abbiamo dovuto perquisire le auto di servizio. Non potevamo fare altrimenti per tutelare le persone che potrebbero essere coinvolte dalle nostre contestazioni. Insomma, il ruolo della magistratura
non è quello di creare mostri ma di accertare la verità. È quello che stiamo tentando di fare anche in questo caso».
Quando è partita l’inchiesta?
«Diversi mesi fa, non è una storia recente».
Gli episodi sono tanti?
«Sono numerose le contestazioni, ma gli episodi sono pochi. E come ho già spiegato non sono attribuibili a tutti quelli che sono finiti nel registro degli indagati. Per questo sia io come magistrato che voi come giornalisti dovete misurare le parole. Questa vicenda non deve assumere dimensioni
che rischierebbero di farla diventare ingovernabile e soprattutto non veritiera».
Come è nata l’inchiesta?
«Preferisco non rivelarlo perché è una cosa che è meglio che rimanga nel nostro ufficio.Ènata in unmodo che dobbiamo mantenere segreto».
Quali sono i reati contestati?
«Anche qui segreto istruttorio. Se rivelo i reati metto in guardia chi penso possa averli commessi. E siccome non ho letto i giornali non so dirle se quelli che avete citato sono quelli giusti. Insomma, stiamo lavorando».
Chi si sta occupando delle indagini?
«La sezione di polizia giudiziaria della nostra procura. Era normale che affidassimo a loro l’incarico e lo stanno svolgendo con la solita professionalità che tutti gli riconosciamo».